Manca una luce per squarciare il buio

NARRATIVA ITALIANA

Manca una luce per squarciare il buio di  ERMANNO PACCAGNINI 

Non è molto tempo che da uno scrittore ho sentito lamentare la forte predominanza che nella narrativa italiana attuale ha la rappresentazione del reale rispetto al fantastico. Dove, beninteso, per fantastico il riferimento  andava a quella tradizione che poteva ben essere riassunta nell’antologia continiana Italie magique. E credo sia un po’ questa la dicotomia che  regge l’andamento di una narrativa italiana capace di offrire anche buoni risultati in entrambi  i campi; anche se sempre più di frequente si  nota un cedimento sul piano della «parola-scavo», sacrificata a trame, costruzioni, denunce. Ciò che invece mi pare davvero deficitario è  quanto consegue al muoversi in queste due  contrapposte tipologie, peraltro dettate dalle  realtà che stiamo vivendo: ossia uno sguardo  che sappia andare oltre la semplice rappresentazione. Manca nella narrativa di oggi l’utopia:  intendendo con tale termine l’assillo, il dilemma, la domanda del «possibile». Di una «alterità». Non quindi qualcosa che divenga oggetto di  narrazione, ma che si faccia sostanza stessa  della narrazione. Utopia come quel «non luogo» tale solo perché non visibile, sfuggente, da cogliere e tradurre in una parola la cui pregnanza  sia in grado di squarciare il buio: quello che  ogni vero autore vive e porta in sé come demone, e che spesso deposita inconsciamente nella  sua scrittura notturna. E quello che ogni realtà  circostante sa così ben celare. Utopia come condizione stessa del narrare, in quanto interrogazione, dubbio, macerazione: mai però esibita, in  quanto consustanziata nella parola narrativa. È quel passaggio attraverso il quale non si  vivono gli atteggiamenti di moralità, o addirittura di moralismo più o meno mascherato, talora narrativamente compiaciuto, che sostanziano  e assai spesso ingolfano le tante narrazioni che  hanno per oggetto la realtà (di ieri, di oggi, di  domani). Al contrario, è un passaggio che richiede all’origine una dimensione etica: di  un’etica del dolore come della gioia, della sofferenza come della salvezza, o dell’abbattimento  quando questa non intervenga. Utopia come  etica del disvelamento, in quanto dovere di verità. Anche di una verità negativa. Di una verità da  ignominia. Utopia come «luogo» della autenticità e dei conti che ci si trova a fare col suo venir  meno, così come di fronte alla personale perdita di innocenza. E intendo ovviamente qualcosa  di assai più profondo della verità oggettiva. Quel  qualcosa che sappia andare oltre e disseminare  nel testo quanto possa alimentare anche il lettore. Perché utopia diviene il «non luogo» nel  quale si annidano certe domande essenziali che  spesso spaventano il solo pensarle; persino il  solo sospettare che possano esistere. Domande  rinvianti a quelle «ragioni ultime» che sono  però le ragioni del confronto quotidiano quando la penna intende scardinare e perforare la  realtà, così ridonando un «nuovo mondo». È quel qualcosa, di volta in volta diverso, che si può cogliere ad esempio nella Storia della  colonna infame di Manzoni come nel dramma  della diaspora raccontato da Arturo Loria, del  Testori di In exitu come nell’ultimo Sciascia.  Come nel Magris di Non luogo a procedere. Per  dirla con Magris, utopia come dimensione morale intesa come «esigenza di fare i conti con la  drammaticità dell’esistenza e le sue contraddizioni». Col Male e con la sua stessa ambiguità. E  con quanto ne consegue in termini di «responsabilità».