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«La matematica? Nel nostro Paese viene ancora considerata inutile»

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«L’insegnamento della matematica dipende moltissimo dalla scuola, più che dall’ambiente sociale del ragazzo. Se lo studente ci crede poco, non è motivato, ecco che dimentica subito quel che ha appreso». Dunque è colpa della scuola? Il professor Giorgio Bolondi, docente all’Università di Bologna, presidente del Cim, la Commissione italiana per l’insegnamento della matematica, non si sente di gettare tutta la croce sul sistema scolastico. «I nostri alunni imparano tante cose: il problema è che fanno fatica ad applicarle».

Forse perché non sono interessati?

«Anche. Qui non si tratta di conoscere le tabelline. Abbiamo fortissime difficoltà a far capire, fuori della scuola, che la matematica è utile, serve, va usata. Spesso viene evitata di proposito. C’è un’altissima percentuale di studenti che cerca all’Università un indirizzo dove non ci sia la matematica. Lo sceglie proprio per questo: per esclusione».

Però le iscrizioni alle facoltà scientifiche sono aumentate. È il segno di un cambiamento in atto?

«Diciamo che ci sono segnali di curiosità. Sono aumentate le iscrizioni, così come ci sono molti più libri divulgativi che riscuotono un certo successo. Se non è una moda passeggera, potrebbe essere un buon inizio».

Lei ha lavorato alla formulazione della prova Invalsi. C’è ancora molta strada da fare?

«Direi di sì. Il test Invalsi non chiede quanto fa tre per quattro, ma di ragionare. La matematica appresa deve essere utilizzata e applicata. Purtroppo ciò non avviene, o almeno non quanto sarebbe auspicabile. Il risultato è che le conoscenze apprese se ne vanno molto rapidamente. E ogni docente tende a lamentarsi di quel che hanno fatto gli insegnanti precedenti. Questo non è affatto un buon segno».

Fonte: La Stampa

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Agosto 2010 17:48

L’Italia si divide in quinta elementare

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La matematica? Da dimenticare. O meglio, sono proprio le conoscenze matematiche quelle che più facilmente scompaiono, anche in tempi brevissimi, si azzerano, svaniscono dalla testa dei ragazzi. In quinta elementare la conoscevano abbastanza bene, per quel poco che dovevano sapere, in prima media non ricordano più nulla. In terza media avevano tutta una serie di conoscenza specifiche, al primo anno delle superiori le hanno perse, e bisogna ricominciare da capo. Non è colpa delle estati bollenti, ma di un meccanismo assai complesso che da una parte riguarda sì l’insegnamento, ma dall’altra la motivazione, il grado di fiducia nella scuola e in ciò che si impara da parte degli alunni. È una vecchia storia nella tradizione italiana, forse dovuta all’impronta data alla nostra cultura dalla riforma Gentile, e spesso confermata dalle indagini sull’apprendimento scolastico. Una riprova è nel rapporto che pubblica oggi l’Invalsi.

L’istituto per la valutazione dei risultati scolastici ha condotto un test sugli apprendimenti di italiano e matematica nelle classi seconda e quinta elementare, e nella prima media. I risultati sono più o meno quelli che ci si poteva attendere, perché ovviamente non si discostano molto dai precedenti, e da indagini simili. Quel che colpisce, però, è che italiano e matematica vanno a braccetto, almeno per un po’, e poi si lasciano, forse per sempre, come due partner insoddisfatti. All’inizio, siamo tutti uguali: in seconda elementare ci sono 61 risposte corrette su 100 per l’italiano, e 56,7 per la matematica; poi la forbice si allarga, e la differenza diventa di cinque punti in quinta, di dieci in prima media. È l’effetto-dimenticanza, lo stesso che in parte vale, nel campo dell’italiano, per la grammatica. Nei giorni scorsi si è letto il rapporto Invalsi sulla prova nazionale effettuata nel quadro degli esami di terza media come la certificazione di una Caporetto proprio della grammatica. In realtà, al di là dei sensazionalismi, la bassa percentuale di risposte esatte indica solo una conoscenza media piuttosto bassa. È evidente che una risposta giusta su tre non significa che uno studente su tre non conosce la grammatica. Lo stesso vale per la matematica. E se si incrociano i dati regione per regione, si vede che la vera forbice è, ancora una volta, tra Nord e Sud. Al Nord le cose vanno molto meglio, e soprattutto i risultati sono più omogenei, mentre al Sud c’è una forte diversità anche all’interno delle singole regioni. C’è anche un caso curioso: la Puglia che è vicina alla media nazionale in italiano, ma non in matematica.

