RASSEGNATA 24012017

Trump può far esplodere la Ue

C’ è un romanzo che  suggerisco  di  leggere ora, nei giorni  dell’«avvento»  di  Donald Trump e del trumpismo. Si tratta di «The plot  against America», in italiano  «Il complotto contro l’America»,  di Philip Roth, il più grande  scrittore americano dei nostri  tempi,  stupidamente  privato di un Nobel strameritato e  stradovuto. Immagina – Philip  Rothche, nel 1940, Charles A.  Lindberg, dopo avere ottenuto la nomination  repubblicana,  abbia vinto le elezioni presidenziali, battendo Franklin D. Roosevelt. Lindberg è noto per  avere nutrito esplicite simpatie  per il nazismo e per Hitler e,  quindi, il racconto si sviluppa  intorno alla nascita e all’affermarsi negli Stati Uniti di una  sorta  di  nazismo  americano,  mai esplicitato dalla Casa Bianca, diffuso, però, per l’esempio e  l’influenza del presidente, vero  e proprio commander in chief  in una democrazia che, celebrato il rito delle elezioni (ancora  oggi ristretto a coloro che sono  vicini  al  pensiero  dominante,  viste le difficoltà pratiche che  incontrano tanti americani per  essere iscritti nelle liste elettorali e, quindi, votare), si affida del  tutto – o quasi nelle sue mani.  Uno dei personaggi più inquietanti del romanzo è il rabbino  Bengelsdorf,  un  traditore  della comunità ebraica che abbraccia la causa di Lindberg e  dell’americo-nazismo. Venerdì 20 sono rimasto  tutto  il  pomeriggio  incollato davanti alla Cnbc che ha  trasmesso  la  cerimonia  del  trapasso di poteri tra Obama  (un distinto signore dell’establishment) e Trump (un presunto  outsider che potrebbe mettersi  tranquillamente e in Mondovisione le dita nel naso). Ho ascoltato il discorso del presidente  entrante con attenzione e ne ho  ricavato l’impressione che, nei  toni e nelle parole, si trattasse di  un discorso inconsapevolmente  nazista. «Noi cittadini degli Stati  Uniti siamo uniti in un grande  sforzo nazionale per ricostruire  il nostro paese. Insieme determineremo il corso dell’America  e  del  mondo  per  molti  anni.  Affronteremo sfi de, ci confronteremo, ma porteremo a casa il  risultato», «il 20 gennaio 2017  sarà ricordato come il giorno in  cui il popolo è tornato a governare il paese. Le persone dimenticate non saranno più dimenticate», «Il tempo delle chiacchiere  vuote è fi nito. È arrivato il tempo dell’azione: ce la faremo, il  nostro paese prospererà e sarà  di novo ricco (…) Insieme renderemo di nuovo l’America forte.  Renderemo l’America di nuovo  ricca, renderemo l’America di  nuovo orgogliosa, renderemo  l’America di nuovo grande». Ma la frase più hitleriana dell’esibizione trumpiana  è questa: «This American carnage stops right here and stops  right now», il che signifi ca, più  o  meno,  «Questa  carneficina  americana si ferma qui e ora»:  il massimo della mistificazione  e dell’evocazione del rancore di  una nazione, vittima, appunto,  di una carneficina (e ciò non fa  riferimento né all’11 settembre né alle stragi che si sono  verificate in giro per gli Usa).  In  questo  sintetico  florilegio  di  citazioni,  c’è  la  mentalità  razzista che serpeggia ancora  in parte dell’America e c’è una  risposta alle paure della classe  media, sprofondata e confusasi  (a causa dei cambiamenti globali) in quello che una volta si  chiamava il «proletariato» (colletti blu e occupazioni precarie  con salari da fame) che confligge  con il trionfalismo della ripresa  obamiana e sui dati dell’occupazione  che,  evidentemente,  non soddisfaceva proprio quella classe media che è la forza di  ogni democrazia. Che  in  Trump  alberghi  una punta di follia, lo dimostra la notizia che la Casa Bianca sta studiando il trasferimento dell’ambasciata americana in  Israele da Tel Aviv a Gerusalemme: un vero improvviso schiaffo in faccia al mondo islamico,  sunnita e sciita, che non subirà  senza reagire (il che significa il  riacutizzarsi dell’offensiva terrorista).  Abbiamo preso l’abitudine di chiamare populismo ciò  che dovrebbe chiamarsi demagogia, la sindrome dei leader e dei  popoli che li spinge sulla strada  della schizofrenia, l’incapacità di  vedere la realtà e di trasformare  gli errori in pugnalate alla schiena da vendicare (vedi l’italiana  «vittoria mutilata» e il tedesco  «tradimento del fronte interno»  -nel quale avrebbero avuto un  peso determinante gli ebreiche  avrebbe fatto capitolare l’invincibile esercito del Kaiser). Nel discorso di Trump si  aprono squarci che indicano  all’Europa l’ampiezza, forse irreparabile della sua crisi. Qui ci  vuole una parentesi non estranea all’argomento: la Brexit. In  definitiva, essa è consistita nel  rifiuto britannico di fare parte  di un’Europa a trazione tedesca.  Non  va  dimenticato  che  nella Prima guerra mondiale,  le forze armate imperiali ebbero  1.117.000 caduti e nella Seconda  oltre 400 mila. E che, la responsabilità dei due conflitti (con i  connessi orrori), va storicamente e politicamente attribuita ai  tedeschi. E questo bilancio (cui  noi non siamo estranei, ma purtroppo, nonostante gli oltre 650  mila caduti nella Prima, indifferenti) pesa ancora nella mente dei cittadini del Regno Unito.  Anche in America, l’antagonismo nei confronti del ritorno  della Germania ai vertici della  potenza (economica) mondiale  pesa, come pesano i caduti della  Prima (120 mila) e della Seconda (405 mila) guerra mondiale. Questi sentimenti influenzeranno fatalmente l’Europa,  ponendo fine alla sudditanza  francese nei confronti di Berlino  (gabellata con l’illusione di una  co-leadership  franco-tedesca)  e di altri paesi. L’Italia, nella  quale albergano tanti Vidkun  Quisling (il traditore norvegese  che passò al nazismo), subirà gli  eventi: terrorizzata di porsi alla  testa dell’improrogabile «showdown» con la Germania, incapace di difendere i propri interessi,  seguirà la corrente. Forse la Spagna sarà capace di raddrizzare la  spina dorsale e di schierarsi per  un’Europa paritaria e condivisa.  Senza illusioni (dobbiamo sapere che il «quantitative easing» di  Draghi e della Bce ha favorito e  favorisce soprattutto i tedeschi:  i più attrezzati a utilizzarne integralmente i benefici) e, quindi,  senza fallaci speranze, entriamo  in una nuova fase della storia,  nella quale i pericoli di un confronto anche militare sono ben  più alti e immanenti di quanto  sia mai accaduto dal 1945, crisi  di Cuba compresa.

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Guerre, crisi, Trump tutto dipende dal clima

