La ribellione possibile: un monologo di donna

TEATRO

La ribellione possibile: un monologo di donna di  FRANCO CORDELLI 

Del futuro e dell’utopia si occupano astrologi, profeti e romanzieri. Non già poeti e uomini di teatro. L’utopia non è un genere drammaturgico, tanto meno teatrale — il futuro e l’utopia sono diventate forme generiche, poco  più che un impeto di ribellione allo stato presente. Il teatro si fonda sul passato — su ciò che  è stato scritto. Si può cambiare prospettiva. Si  può vedere la faccenda separando forma da  contenuto. Nel tipo dell’utopia e del futuro  pre-annunciato, quasi sempre in modo involontario, rientra anche il teatro, al pari di ogni  arte: come sperimentazione di forme nuove. Nel declino di un orizzonte del discorso utopistico, quali spettacoli negli ultimi anni non  hanno rinunciato alla ricerca di una figura che  non s’era mai vista, d’una parola che non era  stata detta? A differenza delle arti visive e della  musica — meno vincolate dal significato, dalla  riconoscibilità immediata e dunque consolatoria — teatro e letteratura offrono immagini  sempre più rare d’una ricerca, che equivale per  l’appunto alla poesia e all’utopia. Tuttavia non  mancano punte che hanno offerto una qualche  prospettiva, una qualche fiducia. Rammento  tre spettacoli, tutti nella forma in apparenza  più elementare, quella del monologo. Hanno  per interpreti tre attrici. Ne sono autori i registi,  ma immaginare i loro spettacoli senza quelle  interpreti sarebbe difficile. Il più antico dei tre è Médée-Materiau del  russo Anatolij Vasiliev, testo del tedesco Heiner  Müller, interprete la francese Valérie Dréville.  Scrivevo (nel 2002): «Valérie Dréville non si  limita a recitare il testo di Müller, in continuazione schiaffeggiandosi le ginocchia lo lancia,  lo sputa, lo spezzetta, lo riduce a sillabe e singhiozzi (...) di tutto lo splendore di una volta  non c’è che un odioso bagliore; di tutta una  pienezza di vita non c’è che la polvere». Era la  fine del XX secolo, l’annuncio del XXI. Nel 2010 si ebbe la rivelazione della spagnola Angélica Liddell. La Casa della Fuerza non è  propriamente un monologo. Liddell aveva  compagne-attrici come compagne di lotta e  come controfigure. Era la più potente e legittima ribellione del corpo della donna contro la  violenza maschile: una ribellione grandiosa e  delirante. Partiva da Teresa, la santa di Avila, e  arrivava all’impareggiabile Marguerite Duras de  La vita materiale. In scena tanto monologo, ma  tanti oggetti, tanta materia, tanta forza — fino  allo sfinimento, fino alla proclamazione di una  vittoria a caro prezzo ma che potremo, nei nostri termini, qualificare come autentica prospettiva — di vita e di poesia. La Germania torna con Christa Wolf, con il  racconto Nella pietra. Siamo ancora nel 2010. Il  regista è Enrico Frattaroli, l’attrice è Anna Paola  Vellaccio. Si tratta di un monologo svolto su un  letto chirurgico. La paziente sta a testa rovesciata, una folta massa di capelli, come fosse una  Medusa. Lo spettacolo ha la durata di un’operazione all’anca: lei, anestetizzata in epidurale,  pensa, delira, immagina. Compaiono in scena  (nelle sole sue parole) i fantasmi di sempre:  Medea e Cassandra. Ma anche un altro genere  di fantasmi: Pompei o Hiroshima. Lo spettacolo ha la densità di un’opera d’arte concettuale.  Scrivevo: come l’avesse fatta Kounellis. Ma anche: Nella pietra è d’una precisione (aggiungo:  utopistica) che ha la scansione infallibile di  un’opera tanto di matematica quanto di pura  poesia.