I cittadini partecipano al progetto del futuro

ARCHITETTURE

I cittadini partecipano al progetto del futuro di  CARLO RATTI 

 

«L’Italia l’han fatta metà Iddio e metà gli architetti», amava ripetere Gio Ponti, progettista del grattacielo Pirelli di Milano. In questa frase si coglie gran parte dello spirito che ha dominato  l’architettura del Novecento. Quel modo di  «pensare in grande» che attribuiva ai progettisti  la chiave per cambiare il mondo. Essere architetto significava trovarsi al servizio di una rivoluzione permanente; l’utopia della modernità  diventava campo di lavoro quotidiano. In seguito, le cose sono cambiate. Un po’ per i fallimenti  del Movimento Moderno, un po’ per le reticenze del post-moderno l’architettura ha preso una  piega sempre più agnostica. È come se avesse  rinunciato alla sua antica vocazione progressista, volta alla trasformazione del mondo e al  miglioramento delle condizioni dell’uomo. E oggi? Negli ultimi anni si è intravista un’inversione di tendenza, soprattutto in molti movimenti dal basso. Pensiamo alle iniziative di  «agopuntura urbana» dell’inizio del Ventunesimo secolo: azioni partecipate, su scala locale,  che cercano di innescare una trasformazione  dell’ambiente costruito partendo dal coinvolgimento dei cittadini. Tra i tanti riferimenti vengono in mente il premio Turner 2015, assegnato  al collettivo Assemble per gli interventi di riqualificazione di un quartiere popolare a Liverpool,  o per certi versi anche l’ultima Biennale di Venezia diretta da Alejandro Aravena. Si tratta di  iniziative coraggiose, che riprendono quella  tensione ideale dell’architettura dei secoli passati. Tuttavia, non si può non notare come numerosi esempi contemporanei finiscano per essere  circoscritti a questa o quella «comunità». Un  po’ come se la professione dell’architetto, colpita dalla rassegnazione, non riuscisse più a pensare la «società» nel suo insieme. Un nuovo punto di partenza potrebbe essere quello di ritrovare un’idea condivisa di «progresso» — magari quella del grande economista austriaco-americano Joseph Schumpeter,  che lo identificava con l’innovazione e la nozione del «produrre altre cose, o le stesse cose in  maniera differente». E che cos’è questa, in fondo, se non la missione della progettazione?  Possiamo dire, riprendendo le parole di Albert  Einstein e Herbert Simon, che la scienza si occupa di studiare il mondo «così com’è», mentre  le discipline dell’architettura e dell’ingegneria  esplorano il mondo «come potrebbe essere». Ecco allora che ripartendo dall’idea di «progettazione» come «innovazione» possiamo  immaginare una nuova utopia: un’architettura  capace di accelerare la trasformazione del presente. A differenza di quello che avveniva con i  Maestri del Novecento, in quest’ottica evoluzionista non sarà l’architetto-eroe a decidere che  cosa è bene e che cosa è male per la società. Il  progettista si limiterà infatti a esplorare con la  propria opera possibili scenari futuri, collocandoli come prototipi nel presente e lasciando che  intorno ad essi si apra un dibattito. Saranno poi  i cittadini, con il loro feedback, a decretare il  successo di questa o quell’innovazione. In una società che cambia sempre più rapidamente, l’architetto diventa allora una sorta di  agente «mutageno», che stimola (ma non impone) i percorsi evolutivi del mondo in cui abitiamo. È colui che aiuta a costruire un domani  evolutivo e dialettico. E di cui tutti possiamo  essere partecipi.