La storia si è arenata, resta solo il presente

FILOSOFIE

La storia si è arenata resta solo il presente

di  DONATELLA DI CESARE

Come immaginare il luogo in cui dovrebbe realizzarsi una comunità politicamente felice, se la storia è già finita, se siamo ormai entrati nell’epoca della post-storia? Questa è la domanda che ha assillato la filosofia degli ultimi decenni. L’utopia, che a partire da Platone è  stata la stella polare della filosofia, sembra tramontata nel nuovo secolo, dopo essere stata,  fra alterne vicende, la protagonista pressoché  indiscussa del Novecento. Già Nietzsche, impareggiabile diagnostico della modernità, aveva  messo in guardia contro l’illusione che il corso  della storia avesse un senso, che si potesse leggervi un progresso inarrestabile. E invece quel  divenire non raggiunge nulla. Da allora si è  affermata l’idea che la storia sia entrata in una  fase di stagnazione irreversibile. Questa agonia  è stata chiamata «post-storia» e ha dato avvio a  interpretazioni diverse, a destra e a sinistra. Ma  c’è stato anche chi, come il filosofo russo  Alexandre Kojève, non ha esitato a parlare  apertamente di «fine della storia». Nel dopoguerra Arnold Gehlen, con accenti diversi, ha ripreso questa visione crepuscolare  per sostenere che siamo ormai in uno stato di  mobilità perpetua. È l’impero planetario della  tecnica che — come aveva visto bene Heidegger — ha toccato un punto di non ritorno: nulla  di nuovo può ancora accadere. Nessuno riesce  più anche solo a prospettare una nuova immagine del mondo. Tanto meno la filosofia. Sul piano politico la post-storia si traduce in una amministrazione burocratica, impossibile  da smantellare. Questo stadio finale è stato  interpretato dal neoconservatore Francis Fukuyama come una vittoria definitiva dell’Occidente liberale. Siamo entrati nell’epoca della «fine  della storia», scriveva nel 1991, perché solo il  sistema del liberalismo dominerà per sempre  la politica mondiale. Erano gli anni del disgelo,  dopo la caduta del muro di Berlino. Se l’ossigeno della storia era estinto, sembrava spento  anche il fuoco dell’utopia. Nel vecchio continente le roccaforti del pensiero utopico cadevano una dopo l’altra. Nel 1977 morì Ernst Bloch  che aveva tentato di recuperare nella tradizione  occidentale il marxismo, sottraendolo alla deriva del socialismo reale. Dopo di lui in Germania la Scuola di Francoforte, erede della teoria  critica di Adorno e Horkheimer, ha preso, già  con Habermas, toni sempre più normativi. Per  altro verso in Europa come negli Stati Uniti, il  nichilismo è parso, fino all’alba del nuovo secolo, l’unica risposta a una crisi che non investiva  solo i valori, ma anche la progettualità. Insieme  all’utopia sembrava dileguato il futuro stesso,  divenuto secondo la formula di Virilio, un «incidente». Come se avesse dovuto dominare  solo un presente reiterato. Mentre la filosofia analitica è stata sempre  impermeabile all’utopia, in quegli anni la filosofia continentale si è divisa tra il nuovo realismo, deciso a riconquistare la «realtà» dei fatti,  e quelle correnti che, in parte anche attingendo  alla teologia politica e al messianismo ebraico,  da Scholem a Benjamin, hanno ricominciato,  seppure malinconicamente, a guardare oltre il  dominio del capitale globale. Convergono in  questa aspirazione quegli indirizzi di filosofia  politica, presenti soprattutto negli Stati Uniti e  in Italia, che senza mai allontanarsi da una  lettura critica del marxismo, dopo la «fine della storia», ripensano oggi la rivoluzione, grande  tema del 2017.