Un incontro tra le fedi per un’altra società

 

RELIGIONI

Un incontro tra le fedi per un’altra società di  MARCO VENTURA 

«Ho un sogno», confida alla folla Martin Luther King il 28 agosto 1963. Potrebbe essere la fuga dalla realtà, il sollievo del debole sconfitto dalla storia. Invece è il sogno potente.  Quello che trasforma. I have a dream passerà  alla storia come uno dei discorsi più capaci di  suscitare cambiamento. La forza di quel sogno,  la stessa del suo autore, sta nella fusione tra  politica e religione: sermone e comizio, parola  di filosofo e di profeta, mani battute in piazza,  voci gospel in chiesa. Al servizio dell’ideale costituzionale e biblico della giustizia razziale.  Perché univa le due fedi, politica e religiosa, I  have a dream ha fatto meraviglie. Non nasceva nel vuoto il gesto del reverendo King. S’innestava su una lunga tradizione di  uomini di Dio capaci di far leva su un non luogo, su un’utopia, per cambiare il mondo. Appartiene a quella tradizione il senso degli occidentali per l’utopia: fu dato alle stampe per la  prima volta 500 anni fa, alla vigilia della protesta di Lutero, il celebre volume Utopia di Thomas More (Tommaso Moro), il politico cristiano inglese, poi cancelliere sotto Enrico VIII, che  perse la testa sul patibolo per difendere l’indipendenza della Chiesa dal governo del re. Oggi, cinque secoli dopo, è difficile per noi  occidentali credere in un’utopia politico-spirituale. Anzitutto perché le grandi comunità religiose dei nostri giorni tendono ad affermarsi in  termini di utilità sociale e di tradizione e identità. Per chi persegua una strategia conservatrice  e difensiva, come fanno le fedi storiche e maggioritarie occidentali, spesso appese ai soldi dei  governi, l’utopia è troppo rischiosa. In secondo  luogo, temiamo le utopie religiose che ci circondano e nelle quali non vediamo un disegno  di miglioramento del mondo. È il caso, per  eccellenza, dell’utopia apocalittica e millenarista dei terroristi musulmani e del progetto di  morte jihadista. È il caso delle utopie di piccoli  gruppi di fedeli che si ripiegano su se stessi e si  autoescludono dalla società complessa, o dell’utopia ateista dei tanti che ancora sperano di  liberare l’uomo dal giogo di Dio. È il caso, ancora, dei cristiani conservatori in lotta con la società secolarizzata: si ispira a Tommaso Moro  chi difende oggi il matrimonio cristiano eterosessuale, al punto di mettere in discussione il  proprio impiego allo stato civile o il proprio  bed and breakfast, se ciò è necessario per non  essere complici di sposi gay cittadini o clienti.  L’utopia, in tal caso, è la difesa di una moralità  cristiana non più maggioritaria come un tempo, la cui sopravvivenza può parere oggi, appunto, una cosa che non sta in alcun posto. Chi non si scaldi per queste piccole utopie,  chi cerchi orizzonti aperti, deve seguire le tracce di credenti impegnati a rinnovare l’esperienza religiosa sul solco di maestri come Raimon  Panikkar. Conducono, quelle tracce, nella direzione di un’utopia spirituale che attraversa le  fedi e le nazioni. È l’utopia dell’islam coraggioso di Tareq Oubrou, imam a Bordeaux, dei padri redentoristi vietnamiti che fondono spiritualità asiatiche e giustizia sociale cristiana, del  buddhismo internazionale di Khenpo Sodargye, del minimalismo musicale del compositore ortodosso estone Arvo Pärt, e di tantissimi  altri sperimentatori di Dio. Cinquecento anni  dopo l’Utopia di More, oltre cinquant’anni dopo I have a dream, ha un sogno potente chi  forgia l’utopia spirituale globale.