Al Gore torna a Sundance 11     anni     dopo Inconvenient Truth che vide qui l’anteprima  che   l’avrebbe   portato   poi all’Oscar e ad un premio Nobel.  Inconvenient Sequel  è il seguito alla verità «sconveniente»  delineata allora sul mutamento climatico, oggi quanto mai attuale, e la necessità ormai critica di una riconversione    all’energia    sostenibile. Lui, recovering politician, il «politico in terapia di recupero» come ama definirsi, ha passato 17 anni ad elaborare la cocente sconfitta «a tavolino» contro George Bush pur dopo aver vinto il voto popolare per 500.000 schede. Non si pronuncia, l’ex vicepresidente di Bill Clinton, sulla questione  più  ineluttabile:  il fatto che sia da poco diventato il secondo candidato democratico alla presidenza in 16 anni a vincere il voto popolare ma perdere la casa Bianca : si tratta di semplici «anomalie» o di una più fondamentale crisi della democrazia americana?  Di tutto questo è forse pregno il silenzio – un lungo minuto di assorta, muta, riflessione che  fa  seguito  all’inevitabile domanda.  Poi si trincera dietro alla implicita ma diplomatica critica all’anacronistico sistema  del  collegio  elettorale che «per ragioni storiche che tutti conosciamo» (la tutela delle  minoranze  bianche  degli Stati ex schiavisti, ndr) «assegna un peso sproporzionato alle zone rurali e più conservatrici del paese». All’analisi del sistema che ha regalato a Trump la  sua  «vittoria»  in  base  a 100.000 voti della rust belt (in barba a 2,7 milioni di voti contrari) Gore preferisce una critica articolata della globalizzazione e dei paradigmi politici  e  macroeconomici  legati  al mutamento climatico. «La portata della sofferenza umana  potenzialmente legate al mutamento del clima sono paragonabili solo agli effetti di una guerra nucleare», spiega. «Ne abbiamo ormai esempi sempre più concreti. Uno di questi riguarda la Siria, affetta fra il 2006 e il 2010 da una catastrofica siccità legata la clima. La conseguente aridità  ha distrutto il 60% delle fattorie siriane, uccidendo l’80% del bestiame,  spingendo un milione e  mezzo  di  profughi  nelle città  dove già erano arrivati altrettante persone in fuga dalla guerra irachena. Esistono documenti interni del governo siriano pubblicati da Wikileaks, in cui si avverte di un imminente  esplosione  per  via  di negabile che abbiano contribuito a spalancare poco dopo le porte dell’inferno con l’intricata guerra civile in quel paese. E fra gli orrori che pesano sulle coscienze di coloro che si sono limitati ad assistervi, vi è il flusso di profughi che dal Medioriente e dall’Africa settentrionale si sono riversati  in Europa, destabilizzando il progetto europeo e la stessa Unione europea. Ora assistiamo all’ascesa di un populismo autoritario alimentato in parte da uno storico risentimento verso l’immigrazione. E quello siriano è un esempio che potrebbe ripetersi  altrove  nel  mondo. Sta     quindi     alla     nostra “immaginazione  morale”  di capire la portata delle possibili conseguenze».  Però con Trump si registra una vittoria invece del negazionismo climatico…  Premetto che fra le cause scatenanti del populismo autoritario e dell’attuale crisi dei profughi in Europa c’è quella economica del 2008 iniziata proprio in Usa con la truffa dei mutui subprime e la grande recessione che ne derivò. Ma il problema risale a monte, agli anni ’70, quando si è fermata la crescita dei redditi. Le cause sono molteplici, in primo luogo globalizzazione e  automazione. La prima ha avuto molti benefici, riducendo drasticamente la povertà di numerose regioni del pianeta. Ma nei  paesi ricchi l’effetto è stato una emorragia di impieghi ben retribuiti. Allo stesso tempo l’automazione si è rivelata ancor più problematica. Da 200 anni gli economisti vanno rassicurandoci che  malgrado  le  apparenze l’automazione  in  realtà  è  in grado di produrre più impieghi di quanti ne elimina. Ma negli ultimi dieci anni l’automazione si è estesa fino ad interessare  le  attività  cognitive con l’espansione di robotica e l’avvento delle prime forme di intelligenza artificiale. E tutto indica che questa rivoluzione eliminerà molti più impieghi di quelli che potranno essere creati. Con la strumentalizzazione politica tutto contribuisce a fenomeni come gli slogan sulla costruzione dei muri di confine e l’ascesa di personaggi come Duterte nelle Filippine e gli omologhi in Europa. Non è un quadro confortante. No, esistono però anche segnali  incoraggianti,  una  governance ambientale più illuminata in Cina e altri esempi positivi di cui parlo nel film. Esistono due narrazioni: quella delle   conseguenze   sempre più pericolose  e imminenti, e quella delle soluzioni sempre più a portata di mano e a buon  mercato.  E  accessibili nel preciso momento storico in   cui   l’economia   globale ristagna  e stenta  a trovare risposte adeguate ad automazione e iperglobalizzazione. Quello che serve per ritrovare la crescita è un progetto globale  che possa impiegare milioni di persone in ogni paese. E io dico che questo esiste: possiamo installare pannelli  solari  e  mulini  eolici, creare  infrastrutture  e  ammodernare edifici in ogni comunità.  Quando  il  mondo riuscirà a decidere di affrontare questa sfida, avremo trovato anche la soluzione alla crisi economica globale. A Parigi sembrava si fosse cominciato a farlo, poi c’è stata l’elezione di Trump. Potrebbe invertire la rotta?  Siamo certamente agli inizi di una nuova era e in questa storia ci sono molti capitoli ancora da scrivere. Ma io sono convinto che potrebbero esserci più motivi  di ottimismo che di timore. Credo che quella che io chiamo la rivoluzione sostenibile è ora così forte che nessun individuo può fermarla. Certo, è vero che per fermare la crisi ambientale  è  essenziale  implementare appieno gli accordi di Parigi e poi andare oltre. Perché possa essere così, è importante una leadership americana. Nella sua assenza abbiamo visto con l’intervento del presidente cinese a Davos, da dove sono appena arrivato, che altri sarebbero pronti a riempire il vuoto. Spero che perfino questa amministrazione possa capirlo e ravvedersi. La politica però non sempre sembra disponibile. È vero che in politica ben poco si concretizza senza che sia la gente a esigerlo. Per questo abbiamo voluto ricorrere al cinema,  un mezzo in grado di comunicare e convincere milioni di persone della realtà scientifica del mutamento climatico e della concretezza delle soluzioni disponibili. Al di là del governo Trump, quindi,  io credo  che  continueremo  a  fare progressi soprattutto perché il costo dell’energia rinnovabile compete ormai con quello degli idrocarburi. Sono le stesse aziende, imprenditori ed investitori, a promuovere una rivoluzione che potrebbe abbinare la portata di quella industriale alla rapidità di quella digitale. Non è un caso che ormai la messaggistica aziendale sia così incentrata sull’essere “verdi.” I consumatori stessi ormai reclamano la responsabilità ambientale. E i giovani, a differenza della mia generazione,  danno  valore   a professioni che contribuiscano  alla  responsabilità  ambientale. Il trattato di Parigi è stato pensato anche in funzione di questo: mandare un segnale preciso  all’imprenditoria che il treno sta lasciando la stazione e se non sarete a bordo, rischiate di rimanere tagliati fuori. Uno degli elementi più significativi del film riguarda i suoi sforzi a Parigi per convincere un’India assai scettica a firmare il trattato e quanto questo abbia riguardato anche le politiche bancarie. Quali sono le responsabilità della finanza? Moltissime. Nel momento in cui i tassi nei paesi ricchi sono i più bassi della storia, quando i paesi poveri cercano finanziamenti  per  la  riconversione energetica sostenibile si trovano in un mercato del denaro che chiede loro tassi esorbitanti, del 12-13%, oltre alle incognite legate al cambio valutario. I paesi ricchi del mondo hanno il dovere di agevolare l’accesso ai fondi per la conversione energetica  a tassi equi. Sei mesi dopo Parigi la Banca mondiale ha  concesso  all’India uno storico prestito agevolato di 1 miliardo di dollari grazie al quale quel paese ha annunciato la fine dell’importazione di carbone e la riduzione dei nuovi impianti termici a carbone da molte centinaia  a cinquanta. Ora, naturalmente, le società che dipendono dalla combustione   di   idrocarburi per i loro enormi profitti usano la propria ricchezza per influire ancor più sui politici. Allo stesso tempo vi sono sempre uomini politici pronti  a fare tutto ciò che essi chiedono. Per questo assistiamo a paradossi come leggi che arrivano a vietare l’accesso a queste tecnologie.  Lo scopo di questo film è di diffondere la verità su questa realtà fra gli elettori e fare in  modo che quei politici che ricevono soldi da quegli interessi per finanziare le proprie campagne elettorali  comincino  a sentire dagli elettori  che questo non è più accettabile nel nome dei nostri figli.  Quindi non si deve disperare nemmeno di fronte a Trump? A mio modo di vedere la disperazione è solo un’altra forma di rimozione. Proprio come esistono  stadi  critici  nel  mutamento climatico così esistono punti si rottura nel processo politico.  Nella mia vita vi ho assistito di persona, ad esempio in tema di diritti civili, da ragazzo nel profondo Sud. Oggi è incredibile pensare che esistessero davvero quelle leggi di  discriminazione  razziale. Ma poi tutto è cambiato. Un grande economista, Rudy Dornbusch, usava dire che “i mutamenti ci mettono sempre più a succedere di quello che ti aspetteresti ma poi avvengono molto più in fretta di quello che avresti creduto.” E così è  stato  con  la  massa  critica che ha infine modificato rapidissimamente le leggi sul matrimonio gay negli Stati uniti. Fino a cinque anni fa se mi aveste detto che sarebbe successo così rapidamente vi avrei creduto pazzi. Il movimento per il clima è simile a quello per i diritti civili per i neri e per gli omosessuali  e  come  quello per  il  suffragio  universale, contro  l’apartheid   o   come l’abolizionismo  in   America 150 anni fa. Tutti questi movimenti in definitiva hanno dato risposta a una semplice domanda:  cos’è  giusto  e  cosa non lo è? E alla fine, quando si ripulisce il sottobosco e riusciamo a guardare  non solo coi nostri occhi ma coi nostri cuori,  allora la decisione diventa semplice e morale. Sul clima ci siamo  quasi. Ci siamo quasi.

 

 