Patria di grandi oratori... Per il resto, come c’era da attendersi, svettano Piemonte e Lombardia, Trentino e Friuli Venezia Giulia, e il Veneto, che però eccelle in italiano. In generale anche i distacchi in positivo dalla media nazionale non sono particolarmente significativi per quanto riguarda la matematica. La domanda s’impone: siamo noi che proprio non la vogliamo studiare, o è la scuola che non riesce a insegnarcela? Se, come si è visto, nella seconda elementare ci sono regioni che hanno addirittura un ritardo in italiano e un vantaggio in matematica (sempre rispetto alla media nazionale), nella quinta sono solo tre, in prima media zero. Il quadro che dipinge l’Invalsi non è purtroppo molto promettente: fatta eccezione per Abruzzo e Basilicata, alla fine tutte le regioni meridionali hanno risultati significativamente più bassi della media nazionale.E nelle Isole va anche peggio. Il divario si amplia mano a mano che gli alunni procedono negli studi e diventano grandicelli: le regioni settentrionali partono più avvantaggiate (soprattutto per quanto riguarda l’italiano) e i risultati tendono a migliorare nel corso degli anni; al contrario quelle meridionali perdono progressivamente terreno sia in italiano sia in matematica, dove peraltro già in seconda primaria sono sotto di qualche punto. Si assiste così a quello che sembra un paradosso, ma purtroppo non lo è: proprio nel momento piuttosto cruciale in cui si lasciano le elementari per il nuovo ciclo di studi, le distanze dalla media nazionale di italiano e matematica di una stessa regione tendono a diventare molto più simili. Chi va bene, va sempre meglio, chi va male peggiora irrimediabilmente.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Agosto 2010 17:45

Welfare familiare per ridurre le distanze

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La prima riflessione è che «negli ultimi dieci anni le donne hanno investito molto in istruzione ma non si assiste a un ritorno di questo impegno». Il dato sul divario salariale emerso dalla relazione di Bankitalia è «preoccupante» per Alessandra Casarico, giovane economista che con Paola Profeta, entrambe professori associati all'Università Bocconi, da anni studia le disparità di genere. Il loro ultimo libro Donne in attesa (Egea), si occupa infatti di donne «in attesa di spazi d'occupazione, di crescita professionale, di potere e ruoli decisionali».

Al di là delle differenze di salario tra uomini e donne, il nodo tutto italiano dell'occupazione femminile è legato alla bassa partecipazione. «Rispetto agli altri Paesi spiega Paola Profeta — il tasso di occupazione femminile è inferiore. Si tratta spesso di lavori part-time, oppure con forme di contratto a progetto o a tempo determinato che incide quindi sulla qualità del salario. Inoltre, in caso di abbandono, è più facile che ciò accada quando la retribuzione non è buona rispetto ai casi di impieghi più qualificati e remunerati».

Infatti a parità di livello di istruzione, continua Profeta, le differenze tra uomo e donna si assottigliano, così come nelle posizioni di vertice. Il nodo non è tanto lo stipendio in sé a parità di mansioni «sul quale non si può discriminare, perché c'è una legge che ne stabilisce l'uguaglianza, ma sono gli elementi extra salario che premiano un maggiore impegno talvolta precluso alle donne costrette, per l'organizzazione familiare e aziendale, a optare per forme come il part-time. Insomma, si assiste a una sorta di discriminazione statistica — precisa la Profeta — per cui alla fine a parità di merito la politica aziendale finisce per preferire gli uomini alle donne». Questa tendenza è evidente quando si analizzano i ruoli di responsabilità: «Le donne hanno minore accesso alle posizioni di vertice — puntualizza la Casarico —. Dunque si ritorna a un problema di qualità del lavoro. È necessario incrementare la partecipazione femminile nei lavori più stabili».

