Addio all’ayatollah Rafsanjani

 

Religioni

Addio all’ayatollah Rafsanjani

Di Roberto Toscano 

Con  Ali Akbar Hashemi Rafsanjani scompare  uno dei massimi protagonisti della storia della Repubblica Islamica dell’Iran, ma quello  che ci si chiede oggi è in che misura la sua morte  possa influire sulla politica attuale.  & PIÙ   concretamente   sulle   sorti   del   progetto   di   riformismo   moderato   del presidente Rouhani. Rafsanjani,  pur non avendo più un ruolo di vertice nella complessa struttura del potere, aveva  mantenuto un’influenza non secondaria,  soprattutto data l’esistenza di un diffuso  “partito rafsanjanista” un partito non palese ma influente e trasversale cui appartengono, nello stato e nella società, e in  particolare nelle élites economiche, tutti  coloro che, pur sostanzialmente identificati con il regime nato dalla rivoluzione  del 1979, sono convinti che la Repubblica  Islamica potrà sopravvivere alle sfide sia  interne che internazionali soltanto con il  cambiamento e l’apertura al mondo. In sostanza, si tratta del partito che, spesso  con echi gattopardeschi, pensa che il cambiamento nel regime sia l’unico modo di  evitare il cambiamento di regime, anzi il  rischio di un suo traumatico crollo. I riformisti più radicali non hanno mai  amato Rafsanjani, ma hanno compreso a  loro spese che senza il suo sostegno, e il sostegno delle forze reali che a lui hanno  sempre fatto riferimento, il loro progetto  di riforma non aveva alcuna possibilità di  prevalere.  Quando si analizzano le ragioni del sostanziale fallimento del progetto riformista di Khatami salta agli occhi che uno degli errori più fatali fu respingere l’offerta  di appoggio di Rafsanjani. In quel momento sembrava ai riformisti che allearsi con  lui avrebbe significato svuotare la spinta  innovativa del loro disegno. Era probabilmente vero, ma era anche vero che ben  presto divennero evidenti i fatali limiti di  un riformismo nobile e autentico ma molto ideologico e non sufficientemente radicato nelle classi dirigenti soprattutto economiche. C’è molto di Rafsanjani dietro l’attuale  presidenza Rouhani, e la sua scomparsa  quindi solleva interrogativi sulla tenuta  del progetto politico, reso oggi fragile sia  dalla delusione per i risultati dell’accordo  nucleare, meno sostanziali di quanto sperato, sia dal probabile peggioramento della situazione internazionale dell’Iran a seguito dell’elezione di Donald Trump. Per l’ala più conservatrice (ma forse sarebbe più corretto definirla reazionaria)  del regime Rafsanjani era il nemico numero uno e anzi, l’elezione alla presidenza di  Ahmadinejad nel 2005 si spiega in buona  parte con la mobilitazione di un forte rigetto popolare contro uno storico dirigente rivoluzionario che era denunciato come l’incarnazione del potere elitario e plutocratico, nonché rappresentante di un  clero nei confronti del cui privilegio anche gli iraniani più religiosi hanno da tempo sviluppato un atteggiamento di vera e  propria ostilità. Sempre pronto, con più  opportunismo che dogmatismo, a cogliere gli umori del Paese, il Leader Supremo  Khamenei ha non  solo recepito  questi  umori popolari, ma li ha addirittura favoriti promuovendo l’improbabile Ahmadinejad – per poi praticamente esautorarlo  quando si rivelarono i danni che la sua gestione demagogica della presidenza stava causando.  Pur sconfitto politicamente, Rafsanjani aveva comunque continuato ad essere  un protagonista, per quanto ormai occulto, della vicenda iraniana. Per questo la  sua morte, oggi, non è affatto quella di un  ex protagonista, ma rappresenta un fatto  politicamente molto rilevante le cui ripercussioni, probabilmente nel senso di un  ulteriore indebolimento di Rouhani, diventeranno evidenti nei prossimi mesi.  Non è nemmeno escluso che a questo  punto Khamenei possa arrivare alla conclusione che è venuto il momento di mettere fine, come avvenuto per Khatami e  Ahmadinejad, alla fase politica che si è  tradotta nella sua presidenza. I presidenti passano, il regime resta.