MERCATO DEL LAVORO IL MURO CHE DIVIDE INSIDER E OUTSIDER

Niente disarticola il tessuto sociale e le comunità, indebolisce la  struttura industriale e i  servizi quanto un periodo prolungato di alta  disoccupazione. Nulla deprime l’anima  di un Paese e porta  l’insicurezza nelle case e  nelle famiglie più della  mancanza del reddito. A dieci anni dalla crisi, il lavoro è il punto di incrocio fra la perdita di competitività profonda del nostro tessuto  economico – nell’intersecarsi fra i laureati e gli occupati in professioni intellettuali e tecniche fra i  25 e i 49 anni, tanto strategico per compiere un salto di qualità tecno-manifatturiero, l’Italia è fra le  peggiori in Europa con il 23% dei  primi e il 35% dei secondi e l’incapacità atavica del nostro sistema istituzionale di prendere una  precisa direzione di marcia. Non si è deciso di superare il dualismo del mercato del lavoro, diviso tra insider protetti e outsider privi di tutele, con la scelta compiuta nel  Jobs act di non modificare l’Articolo 18 per chi aveva già un lavoro a tempo indeterminato. Il risultato è un sistema senza una precisa fisionomia, che diventa un campo di battaglia permanente per  gli scontri politici e gli agguati  culturali. Perché, intorno al lavoro italiano, mille tasselli si compongono e ricompongo di continuo, in un mosaico mutevole e  ipercinetico. Uno scenario da biennio rosso Secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione è salito dal 6,7% del  2008 alla punta del 13,5% toccata  nel primo trimestre del 2014, per  poi assestarsi all’11,6% del terzo  trimestre del 2016. I numeri puri,  rispetto ai numeri percentuali,  possono avere una maggiore forza di rappresentazione. I nostri  connazionali disoccupati erano  nel 2008 1,6 milioni, nel primo trimestre del 2014 sono più che raddoppiati arrivando a sfiorare i 3,5  milioni, nel 2016 sono tornati 3 milioni. Sono balzi weimariani o,  per restare in Italia, da biennio  rosso. Il tasso di disoccupazione  giovanile, che era pari al 21,2% nel 2008, ha avuto il picco del 46,2%  nel primo trimestre del 2014, per  poi “scendere” al 34,5% del terzo  trimestre dell’anno scorso. Nel  2008 i ragazzi fra i 15 e i 24 anni senza un lavoro erano 388mila e, nei  dieci anni che hanno piegato il Paese, a un certo punto – nel primo  trimestre del 2014 sono diventati 743mila, per poi calare nel terzo  trimestre del 2016 a 543mila.  Questo scenario è ben rappresentato nella sua forza disgregatrice dall’elaborazione compiuta  da Emilio Reyneri, sociologo del  lavoro dell’Università di Milano Bicocca: il tasso di mancata partecipazione al lavoro, che oltre ai disoccupati tradizionali include anche la fascia grigia di quanti non  cercano attivamente una occupazione  ma  vorrebbero  lavorare,  esplode nel 2015 al 22,5%. Nell’area euro è al 14,6%, in Francia al 12,6%, in Germania al 5,8% e in Spagna al  25,2 per cento. L’abnormità relativa di questo tasso indica anche  che, in Italia, non c’è alcun incentivo a presentarsi nei centri per l’impiego che riescono ad intermediare meno del 3% della forza lavoro (il canale più usato per trovare  lavoro  è  la  rete  delle  conoscenze) perché finora nessun disoccupato nei fatti ha mai  avuto alcun obbligo a cercare un  lavoro, come invece accade in tutti gli altri Paesi europei. Tornando agli indicatori classici dell’Istat, il  tasso di inattività è rimasto abbastanza costante, oscillando in questi dieci anni di grande crisi fra il 36 e il 38 per cento (quello giovanile,  ha  avuto  oscillazioni  maggiori,  partendo dal 69% e spesso lambendo quota 75%). Ma il gap principale è il tasso di occupazione,  che è sensibilmente inferiore a  quello degli altri Paesi europei, e  nonostante i tentativi di riforma  del mercato del lavoro è rimasto  stabile, fra il 56 e il 57,5 per cento.  Dieci anni fa i Neet – i ragazzi fra 15 e 24 anni che né studiano né lavorano – erano 986mila, nel terzo trimestre del 2013 sono saliti più di 1,4 milioni, e nel terzo trimestre del  2016 sono diventati 1,225 milioni.  Peraltro, il tema della condizione  giovanile si intreccia con l’altra  bomba innescata nel cuore dell’Italia: la scarsa partecipazione  delle donne al mercato del lavoro. Se la percentuale degli uomini occupati è allineata allo standard europeo (66,5%) quella delle donne  è di gran lunga inferiore (48,1%). A ciò si aggiunga l’ultra sottovalutato problema demografico, con la  progressiva riduzione dei giovani. Il mercato del lavoro non funziona. E tutto si avvita. L’inefficienza del sistema Il Paese, alla fine, non ha scelto.  Ogni tentativo di apertura e di liberalizzazione del mercato del lavoro si è dimostrato velleitario. Nell’edizione del 2016 del suo indice delle liberalizzazioni l’Istituto Bruno Leoni ha assegnato,  su una scala da zero a dieci, 5,13 punti al profilo normativo e 5,04  alle performance, con un indice  complessivo di 69 su 100. La via  anglosassone, dunque, non si attaglia al caso italiano. Allo stesso  modo, una roadmap più “continentale” – fatta di compattezza  dei rapporti di lavoro e allo stesso tempo di una efficienza sistemica in grado di sviluppare produttività di lungo periodo – non funziona. Prendiamo la relazione fra due  parametri  dell’Ocse  come  l’indice  di  penalizzazione  dei  giovani nell’accesso e nella valorizzazione sul mercato del lavoro e l’indice di robustezza dell’occupazione a tempo indeterminato. Nelle elaborazioni compiute  da Emilio Reyneri l’Italia, che ha  un enorme deficit nella transizione fra scuola e lavoro, riesce a essere  all’apice  dell’inefficienza:  fatto 100 il livello di discrimine  sui giovani il nostro Paese vale 244 (il massimo in Europa) e fissato a base 1 l’indice di protezione dell’occupazione a tempo indeterminato vale 2,7. Come la Germania, che però con 62 punti ha il più basso indice di penalizzazione dei giovani in Europa.  Consideriamo il contributo del lavoro alla crescita del valore aggiunto dell’intera economia. Dal  1995 a oggi il valore aggiunto ha  avuto una variazione annua media di mezzo punto percentuale.  «Questo aumento – si legge nel report “Misure di produttività 19952015” è imputabile quasi esclusivamente all’accumulazione di capitale (che ha contributo per un  +0,5%) e in minima parte all’impiego del fattore lavoro (che ha  contributo per un +0,1%)». Nel  periodo più duro della crisi, fra  2009 e 2013, la variazione media  annuale del valore aggiunto è stata negativa per lo 0,4%, con un  contributo  del  lavoro  negativo  per l’1,1 per cento. Tra il 1995 e il  2015 la produttività del lavoro è  aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3%: 1,6% la media Ue.  Da anni i principali organismi internazionali premono per dare un ruolo maggiore alla contrattazione decentrata, legando gli aumenti retributivi agli incrementi di  produttività. Una spinta alla produttività del lavoro è arrivata con  il ripristino nel 2016 della detassazione del premio di risultato; a novembre erano coinvolti oltre 5 milioni di dipendenti (il 29,8% dei 17  milioni di dipendenti), secondo  l’ultimo report al 13 gennaio scorso sono stati depositati al ministero  del  Lavoro  18.716  contratti  aziendali e territoriali che si pongono obiettivi di crescita di produttività o redditività, o prevedono un piano di partecipazione dei  lavoratori. In prevalenza sono imprese di dimensioni medio-grandi. L’accordo dello scorso 15 luglio tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil  consente anche alle imprese di  piccole dimensioni prive di rappresentanze  sindacali  di  introdurre retribuzioni collegate ai risultati aziendali usufruendo dei  benefici fiscali. Il punto vero è che il tema del lavoro è spiccatamente multidimensionale. Non si risolve soltanto sul piano legislativo. È una complessa ricetta con molti  ingredienti. In cui il diritto si interseca con la formazione, il capitale umano con la capacità di mescolare nell’organizzazione delle imprese professionalità e tecnologie Il ruolo ambiguo delle policy Se è vero che le leggi da sole non  fanno l’occupazione, è altrettanto vero che le norme possono  creare un contesto più o meno favorevole per spingere le imprese ad assumere. Il Jobs act, accompagnato dai robusti incentivi fiscali, ha prodotto risultati evidenti nel primo anno di applicazione, il 2015, quando la decontribuzione  sulle  assunzioni  a tempo indeterminato e le stabilizzazioni erano piene, ma gli effetti si sono progressivamente  affievoliti nel corso del 2016, in  corrispondenza del taglio dello sgravio contributivo, e mentre la grande  crisi  iniziata  nel  2008  continuava in Italia a esercitare la sua forza distruttrice.  Per l’osservatorio dell’Inps nel 2015 hanno beneficiato del bonus  fiscale in 1,4 milioni tra assunzioni  a tempo indeterminato e stabilizzazioni  di  contratti  a  termine,  mentre tra gennaio e novembre  2016 sono scesi a 492mila i rapporti di lavoro stabili incentivati. Del resto  la  scommessa  del  governo  Renzi era quella di intercettare la  ripresa con il Jobs act, considerando che la crescita resta il principale incentivo per assumere, ma lo scenario economico è stato differente. In questo contesto è importante che il governo Gentiloni dia seguito agli impegni presi in precedenza, sulla riduzione strutturale  del cuneo fiscale dal 2018. Lo sgravio  contributivo  generalizzato  quest’anno è sostituito da un incentivo mirato per le assunzioni  con contratti a tempo indeterminato di giovani e al Sud. Ma oltre alla componente “costo del lavoro”,  c’è un deficit formativo che spesso ostacola l’incontro tra domanda e  offerta di lavoro. Per anni la parola «impresa» nella scuola ha suscitato sospetti e provocato sorrisini.  Non a caso la transizione fra scuola e mondo del lavoro in Italia richiede in media 13,9 mesi, contro  gli 8,5 della Ue. Con la Buona scuola le imprese, invece, hanno accolto gli studenti per periodi di apprendimento ispirati al modello di formazione duale della Germania, dove fin dai banchi delle scuole  professionali gli studenti sono indirizzati verso i mestieri e dove il  tasso di disoccupazione giovanile  viaggia intorno al 6 per cento. Nell’anno scolastico 2015-2016 in Italia sono stati coinvolti 650mila studenti delle terze superiori, quest’anno saranno 1,1 milioni di ragazzi (anche le quarte) e, a regime, un milione e mezzo. Ma la formazione è la chiave di volta anche per garantire l’occupabilità ai disoccupati. Le politiche attive sono il  tassello mancante della riforma  del lavoro del governo Renzi. A  due anni dalla nascita, l’Agenzia  Anpal sta finalmente per inviare le lettere a 32mila disoccupati, con  una politica di ricerca del lavoro finalmente attivo. È un primo segnale, anche se per i 3 milioni di disoccupati si tratta di una goccia  nell’oceano.  Era  ora.  È  ancora  troppo poco.  