Insomma, una soluzione può essere individuata nel welfare: «Politiche adeguate per l’Infanzia e la famiglia — prosegue la Profeta — consentirebbero alle donne una maggiore libertà lavorativa e questo aiuterebbe a eliminare i differenziali salariali, che sono viziati dal fatto che se uno lavora di meno guadagna di meno. Il problema è che ancora oggi c'è uno sbilanciamento femminile nella cura all'interno della famiglia». Dello stesso parere è la collega Casarico: «Bisogna intervenire su una catena lunga. Certo, per aumentare la presenza delle donne al vertice la strada potrebbe essere più breve con le quote, ma coinvolgerebbe meno persone».

Fonte: Corriere della sera

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Agosto 2010 13:11

LA RIFORMA DEL LAVORO NON PUÒ ASPETTARE

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Devono fare riflettere, i dati sulla bassa produttività italiana resi noti ieri dall’Istat. Tra il 2007 e il 2009 è scesa del 2,7%. Ma è un problema che viene da lontano. Nell’intero arco trentennale tra il 1980 e il 2009 è cresciuta solo dell’1,2% annuo. La Banca d’Italia evidenzia che nei10anni precedenti la crisi, la produttività per ora lavorata è salita del 3% in Italia contro il 14% dell’area euro. Confindustria, alla sua assemblea nazionale di maggio, ha ricordato che, nell’industria manifatturiera, tra l’avvio dell’euro e il 2007, il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto in Italia del 19%, mentre si è ridotto del 7,5% in Francia e del 9,8% in Germania. Abbiamo ceduto ai tedeschi ben 32 punti di competitività. Le ragioni di questa bassa produttività sono molteplici. Dal 2001 in avanti con la legge Treu, abbiamo scelto di far crescere l’occupazione ma le nuove tipologie di lavoro flessibile sono classicamente lavori a bassa produttività. In più, il 70% del Pil è fatto di settore pubblico e di servizi assai poco o per nulla esposti alla concorrenza, dunque la produttività ristagna. L’euro, quando si apprezza, colpisce più energicamente i prodotti italiani che, rispetto ai tedeschi, sono mediamente più in basso nella scala del valore aggiunto. Ma se la colpa non è dei lavoratori italiani, c’è un modo per unire le loro tasche all’obiettivo di far aumentare la produttività.

È un importante passo avanti, l’accordo del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi con l’Agenzia delle Entrate, che ammette alla tassazione agevolata del 10% l’intera quota del salario da produttività e non solo le ristrette “voci variabili” della prima interpretazione della norma. È una conferma dell’accordo sui nuovi assetti contrattuali, raggiunto nel febbraio del 2009 tra imprese e sindacati. Il “salario decentrato”, aggiuntivo rispetto a quanto definito per qualifica e inquadramento nei contratti nazionali, è nelle intenzioni dei firmatari tutti, tranne la Cgil come un grande motore finalmente comune, tra aziende e dipendenti. Mentre infatti ha ancora un senso che la parte normativa e sui diritti sia estesa per contratto nazionale alla generalità di un intero settore, solo trattando azienda per azienda è possibile definire come utilizzare al meglio gli impianti rispondendo all’elasticità della domanda, modulando orari, riposi, straordinari e turni. Unendo due obiettivi: consentire certo alle imprese migliori margini, ma insieme alzare il reddito disponibile dei lavoratori. Il governo aveva già disposto la detassazione, che ora è ulteriormente estesa. Parlando dell’intesa raggiunta a Pomigliano d’Arco, significa per gli operai Fiat, sulle 120 ore di straordinario pattuite invece delle 40 standard da contratto, trovarsi nelle tasche 510 euro netti in più, rispetto alla stesso lordo di circa 3 mila euro dovuto per le ore di lavoro aggiuntive annuali. Non è poco. Dovrebbe aiutare a rasserenare l’atmosfera in tutta la vicenda Fiat, ad estendere l’intesa di Pomigliano a tutti gli stabilimenti del gruppo. È paradossale che le maestranze americane di Chrysler si siano strette festanti insieme al presidente Obama intorno a Sergio Marchionne, grate del rilancio aziendale e convinte anche della necessità che i nuovi assunti abbiano accettato livelli retributivi inferiori ai seniores. Mentre da noi si scatena la guerra, quando la stessa azienda non propone qui salari differenziati, ma solo che a fronte di investimenti per 20 miliardi sia innanzitutto possibile ristabilire la legalità. E cioè abbattere assenteismo e doppi lavori in nero, realizzare esattamente quel che già stabiliva l’accordo interconfederale del 2009: che le deroghe contrattuali, per azienda e stabilimento, sarebbero state finalmente possibili, trattandole col sindacato, anche per rispondere alla necessità di migliorare gli obiettivi produttivi.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Agosto 2010 17:12

