Impariamo di nuovo ad ascoltare (e basta)

MUSICA

Impariamo di nuovo ad ascoltare (e basta) di  NICOLA CAMPOGRANDE 

Ho in mente una cosa che ancora non esiste. Della quale ho un’idea, lo confesso, alquanto vaga. Tanto che non so nemmeno se si tratterà di una nuova tecnologia, di una mutazione comportamentale o di altro ancora.  Ma mi è chiaro il concetto: ci serve un nuovo  modo per ascoltare musica riprodotta. Perché oggi, se ci si fa caso, il gesto dell’ascoltare una registrazione non ci appartiene  più. Sentiamo, certo, sentiamo in continuazione; ma non siamo più abituati a dedicare noi  stessi all’ascolto, con la curiosità, il desiderio, il  piacere che, dall’invenzione del fonografo, ci  hanno accompagnato per quasi 140 anni. Il che  è paradossale, perché in tutto questo tempo  abbiamo lavorato per migliorare gli aspetti  tecnici di una pratica che da subito ha saputo  stregarci. E l’idea di fissare su un supporto fisico (e ora su un file) qualcosa di così evanescente come il suono era e continua a essere meravigliosa. Eppure le abitudini che le generazioni  precedenti hanno perfezionato e si sono tramandate, abitudini apparentemente scontate,  ovvie — togliere un disco dalla propria confezione, inserirlo in un apposito apparecchio,  avviare la riproduzione, sedersi davanti agli  altoparlanti, in ascolto… — non fanno più parte del nostro modo di vivere. Non che si sia persa tout court la capacità di ascoltare musica. Al contrario. Le sale da concerto vivono un periodo di gloria. Persino la  musica classica, il mio pane quotidiano, benché considerata perennemente moribonda a  causa della propria marginalità statistica, rinnova regolarmente il suo pubblico. No, il problema non tocca la relazione viva tra musicisti  che si esibiscono e ascoltatori che ne godono.  La questione è che la riproduzione di quella  magia, l’ascolto di quello che per più di un secolo siamo stati abituati a chiamare «disco»,  non riesce più a fare breccia nelle nostre giornate. Problema di overdose? Non mi pare. Molti  di noi hanno scrivanie e comodini invasi da  libri ma non per questo hanno smesso di leggere saggi e romanzi, da capo a fondo, con l’attenzione, e la gioia, propri della lettura. E la  disponibilità di una collezione potenzialmente  infinita di film, sul nostro televisore o sugli  altri schermi, non ci impedisce certo di sceglierne uno e di vederlo. Come spesso accade con ciò che riguarda le orecchie, la questione è più sottile. E ho l’impressione che sia legata alla nuova modalità di  approccio che abbiamo con il suono riprodotto: così come troviamo normale tirar fuori lo  smartphone dalla tasca e sentire qualunque  cosa in qualunque momento, non esiste più,  simmetricamente, il momento giusto per  ascoltare alcunché. Dedicare un’ora all’ascolto  di un cd ci sembra inconcepibile: perché fare  soltanto quello? Il risultato è un drammatico  autogol: abbiamo fatto del nostro meglio per  poter fissare la bellezza evanescente del suono;  e ora che possiamo persino portarcelo in tasca,  non abbiamo più orecchie per lui. Per questo, da musicista, sogno che un giorno emerga una tecnologia, una moda, una stregoneria che torni a catturarci e ci riporti davanti alle casse, buoni buoni, ad ascoltare le registrazioni meravigliose che ancora continuano a  essere realizzate. Lo sogno davvero, intensamente. Fino ad allora, a malincuore, continueremo a lasciare che la musica scorra in sottofondo. Aspettando tempi migliori.