 

La riforma che ha dato una scossa alla Spagna

Per Mariano Rajoy la riforma del mercato del lavoro è il più importante risultato raggiunto dal suo governo. Il premier spagnolo rivendica il merito del continuo miglioramento dei dati sull’occupazione  e  non  si stanca di ripetere che anche la ripresa economica che la Spagna sta vivendo, straordinaria dopo la crisi più profonda della sua storia democratica,  è  una  diretta  conseguenza  delle nuove regole sul lavoro introdotte nel 2012, della sua  ley estrella, la legge stella della passata legislatura. E anche oggi, alla guida di un governo di coalizione e di minoranza, sta resistendo ai tentativi dell’opposizione  che  intende smontare la riforma in Parlamento. «L’economia spagnola cresce a ritmi superiori al 3%  all’anno  ma  dobbiamo proseguire su questa strada, non possiamo tornare indietro», ha commentato Rajoy di fronte alle proposte socialiste.  «Cancellare  la  riforma  del lavoro ha aggiunto, pur  dicendosi disponibile a migliorare le norme esistenti è il più grave errore di politica economica che la Spagna può fare. La riforma sta funzionando, abbiamo già creato un milione e mezzo di posti ma  ne dobbiamo creare ancora altrettanti». Il lavoro è stato la priorità di Rajoy da subito: la crisi finanziaria di Lehman, la bolla immobiliare che scoppiando ha travolto  l’immobiliare  e  le  grandi imprese di costruzione, il collasso del sistema bancario delle cajas, hanno portato la Spagna vicina al default. Nella recessione durata tre anni, il tasso di disoccupazione è arrivato al 27% con l’aggravante  di  un  dato  sui giovani vicino al 60% e oltre sei milioni di spagnoli si sono trovati senza un impiego.  Non c’è dubbio che introducendo le nuove regole sui licenziamenti e sulla contrattazione il leader conservatore abbia vinto un’importante partita: contro l’opposizione di sinistra e contro i sindacati, mostrando  capacità  di  comando che non tutti gli riconoscevano. Ed è altrettanto  certo che la riforma del lavoro nel suo complesso abbia dato una scossa al Paese. Ma gli effetti sull’occupazione e sulla crescita economica non sono facili da valutare. Per l’economista Juan Ramon Rallo «la riforma del lavoro è servita per ridurre i costi  di  ristrutturazione  dell’economia spagnola, in modo      particolare      con riferimento alle piccole e medie imprese. Senza la riforma, i costi dei licenziamenti sarebbero stati molto più alti e questo avrebbe tolto risorse  alle imprese costringendole  in definitiva a licenziare di più». Gli esperti del Ceoe, la  confindustria  spagnola,  affermano che «la riforma ha permesso al Paese di uscire più rapidamente dalla crisi. Alle imprese che dovevano per  forza  adottare  misure  traumatiche ha concesso più  flessibilità e ha dato regole che si adattavano alle gravi necessità del momento». José Ignacio Garcia Perez, docente all’Università de Olavide di Siviglia, arriva a quantificare il contributo della riforma: «Il 32% del calo della disoccupazione  si  può  attribuire  alle  nuove  regole  sul  lavoro,  la  parte restante viene dalla crescita economica».  La riforma di Rajoy ha tuttavia fatto aumentare il lavoro precario spaccando ancora più profondamente un Paese diviso tra lavoratori stabili e  protetti  contro  lavoratori precari e senza prospettive. Nell’ultimo anno la metà delle persone che hanno trovato un impiego ha dovuto accettare un contratto a tempo determinato mentre nel totale degli occupati spagnoli, i contratti a tempo determinato, stagionali o precari hanno superato il 27 per cento. Senza  che siano stati recuperati i disoccupati di lunga durata che sono ormai un quarto dei senza lavoro. Ed è su questi dati  che si basano le critiche comprensibili dei sindacati e le  proposte dell’opposizione in Parlamento. La riforma voluta dal governo  di  centro-destra  nel 2012 ha ridotto drasticamente le indennità che devono essere corrisposte al lavoratore a tempo indeterminato in caso di licenziamento senza giusta causa. Ha introdotto inoltre il licenziamento per cause oggettive, cioè economiche.  E  ha  permesso   in questo seguendo la linea già seguita dai governi socialisti di José Luis Zapatero la contrattazione in deroga a livello aziendale sia sugli orari che sulle retribuzioni. Nel caso di licenziamento senza giustificato motivo il lavoratore ha diritto solo a un indennizzo (in sede giudiziaria) che la riforma ha ridotto da 45 a 33 giorni per ogni anno lavorato e che comunque non può superare i 24 mesi contro i 42 previsti in precedenza. Nel licenziamento  “oggettivo”, per cause economiche, l’impresa che ha un calo di fatturato nei nove mesi precedenti o lo prevede nei nove successivi può licenziare il lavoratore con un indennizzo di 20 giorni per anno lavorato per un massimo di 12 mesi. Il Fondo monetario ha più volte lodato «le riforme introdotte dalla Spagna che continuano a dare frutti ma che devono essere migliorate e allargate  perché  l’economia  possa mantenere una crescita solida e duratura», sottolineando come «la moderazione salariale e la flessibilità del mercato del lavoro» abbiano contribuito «al recupero di competitività dell’economia,  alla creazione di lavoro con buon ritmo» e in definitiva alla crescita del Pil. Tuttavia la responsabile  per  la  Spagna  del  Fondo,  Andrea  Schaechter, ha criticato Madrid invitando il governo a cambiare la riforma per favorire i contratti a tempo indeterminato, senza tuttavia penalizzare la  flessibilità in uscita a favore delle imprese: «La gran parte del lavoro che si va creando è a tempo determinato, la dualità del mercato del lavoro è tanto marcata da impedire gli investimenti in capitale umano con inevitabili conseguenze sulla produttività dei lavoratori». Anche per la Commissione europea è necessario mettere mano alle regole perché «l’evidente disparità tra lavori protetti e precari ha un  impatto  molto  negativo sulle condizioni dei lavoratori e sulla coesione sociale». «Le imprese spagnole afferma Jordi Canals, docente  di Strategic Management alla Iese Business School hanno sfruttato il crollo dei prezzi del  petrolio,  il  quantitative easing e i tassi bassi della Bce, così come il boom del turismo. Ma solo la Spagna in Europa ha saputo trasformare questi i vantaggi in una solida crescita  economica,  solo  la Spagna ritrovando competitività si è fatta guidare dall’export  nella  ripresa».  Secondo l’economista della Iese un buon numero di imprese,  anche medie, ha guadagnato competitività non solo sfruttando il costo del lavoro ma anche  investendo,  con  una  strategia chiara, in innovazione e guardando ai mercati internazionali. Canals sottolinea inoltre che «il governo spagnolo è riuscito a dare alle multinazionali  un  contesto stabile nel quale investire: soprattutto in settori come automotive, farmaceutica e chimica. La stabilità ha contribuito a far aumentare gli investimenti diretti dall’estero che  hanno poi sostenuto con forza le esportazioni e la crescita di tutta l’economia». Lo sviluppo dell’automotive  è  stato  impressionante. Tutti  i  grandi  produttori mondiali hanno investito in nuovi impianti produttivi in Spagna. L’industria automobilistica spagnola vale ormai il 10% del Pil e oltre il 16% delle esportazioni e il Paese iberico con 2,7 milioni di veicoli realizzati è al secondo posto in Europa tra i Paesi produttori, davanti alla Francia e dietro  solo  alla  Germania,  mentre nella classifica mondiale ha superato anche il Brasile salendo all’ottavo posto. Spiega Mario Armero, vicepresidente esecutivo di Anfac, l’associazione che riunisce tutti i produttori nel Paese: «Gli accordi di stabilimento ci hanno dato grande flessibilità senza tensioni con i sindacati, e anche il tessuto industriale che si è formato attorno alle fabbriche ha fatto molto». Secondo Armero, la riforma del governo Rajoy si è inserita in un una «tradizione di buone  relazioni industriali» dando garanzie di stabilità ai grandi gruppi stranieri. Il miglioramento della produttività del lavoro è innegabile, la disoccupazione è scesa sotto il 20% e la Spagna continua a crescere più velocemente  delle  altre  grandi economie  europee.  La  crisi  economica è superata e le tensioni  sociali  probabilmente diminuiranno.  Ma  non  può bastare, anche la Spagna sarà costretta a rifondare il proprio sistema economico e industriale. «Per muoversi come Germania, Corea o Giappone nella rivoluzione digitale spiega Raymond Torres, economista di Funcas la Spagna deve proseguire con le riforme, compresa quella del lavoro. E il lavoro precario, la mancanza di formazione e di investimenti sul lavoro sono  un impedimento enorme per competere nel mondo». 

