EUtopia può vincere ce lo insegna Weber

POLITICA

EUtopia può vincere Ce lo insegna Weber di  MAURIZIO FERRERA

Secondo la nota definizione di Otto von Bismarck, la politica è l’«arte del possibile»: un’attività che si svolge lungo le frontiere della realtà, fra i vincoli del presente e le opportunità del futuro. Ma come si fa a identificare lo spazio del politicamente possibile? Le strategie sono essenzialmente due. La prima è realista: si può fare solo  ciò che è permesso dal contesto, risolvendo i  problemi con i mezzi disponibili e componendo i conflitti all’interno delle istituzioni vigenti.  La seconda strategia è idealista: la realtà può  essere trasformata, anche radicalmente, in base a grandi progetti e a visioni utopiche, capaci di  guardare oltre l’orizzonte del qui e ora. Il Novecento ha prevalentemente seguito, nel bene e nel male, la via idealista. Ha costruito  utopie palingenetiche come il comunismo o il  nazifascismo e in alcuni contesti le ha imposte  con la forza, aprendo inediti orizzonti di sopraffazione. Ma ha anche elaborato ideologie  imperniate su consenso e diritti, come la liberaldemocrazia, il socialismo democratico, il  cristianesimo popolare. Temperando le ambizioni ideali con il pragmatismo e soprattutto  con il rifiuto della violenza, queste «utopie  gentili» hanno ispirato trasformazioni straordinarie, dal suffragio universale al welfare state. Il nuovo secolo si è aperto all’insegna di un  ripiegamento iper-realista. La globalizzazione  ha enormemente complicato i problemi, che  ormai travalicano i confini nazionali. Vittime  del loro successo, le ideologie del Novecento  hanno perso capacità di orientamento e motivazione. La politica ha così smarrito le tensioni  ideali, riducendosi a governo dell’esistente, alla  gestione degli «imperativi sistemici» connessi  al funzionamento dei mercati e della moneta.  Dalle utopie palingenetiche e assolutiste di un  secolo fa, si è passati all’estremo opposto: programmi di governo il cui unico scopo è realizzare «ciò che è necessario», secondo i dettami  di istituzioni tecnocratiche.  Stabilità dei mercati e crescita sono importanti beni politici, ma non gli unici. Sulla scia  delle eredità novecentesche, contano anche  l’equità distributiva, la solidarietà, i diritti di  libertà e di partecipazione democratica. Se la  politica non riesce a conciliare tutti questi valori, il prezzo da pagare è alto. Lo vediamo con  l’ascesa del populismo, il quale raccoglie e aizza il malcontento della «gente» contro le «élite»,  sottrae legittimità allo status quo ma è incapace di elaborare proposte coerenti e costruttive. Come recuperare la dimensione ideale in  questo contesto? Parafrasando Max Weber,  come neutralizzare lo «specialismo senza spirito» della politica tecnocratica e al tempo stesso  il «particolarismo senza cuore» dei populismi  neo-nazionalisti (spesso xenofobi)? La sfida riguarda con particolare urgenza il nostro continente. E la soluzione non può che  passare dal rilancio di un’altra utopia gentile  del secolo scorso: l’integrazione europea. Questo progetto è caduto nella palude dell’iperrealismo. Va invece rilanciato come grande disegno volto a ricombinare gli ideali novecenteschi (tutti) su scala post-nazionale, facendo  appello sia ai cittadini come tali sia ai popoli.  Potremmo chiamare questo disegno «EUtopia  demoi-cratica» (da demoi, plurale del greco  demos, popolo). Un sogno ingenuo e irrealizzabile? Forse. Ma, di nuovo, ricordiamo le parole  di Weber: il possibile non verrebbe mai raggiunto se non si tentasse sempre l’impossibile.