Poca innovazione, contratti obsoleti, scarsa formazione

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Il dato è di quelli che fanno paura. Perdere oltre due punti e mezzo di produttività in tre anni, significa per Italia sprofondare in fondo alla classifica dei Paesi industrializzati. E quindi pagare il prezzo di «una pessima qualità delle relazioni industriali. Di un sistema educativo- formativo inadeguato. E della mancanza, dunque, delle competenze necessarie per spingere il valore aggiunto », spiega Michele Tiraboschi, docente di Diritto del lavoro presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Ma non è la fotografia degli anni della crisi, invece, a preoccupare Giacomo Vaciago, docente di Politica Economica e Economia Monetaria all’università Cattolica di Milano.

E’ la scarsa produttività del lungo periodo (solo l’1,2% in media tra il1980e il2009) a meritare una riflessione seria. Anzi, serissima. Il motivo è semplice. Un calo della produttività di questa portata, registrato nel corso della più grave crisi degli ultimi sessanta anni, «non è che una conferma: il welfare ha funzionato», precisa Vaciago. «E’ l’altra faccia di un sistema che ha saputo tutelare il lavoro, seppure a spese dell’Inps e delle imprese. E che è riuscito ad attutire il calo della produzione. Arrivato per alcune imprese a punte negative del 30%», aggiunge l’economista. Insomma, funziona così. Il mio stipendio non è stato falcidiato, anche se non ho lavorato. La cassa integrazione ha attutito il colpo. E le imprese, che hanno ritenuto la crisi più grave del solito, hanno tenuto a freno i licenziamenti. Senza rinunciare alla professionalità, in attesa di tempi migliori. Se però si guarda al trend di lungo periodo, allora sì che la notizia c’è ed è negativa, continua Vaciago. Soprattutto se ci confrontiamo con un Europa che viaggia a tassi almeno doppi in termini di produttività del lavoro registrata negli ultimi quindici anni (Paesi come Svezia e Finlandia hanno una crescita tripla).

Inutile guardare a esempi come quello cinese, di difficile confronto (quattro volte la produttività italiana). Ma la colpa di tanta distanza dell’Italia conl’Europa è tutta della mancata modernizzazione, sentenzia lo stesso Vaciago. Conseguenza di «un Paese troppo immobile. Rimasto indietro di vent’anni. Che produce quello che si faceva 10-15 anni fa. Che aggiungere tecnologie senza sostituirle. E in cui alla fine si litiga per dividersi quel po’ di crescita che c’è. Come dire che per far crescere il mio reddito devo togliere qualcosa agli altri », conclude. Di qui il monito dell’economista: «Se l’Italia non si dà un mossa non potrà più permettersi il reddito degli anni scorsi». Naturalmente,però, i punti deboli del Paese sono anche di tipo organizzativo. Ne è convinto Tiraboschi, che punta il dito su un sistema molto irrigidito che «lascia pochi spazi a relazioni industriali che permettano di spingere sull’efficienza aziendale», spiega il professore.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Agosto 2010 16:41

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