 


 

L’ALLEANZA EFFIMERA DEI POPULISTI

di Sergio Romano

Posso comprendere i sentimenti di gioia e compiacimento con cui i maggiori populismi europei hanno salutato a Coblenza  l’arrivo di Donald Trump alla  Casa Bianca. Per molti anni,  circondati da un ambiente  scettico e ostile, hanno  criticato le aperture  internazionaliste e  umanitarie dei loro governi,  hanno combattuto i mercati  unici e le grandi zone di  libero scambio, hanno  auspicato il ritorno dei loro  Paesi alla sovranità  economica e monetaria,  hanno denunciato le  importazioni cinesi e l’«orda  straniera» degli immigrati  che stavano entrando nelle  loro terre e hanno invitato i  loro connazionali a scendere  in piazza contro la  globalizzazione. Il loro più  disprezzato nemico è la  «correttezza politica», vale a  dire quella combinazione di  norme, precetti e auspici  che sono stati considerati,  talora con troppo zelo, un  indispensabile segno di  progresso morale e civile. Ed  ecco che, finalmente, dopo  essere stati lungamente  ignorati e snobbati, questi  partiti e movimenti  constatano con enorme  soddisfazione di avere a  Washington una sorta di zio  che dice spesso, a voce  molto più alta e con maggior  autorità politica, le stesse  cose. Il suo avvento al potere  sembra nobilitarli e il suo  slogan, America first è la  esatta traduzione di quello,  «il mio Paese anzitutto»  (nella versione tedesca  Deutschland über alles), che  è stato in questi anni il  motivo ricorrente del  populismo europeo. Esistono tuttavia  problemi, di cui nessuno, in  questi ambienti, sembra  essere consapevole. I n primo luogo, quale forma di collaborazione politica ed economica potrebbe esistere, se i populisti andassero  al  potere  in  Europa, fra Paesi che sarebbero tutti, anche  se  con  sfumature  diverse, nazionalisti e protezionisti? Sappiamo che la globalizzazione, insieme alle nuove tecnologie, ha colpito mestieri e aziende che non erano in grado di tenere testa alla concorrenza  cinese.  Ma  sappiamo anche che l’ingresso della Cina nel mercato mondiale ha creato  una  enorme  società dei  consumi  in  cui  molte aziende europee possono lavorare e prosperare.  Il  bilancio  finale  di  un mondo  protezionista  è  sempre  complessivamente  negativo. Grazie alle tariffe doganali,  i  governi  nazionalisti  e protezionisti  colgono  qualche effimero beneficio elettorale, ma si lasciano alle spalle un sistema autarchico e provinciale, una società introversa  e  mediocre.  In  secondo luogo, credono davvero i populisti al potere che il presidente  Trump  li  tratterebbe come  amici  e  lontani  congiunti? Quando rispondeva ai loro  interessi  gli  Stati  Uniti, hanno  spesso  invocato  la  libertà dei mercati. Ma nelle loro  fasi  protezioniste  sono spesso stati brutalmente egoisti. E  in  terzo  luogo,  infine,  i populisti europei dovrebbero ricordare  che  all’origine  del libero commercio vi è anche la convinzione che la guerra dei dazi esaspera le divisioni e possa diventare, prima o dopo,  semplicemente  guerra. Nel suo ultimo discorso, pronunciato  al  Parlamento  di Strasburgo il 17 gennaio 1995, François  Mitterrand  disse  di essere nato durante la Prima guerra mondiale, di avere fatto la Seconda e di essere giunto alla conclusione, durante la sua vita, che «il nazionalismo è la guerra».


LA CROCIATA DEI LITIGIOSI

di Paolo Mieli

Nel 1289 Papa Niccolò IV lanciò un estremo appello per un intervento militare in Terrasanta. O, quanto meno, per il sostegno alle ultime città che resistevano ai musulmani.  Con  un  sottile  distinguo  tra «crociata-istituzione» e «crociata-movimento» (queste ultime, quelle a più convinta partecipazione popolare), Antonio Musarra nell’accurato studio Acri 1291. La caduta degli Stati crociati (il Mulino), riesce ad annoverare tra le crociate anche quella di Papa Masci. Le crociate nel Duecento avevano subito un «processo di istituzionalizzazione», erano divenute «uno strumento di pressione — politica, giuridica e fiscale — nelle mani del papato, che non esitava a farne largo uso sia contro i propri oppositori, sia contro i nemici della fede, fossero essi eretici, pagani o saraceni». Ma quella del 1289 — che in senso proprio non può certo essere definita una crociata — faceva leva su quel «senso di partecipazione corale all’impresa d’Oltremare» che era ancora in grado di mobilitare migliaia di italici. Benché anche quell’esercito composto da alcune migliaia di uomini annoverasse parecchi professionisti della guerra, «si era ben lungi dalla creazione di un corpo di mercenari». Partecipavano invece molti contadini, persone semplici, oltretutto in un periodo in cui sarebbe stato possibile lucrare le indulgenze in modi più accessibili  che  non  comportavano  l’attraversamento del Mediterraneo: ad esempio combattendo per il Papa in Sicilia. Si capì, in quell’occasione, che impugnare le armi per Gerusalemme, scrive Musarra, «rappresentava ancora qualcosa per cui valeva la pena vivere, amare e soffrire», e di ciò «si sarebbero presto avvertite le conseguenze». Anche se l’impresa non fu di giovamento per quella che dopo la perdita di Gerusalemme era diventata la  capitale  dell’Outremer.  Quella  spedizione non aiutò Acri che dal 1104 per quasi due secoli (eccezion fatta per la breve parentesi di Salah al-Din, tra il 1187 e il 1191) era stata uno dei principali capisaldi latini in Medio Oriente. Anzi in qualche modo ne originò la caduta. Racconta la Cronaca  del  Templare  di  Tiro  (1243-1314) —  edita da Liguori a cura di Laura Minervini — che furono proprio i «crociati» di Papa Niccolò a violare, pur senza esserne consapevoli, i patti in vigore dal 1283, patti che garantivano ai sudditi del sultano libera circolazione nella regione di Acri. I «crociati» — secondo una versione confermata dal veneziano Marin Sanudo — uccisero per motivi mai accertati una gran quantità di piccoli commercianti «saraceni» che portavano le loro mercanzie all’interno della città. Oltretutto, secondo gli accordi del 1283, l’arrivo di quegli uomini provenienti da lande europee, anche in assenza di atti di guerra, avrebbe implicato l’immediata sospensione delle relazioni tra i soggetti contraenti. C’è però tuttora una certa vaghezza e ci sono molte  discordanze  sulle  origini  del  conflitto che provocò la caduta di Acri. Secondo Antonio Musarra è assai probabile che il sultano desiderasse da tempo occupare la città, anzi che ne auspicasse la «completa distruzione» in modo da eliminare sia il principale approdo per ulteriori spedizioni occidentali, sia il più importante polo economico dell’intera regione costiera; e ciò per «facilitare i propri traffici lungo la direttrice terrestre che univa Antiochia e Aleppo ad Alessandria d’Egitto». Tanto più che gli accordi del sultano con le città marinare e con il regno di Aragona (stipulati tra il 1288 e il 1290) garantivano  una  prosecuzione  degli  scambi con i mercati occidentali. In ogni caso. Acri, dunque non era che un ostacolo, la «cui eliminazione avrebbe giovato al sultanato su diversi fronti». Negli ultimi vent’anni, lamenta Musarra, la storiografia ha preferito partire dal 1291 per occuparsi di quel che venne dopo, ovvero dei mutamenti  subiti  dall’idea  di  crociata  a  seguito della perdita definitiva della Terrasanta. È il caso, ad esempio, del libro di Marco Pellegrini Le crociate dopo le crociate (il Mulino). La maggior parte degli storici moderni, denuncia Musarra, ha trattato poi questa vicenda «secondo un’ottica prettamente occidentale o occidento-centrica o europeo-centrica che dir si voglia; e ciò malgrado gli Stati crociati tardo-duecenteschi rappresentassero soltanto un tassello nel complesso mondo vicino-orientale e centro-asiatico, un mondo che vedeva come protagoniste potenze di ben altro peso rispetto a quelle europee, ad esempio quella mongola e quella mamelucca». L’autore di questo libro si rifà invece a fonti non eurocentriche, parte delle quali sono state già citate da Paul M. Cobb in La conquista del Paradiso. Una storia islamica delle crociate (Einaudi), da Benjamin Z. Kedar in Crociata e missione. L’Europa incontro a l’Islam (Jouvence),  da  Jean  Richard  in  La  grande  storia delle crociate (Newton Compton) e da Franco Cardini in In Terrasanta. Pellegrini italiani tra Medioevo  e  prima  età  moderna  (il  Mulino). Fonti che, ognuna in modo diverso, mettono in risalto il ruolo svolto da queste altre potenze. Inoltre, per quel che riguarda l’Europa, Musarra analizza in dettaglio lo spirito di discordia, le rivalità esistenti tra gli ordini monastico-cavallereschi, le lotte fratricide in corso tra i mercanti delle città marinare che fecero da sfondo alla disfatta di Acri, contribuendo ad accelerarne la rovina. L’ Occidente di allora, benché impegnato in una serie di aspri conflitti — tra il papato e l’impero, tra le principali monarchie del tempo, tra le potenze marittimo economiche italiane — non cessava di centrare buona parte della propria «auto-rappresentazione» sulla Terrasanta e, in particolare, su Gerusalemme. E fu così che si trovò presto coinvolto nelle lotte che coinvolsero il territorio siro-palestinese nella seconda metà del Duecento, «assistendo, attonito, al fallimento di una delle più importanti affermazioni di potenza» che avrebbe dovuto consistere nella trasposizione (forzata) d’un modello di società piuttosto definito nei suoi caratteri religiosi, economici e culturali in un «ambiente altro». Un ambiente nel quale «cristiani e musulmani (o, meglio, franchi e saraceni), al netto delle proprie differenze culturali e religiose, non erano avversari obbligati; anzi, ciò che caratterizzava i loro rapporti era la stipula continua di paci, tregue e perfino alleanze». Tanto che «la ricerca del profitto, la vicinanza ai saraceni, con cui si intrattenevano floridi rapporti commerciali, furono indicate tra i motivi principali della disaffezione latina verso la Terrasanta cristiana». Le ragioni del lento declino di Outremer erano da ricercarsi, secondo Musarra, nelle sue divisioni interne: «Gli ultimi re di Cipro e Gerusalemme», fa notare lo storico, «non erano stati in grado di ricompattare le sue molte anime, tanto meno di mediare tra le numerose forze in campo». Per di più «un ruolo importante era stato giocato oltre che dagli ordini militari, dai comuni italiani ai quali la nuova strategia crociata assegnava un ruolo importante». Ma un successo sarebbe stato immaginabile  solo  imponendo  all’Egitto  un  duro blocco  navale,  che  avrebbe  implicato,  però, l’abbandono del commercio con le terre islamiche. E, scrive, Musarra, tali disposizioni furono «regolarmente disattese». Di qui la definizione di «mali christiani» con cui Fidenzio da Padova («che aveva avuto modo di rendersi personalmente  conto  della  situazione»,  sottolinea  lo storico) stigmatizzò i mercanti italiani.  Prima di quel fatale 1291, c’era stata l’ «anticrociata» dell’imperatore Federico II, il quale,  ancorché scomunicato da Gregorio IX, nel 1229 riuscì a riconquistare, provvisoriamente, Gerusalemme per via diplomatica (a patto di dissuadere i franchi da ogni nuovo intervento militare). Dopodiché, però, ne era venuta una guerra civile tra le truppe imperiali e i baroni locali, che non volevano perdere i loro privilegi. E Acri era diventata il centro della resistenza anti-imperiale. Nel 1248 Luigi IX di Francia si era messo alla testa di una spedizione militare che aveva come primo obiettivo la conquista dell’Egitto.  Un’impresa disastrosa: «Fu questa la prima battaglia», scrisse il cronista Ibn Wasil, «in cui i leoni turchi vinsero i cani infedeli». L o stesso re Luigi finì nelle carceri egiziane (ma fu trattato con il rispetto dovuto al suo rango e fu liberato dopo il pagamento di un riscatto e la promessa della restituzione di Damietta agli islamici). Infine all’inizio del 1257 scoppiò la cosiddetta «guerra di San Saba» che per oltre un quarantennio avrebbe contrapposto Genova, Pisa e Venezia, la quale si concluse con due schiaccianti vittorie — una dei genovesi sui pisani, la seconda dei veneziani sui genovesi — e mise Acri (dove oltretutto si fronteggiavano le famiglie Ibelin e Montfort) in ginocchio. Nel 1259 per di più si era affacciato nella regione l’esercito mongolo che aveva conquistato Aleppo. E fu per combatterlo che si rafforzò l’armata dei mamelucchi. Siamo così alla caduta di Acri. Il sultano Qalawun lasciò il Cairo con il suo esercito alla volta di Acri verso la fine di ottobre 1290. Morì poco dopo e il suo posto fu preso dal secondogenito al-Malik al-Ashraf Khalil (che, dopo aver probabilmente ordito l’uccisione del suo fratello maggiore, fece immediatamente arrestare alcuni emiri sospettati di trame contro di lui). Giunse davanti ad Acri nell’aprile 1291, forte di 70 mila cavalieri e 150 mila fanti (secondo le stime di certo esagerate fornite dal summenzionato Templare di Tiro) a fronte dei difensori della città che, «crociati» compresi, ammontavano a meno, molto meno di 15 mila, tutti agli ordini di Giovanni di Grailly e Ottone di Granson. L’ attacco decisivo fu dato a metà maggio. Nel 1099, fa osservare Musarra, Gerusalemme era stata conquistata dai crociati in 38 giorni; poco meno di due secoli dopo,  Acri aveva resistito soltanto una manciata di giorni in più. La difesa finale (essendosi dati Grailly e Granson alla fuga) fu organizzata dal maresciallo del Tempio, Pietro di Sevrey. Questi, in segno di sfida, ordinò di lanciare dalla  torre principale cinque prigionieri. La risposta dei mamelucchi fu spietata: sterminarono tutti, frati minori, clarisse e domenicani; i maschi adulti che si erano arresi, furono decapitati, donne e bambini furono tratti in schiavitù. Eccessi di crudeltà? No, la regola a quell’epoca. Cento anni prima, nell’agosto 1191, quando il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone (assieme a Filippo Augusto di Francia) aveva rotto l’assedio del Saladino ad Acri, per accelerare le trattative aveva fatto massacrare i prigionieri musulmani. Tutti. Ciò che persino ai contemporanei parve come un atto di inaudita ferocia. Dopo Acri caddero Tiro, Sidone Beirut. Outremer sopravvisse sull’isola di Cipro, dove si erano rifugiati gli esuli provenienti dalla costa (odiati, per giunta, dalla popolazione cipriota). Nel 1299, chiamati da un emiro siriano in contrasto con il sultanato cairota, giunsero nella regione i mongoli guidati da Ghazan, che sterminarono i mamelucchi: se non fossero dovuti tornare in Persia per domare alcune rivolte l’Oltremare sarebbe stato a lungo dominato dagli asiatici. E il Papa? Niccolò IV aveva promulgato nell’agosto  dello  stesso  1291  un’enciclica  in  cui  esortava i fedeli a vendicare l’offesa fatta ad Acri a Cristo e alla Chiesa. Poi chiese a Genova e Venezia di partecipare alla missione di riconquista, ma le due città marinare continuarono a farsi la guerra tra loro. Un anno dopo Niccolò morì e fu sostituito — a seguito di due anni di interregno — dal celeberrimo Celestino V, indotto a ritirarsi pochi mesi dopo esser asceso al soglio. Fu poi la volta di Bonifacio VIII a cui Dante, tra l’altro, rinfacciò (nel XXVIII canto dell’Inferno) di aver fatto «guerra presso Laterano e non con Saracin né con Giudei». Ma Bonifacio ebbe il genio di inventare il Giubileo, grazie al quale chi si fosse recato in pellegrinaggio a Roma presso le basiliche dei santi Pietro e Paolo avrebbe ottenuto la remissione dei peccati. Proprio come quelli che avevano preso parte alle  crociate. Nel 1342 il sultano con grande magnanimità avrebbe concesso alla Chiesa di Roma la Custodia Terrae Sanctae affidata ai Minori. Da quel momento lo spirito delle crociate svanì del tutto. O quasi. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


 

 

Niente maturità senza il lavoro

Maturità solo con la  formazione on the  job.  Corsi  di  recupero  anche  alle  medie e alla primaria. E punteggio della prova Invalsi di  V superiore che potrà essere  utilizzato dalle università per  l’ammissione alle facoltà a numero chiuso. Prende forma nel  decreto legislativo n.384 la delega della Buona Scuola sulla  valutazione e gli esami di Stato. L’alternanza scuola-lavoro  diventa  requisito  necessario  per l’ammissione all’esame di  Stato ed entra esplicitamente  nel colloquio orale attraverso  uno specifico elaborato o una  relazione. Si partirà a giugno  2018 con i primi studenti delle  superiori che avranno svolto nel  triennio finale percorsi di alternanza scuola-lavoro curricolari  secondo l’obbligo fissato dalla  L.107/2015. Anche i candidati esterni possono esporre la  relazione o l’elaborato oggetto  dell’esperienza di lavoro eventualmente svolta. Ma per loro  l’alternanza non è requisito per  l’ammissione. Dovranno invece  obbligatoriamente sostenere la  prova nazionale Invalsi in italiano, matematica e inglese perché è divenuta requisito di ammissione agli esami. Così come  avere almeno la media del sei,  compresa la condotta. Fissati anche i costi per i  test Invalsi. In particolare per  quella nuova di inglese alla primaria, alle medie e alle superiori. La relazione tecnica al decreto, infatti, precisa che per la  V primaria nel medio termine  sarà una prova cartacea unica,  molto probabilmente tra un livello pre A1 e un A1-/A1, verificando le competenze di lettura,  comprensione dell’ascolto, funzionamento della lingua inglese. Con costi per il 2107 stimati in 390mila euro, mentre dal  2018, a regime, di 1 milione e  15mila euro annui. La prova di  inglese in III media riguarderà  anche le competenze di scrittura, sebbene opzionale solo su un  campione. Il livello di difficoltà  sarà da A1+ a A2+. Il costo di  674mila euro per il 2017 e a regime, dal 2018, di 914mila euro.  Stesso tipo di competenze per  la prova Invalsi di inglese in V  superiore, che sarà informatizzata e verificherà un livello da  B1a B2. Con costi stimati sono  pari a 726mila euro per il 2017,  mentre a regime dal 2018 saranno di 1 milione 21mila euro.  Per le prove informatizzate di  italiano e di matematica a tutti gli studenti di V superiore,  infi ne, si ipotizzano per il 2017  890mila euro e dal 2018, a regime, 1 milione 186mila euro.  Le nuove rivelazioni Invalsi,  dunque, avranno un costo di  2 milione 680 mila euro per il  2017, e di  4 milioni 137 mila  dal 2018, ai quali si provvederà  attraverso la riduzione del fondo La Buona Scuola. Non prevedono oneri aggiuntivi i corsi di  recupero delle competenze base  di italiano e matematica alla  primaria e alle medie, poiché  verranno effettuati da ciascuna scuola attraverso l’organico  dell’autonomia e nei limiti delle  risorse disponibili a legislatura  vigente.  Il  Miur  ha  individuato  i potenziali a cui rivolgere i  corsi di miglioramento: circa  il 30% del totale degli studenti  della primaria e delle medie.  Gli alunni saranno divisi in un  gruppi standard di 12, che effettueranno ciascuno 12 ore annue  di attività di recupero e rinforzo da parete di 1.084 docenti di  potenziamento alla primaria e  675 alle medie, rispettivamente  il 10% e il 9,3% del totale.


 

COME IL COTONE HA CAMBIATO IL  MONDO

Cinque  millenni:  da  tanto  dura la storia del cotone. Cominciata  nella  Valle  dell’Indo,  in  America  Latina  e  in  Africa  Orientale, nel corso dei secoli è diventata una “cartina di tornasole” delle trasformazioni sociali del nostro pianeta. E  soprattutto della sua economia. La parabola dei batuffoli bianchi e dei suoi filamenti di cotone è infatti la storia di piccoli centri artigianali, sparsi per il mondo. Racconta di imprenditori intraprendenti e di scienziati più o meno mattoidi  capaci di grandi invenzioni. Ma evoca  anche il sudore degli schiavi costretti a  lavorare nelle piantagioni in condizioni  disumane o degli operai sfruttati nell’industria tessile. Il cotone, insomma, più di  ogni altro prodotto è figlio di un fenomeno che ci riguarda anche oggi: il capitalismo globale.  Dall’Oriente. «La domesticazione, la filatura e la tessitura del cotone sorsero indipendentemente in Asia Meridionale, in  America Centrale e in Africa Orientale»,  spiega nel libro L’impero del cotone (Einaudi) Sven Beckert, docente di Storia  americana all’Università di Harvard.  «Le conoscenze sulla sua coltivazione  e lavorazione si propagarono rapidamente lungo le rotte commerciali e migratorie  del tempo», continua Beckert, «arrivando  a ramificarsi in diversi territori: uno snodo  cruciale di questa trasmissione dei saperi  fu l’India e, successivamente, grazie anche  al contributo dell’islam, il Medio Oriente. Non a caso nel IX e nel X secolo in Iran si  assistette al primo boom del cotone per rifornire i mercati di Baghdad».  Le tecniche di lavorazione allora erano  artigianali, per lo più familiari. Di fatto il  cotone per secoli fu lavorato in casa. Del  resto se ne servivano i familiari e soltanto il cotone in eccesso era venduto ai mercanti, che lo barattavano volentieri con il  sale e che poi lo portavano lungo le vie  carovaniere fino ai mercati lungo le coste.  Da dove, solcati i mari, poteva poi raggiungere le corti di tutto il mondo. O quasi. L’Europa, infatti, fino alla fine dell’Impero romano e oltre, rimase poco interessata alle “vie del cotone”. Pianta  o  animale? Gli europei preferivano vestirsi con  abiti di lino e lana. Il cotone  era conosciuto, ma era considerato un materiale di lusso, un po’ esotico. E sicuramente molto buffo. «Molti  europei immaginavano il cotone come un ibrido tra una pianta e un animale: un “agnello vegetale”», racconta Beckert. «Nell’Europa  medioevale circolavano storie di pecore  che crescevano sulle piante e scendevano  nottetempo per abbeverarsi; altre leggende parlavano invece di pecore attaccate al  suolo per mezzo di bassi steli». La lavorazione del cotone in Europa iniziò solo nell’VIII secolo grazie agli Arabi (che dominavano la Sicilia) e grazie ai  contatti instaurati dai crociati nel mondo islamico.  Fu allora che a Milano, Arezzo, Bologna, Venezia e Verona sorsero le prime  industrie cotoniere, che sfruttavano le competenze già maturate  nella lavorazione della lana,  aggiungendovi nuove tecniche “rubate” ai Saraceni.  Venezia divenne il primo  porto franco europeo di cotone. E fu in Europa che si  escogitarono tecniche innovative: una tra tutte, la ruota per filare, che triplicò la produttività dei filatori italiani. Se prima si ottenevano 120  metri di filo in un’ora, nello stesso tempo  ora se ne producevano 360 metri. La produzione fece gola anche ad altri Stati, tra  cui la Germania. Ad Augusta (in Baviera)  sorse uno dei complessi tessili più importanti: lo mise in piedi  un Fugger, padre del più celebre banchiere (v. riquadro a sinistra). Nuovi mercati. Nel Cinquecento qualcosa cambiò. Non solo per il cotone, ma per  l’economia del Pianeta. I confini del mondo “esplosero”: la scoperta delle Americhe  e i viaggi di esplorazione aprirono nuovi  orizzonti. Gli imperi mercantili europei  non ci misero molto a capire che quei batuffoli bianchi potevano rivelarsi una fonte  di ricchezza. Tanto da essere soprannominati ben presto “oro bianco”: un oro quanto mai necessario, in anni di guerre e carestie, per finanziare le casse sempre vuote degli imperi coloniali.  Motore della società. «Espansione imperialistica, espropriazioni e schiavismo  acquisirono un ruolo chiave nell’emergere di un nuovo ordine economico globale e nella successiva comparsa del capitalismo», spiega infatti Beckert. Di quel  “nuovo ordine” il cotone fu uno dei motori più potenti.  Che cosa avvenne in sostanza? La gestione dell’economia, traffici del cotone  inclusi, passò nelle mani delle compagnie  commerciali. Anzitutto di quelle inglesi,  che in breve tempo vampirizzarono il primo produttore mondiale di cotone, che era  allora l’India.  Sfruttando la sua posizione di forza politica ed economica, l’Inghilterra trattava  prima con agenzie locali, poi direttamente con i produttori, da cui acquistava tessuti e cotone grezzo. Una parte veniva ceduta in cambio di spezie, il resto si importava in Europa. Qui il cotone era immesso  nel mercato interno o nuovamente imbarcato, questa volta verso l’Africa. In Africa il cotone era merce di scambio usata  per acquistare schiavi destinati a lavorare  nelle piantagioni di cotone del Nuovo Mondo. I  sovrani  africani  erano  grandi amanti dei tessuti di cotone. «Uno studio  ha analizzato i 1.308 baratti effettuati tra il 1772 e il 1780 da un mercante inglese in cambio di 2.218 schiavi della Costa d’Avorio:  le stoffe costituivano oltre la metà del valore di tutte le merci commerciate», dice  Beckert. Per comprare schiavi africani da  rivendere in America occorreva dunque il  cotone, più che armi o alcol, come molti pensano.  Quattro continenti (Asia, Africa, Europa e Americhe) finirono per essere inesorabilmente legati tra di loro da una rete di  scambi gestita dagli inglesi. Mai nei precedenti 4 millenni di storia del cotone, la  globalizzazione economica era stata così evidente. inghilterra infelix. Le innovazioni tecnologiche dei secoli successivi fecero il resto. «Così come la Silicon Valley ha agito  da incubatore della rivoluzione  informatica», riprende Beckert,  «allo  stesso  modo le colline intorno a  Manchester, in Inghilterra, si trasformarono  nel  tardo  Settecento nel focolaio dell’industria all’avanguardia di quell’epoca: l’industria tessile».  Le campagne inglesi brulicavano di stabilimenti. I paesi diventarono città e migliaia di persone lasciarono le fattorie per   mettersi al servizio di un nuovo tipo d’uomo: l’industriale, ben diverso dal mercante. Fu cercando di organizzare  in modo più efficiente la filatura del cotone che i pionieri dell’industria moderna  fecero i loro primi passi. Non serviva più acquistare tessuti in India, bastava procurarsi il cotone  grezzo. Il tessuto si produceva in patria, dove le innovazioni si susseguivano e acceleravano i tempi di lavorazione.  La lista delle conquiste tecnologiche  è serrata: la spoletta volante (1733) che  raddoppiò la produttività dei tessitori; il filatoio meccanizzato (1769); le prime macchine a vapore (1789) che permettevano  di azionare i telai. La produzione domestica fu sostituita da fabbriche e filande: bastava avere a disposizione un corso d’acqua di cui sfruttare l’energia idrica per  mettere il turbo alla produzione.  Nel giro di un secolo, l’Inghilterra cambiò faccia grazie al cotone. Nel 1835 Alexis  de  Tocqueville,  dopo  aver  visitato  Manchester, scrisse queste parole: “Una  spessa e nera coltre di fumo copre la città. In questa semioscurità 300.000 creature umane si agitano in continuazione. È  in questa cloaca infetta che il più grande  fiume dell’industria umana si origina per  fecondare l’universo. Da questa fogna immonda sgorga oro puro. È qui che lo spirito umano si perfeziona e si abbrutisce, la  civiltà produce le sue meraviglie e l’uomo  civilizzato torna a essere quasi un selvaggio”. Un “girone dantesco” che per molti decenni inghiottì generazioni di operai,  spesso donne. Arriva  lo Stato. La storia del cotone  si intrecciò ancora una volta con quella  dell’economia nell’Ottocento. Cioè quando lo Stato cominciò a imporre al mercato dell’“oro bianco” tariffe per l’esportazione, dazi e (con molto ritardo) regole  per chi lavorava nelle fabbriche. Mercanti  e produttori dovevano fare i conti con una  realtà sempre più complessa. Gli operai cominciarono a contare di più  e nel Novecento la nascita di sindacati e  partiti politici di massa fece il resto. Risultato? I lavoratori del cotone furono più tutelati ma il costo di produzione dei tessuti e dei filati schizzò alle stelle. Tanto che i  produttori sono andati a cercare manodopera là dove il costo del lavoro è più basso: in Bangladesh, Pakistan, India, Cina.  Così, in un certo senso, il cotone è tornato a casa, nelle regioni dove è nato.      

• Giuliana Rotondi


 

Charles Ponzi (1882-1949) Lo “schema Ponzi” prometteva interessi altissimi in breve tempo pagandoli con i denari  raccolti dai nuovi clienti che via via convinceva. 

Han Van Meegeren (1889-1947) Artista mancato, divenne uno dei più abili  falsari d’arte del XX secolo. Riuscì a vendere  falsi fiamminghi persino al nazista Himmler. 

Cassie Chadwick (1857-1907) Fingendosi l’erede di Andrew Carnegie, uno  degli uomini più ricchi di tutti i tempi, riuscì a  farsi prestare milioni di dollari dalle banche. 

Wilhelm Voigt (1849-1922) Nel 1906, travestito da ufficiale prussiano,  fece imprigionare il sindaco e il tesoriere di  Köpenick e rubò il tesoro della città. 

Henri Louis Grin (1847-1921) Preso il nome di Louis de Rougemont, finse di avere avuto incredibili avventure in Australia  e in Asia che pubblicò su un periodico inglese. 

Mary Wilcocks (1791-1864) Figlia di un ciabattino, nel 1817 riuscì a farsi  passare per la principessa Caraboo, rapita dai  pirati dall’inesistente isola di Javasu. 

Victor Lustig (1890-1947)  Poliglotta, portò a termine numerose truffe  sui transatlantici, ma è ricordato per essere riuscito a vendere ben due volte la Torre Eiffel. 

Oscar Hartzell (1876-1943) Nel 1919 convinse decine di migliaia di  abitanti dello Iowa con cognome Drake che  avevano diritto all’eredità di Sir Francis Drake. 

Frank W. Abagnale Jr (1948) Negli Anni ’60 incassò 2,5 milioni di dollari  in 26 Paesi usando otto diverse identità. A lui è  ispirato il film Prendimi se puoi, con DiCaprio.  

Carlos Henrique Raposo (1963) Nome d’arte Carlos Kaiser: per 20 anni si fece passare per calciatore, ma una volta ingaggiato fingeva infortuni al momento di giocare. 


 

 

Gens il potere di Roma

Hanno accompagnato la storia  di Roma per tutta la sua fase  repubblicana e anche gli imperatori si sono fatti belli grazie a loro. Sono le gentes, le famiglie più  antiche e aristocratiche dell’Urbe, quel­ le che facevano risalire le loro origini, in  qualche caso, alle tribù semileggendarie che si riunirono intorno ai Sette Colli,  sulle rive del Tevere.   Dalla gens alla familia Il latino gens (“persone, gente”, o an­ che “stirpe”) è associato al termine di patres, i “padri” delle tribù che contribuirono alla fondazione dell’Urbe. Per questo  le famiglie aristocratiche romane erano  dette patricii, “patrizi”. Ma che cos’era  la gens? Era costituita da uomini e don­ ne discendenti da un personaggio mitico  o leggendario. Schematizzando, le gentes più antiche discendevano dal centinaio di  senatori scelti da Romolo, ai quali se ne  aggiunsero altri, tra cui plebei con grandi  risorse economiche.  Non  tutte  le  gentes  erano  “romane  doc”: la originaria divisione in tre tribù  (Ramnes, Tities e Luceres) della popola­ zione arcaica fa pensare che almeno due  terzi dei Romani fosse di origine sabina  ed etrusca: i Ramnes erano latini, i Tities  sabini e i Luceres etruschi.  Dalle gentes sarebbero derivate le  familiae che in qualche caso contarono più  del ceppo originario: val­ ga per tutti l’esempio de­ gli Scipioni, appartenenti  alla gens Cornelia ma pas­ sati alla Storia, appunto, co­ me Scipioni. Il sistema famigliare La familia, che discendeva da un capo­stipite, vivo o defunto, era più facilmente  identificabile rispetto alla gens, che comprendeva diverse famiglie. Complicato,  ma non troppo: i rapporti tra i membri  della gens si possono ricostruire con il sistema di nomi usato dai Latini: praenomen: era  il  nome  proprio  del­ l’individuo,  che  non  si  trasmetteva  ai  discendenti; nomen: indicava la gens di appartenenza, che si trasmetteva ai discendenti;  cognomen: caratteristico dell’individuo,   si trasmetteva ai discendenti; signum: era il soprannome facoltativo. Così,  per  esempio,  all’interno  della  gens Cornelia, il nome completo di Scipione l’Africano (vincitore in Africa contro i Cartaginesi) era Publio Cornelio Scipione Africano, mentre suo fratello (vincitore in Asia contro i Parti) si chiamava  Lucio Cornelio Scipione Asiatico. Nel sistema aristocratico tutto ruotava  attorno al pater familias, che aveva potere di vita e di morte su tutti i componenti,  maschi e femmine, liberi e schiavi. E non a caso la parola familia deriva da famulus, “servo” e si applicava anche a chi non  aveva vincoli di sangue con il pater familias: inclusi i clientes e chi veniva formalmente adottato. Tutti dovevano attenersi  agli stessi vincoli, culti famigliari e regole.  La gens, inoltre, era tenuta a pagare  una multa comminata a un suo membro,  se questi non era in condizione di pagarla, o a indossare abiti neri durante un  processo nel quale era coinvolto un parente accusato di qualche reato.  Comuni a una stessa gens erano anche  i mores gentium, cioè i costumi e le abitudini tipici di ogni stirpe, e una serie di  norme che assumevano valore di legge,  vincolanti nelle famiglie patrizie. Comuni  erano infine i sepolcri, il culto degli antenati e quello del nume tutelare della gens. Quanto contavano  le matrone La politica dell’antica Roma non era  certamente  appannaggio  delle  donne,  neppure di quelle appartenenti alle gentes più prestigiose e di antica data. Eppure le matrone rivestivano il ruolo di “poteri occulti” attraverso il gioco delle alleanze matrimoniali per sancire accordi politici: basti ricordare Ottavia, sorella  di Ottaviano data in moglie a Marco Antonio. Oppure Giulia, figlia di Cesare andata in sposa a Pompeo Magno. O ancora un’altra Giulia, figlia di Augusto, maritata dapprima ad Agrippa, poi a Tiberio.   Le matrone in genere limitavano la loro  influenza alla sfera domestica, dove spesso erano delle vere sovrane, e a relazioni clandestine dai risvolti politici, come  amanti di personaggi di spicco. Come si entrava  in una gens La discendenza diretta da membri di  sesso maschile assicurava l’appartenenza  a una gens. Ma anche uno schiavo poteva  entrare a farne parte: dopo essere stato liberato, prendeva lo stesso nome gentilizio del padrone. Non solo. L’ingresso era  possibile anche per i componenti di altre gentes mediante l’adozione, che poteva riguardare anche un’intera familia: se  un pater familias si metteva sotto la protezione di un pari grado, portava con sé  tutti i membri del suo nucleo famigliare.  Più frequenti i casi di adozione di un  singolo figlio, che veniva così sottoposto  a una potestas altrui. Chi adottava faceva  entrare l’adottato nella propria gens come  figlio oppure come nipote. In questo secondo caso l’adottato manteneva tra i cognomina quello della gens d’origine con  il suffisso anus.  Valga per tutti l’esempio del conquistatore di Cartagine, Publio Cornelio Scipione Emiliano, figlio di Lucio Emilio Paolo  Macedonico e adottato dal figlio di Scipione l’Africano. Altre adozioni celebri sono  quelle di Giulio Cesare con Ottaviano, di  Augusto con Tiberio e di Tiberio con Germanico. Fu così che questi grandi personaggi della storia romana si tramandarono, oltre al nome, il potere, legittimando  agli occhi dei rivali la loro ascesa al trono. E questo dimostra quanto politica e  famiglia, nell’antica Roma, fossero strettamente connesse. 

• Andrea Frediani 


Che cos’è la post-verità?

Che cos’è la post-verità? Si tratta di informazioni senza alcun fondamento, diffuse per vere allo scopo di  influenzare l’opinione pubblica (per esempio, falsità su avversari politici).  Non si tratta solo di notizie di cui non si è accertata l’attendibilità, ma di contenuti  volutamente inventati per suscitare clamore, senza curarsi del fatto che possano essere  facilmente smentiti. Chi ha interesse a divulgarli fa leva anche sul tam-tam poco critico dei  social media. I curatori degli Oxford Dictionaries, i dizionari editi dalla prestigiosa università  inglese, l’hanno eletta parola dell’anno per il 2016 (in inglese: post-truth). Infatti, la frequenza  d’uso del termine è cresciuta del 2.000% rispetto al 2015. Gli studiosi spiegano che  l’impennata è avvenuta in concomitanza con due eventi politici che si ritiene associati a un  largo uso di post-verità: il referendum che ha determinato l’uscita del Regno Unito  dall’Unione Europea e la nomination di Donald Trump per la corsa alla Casa Bianca. 

 

Perché ci accorgiamo se qualcuno ci sta osservando?

Perché ci accorgiamo se qualcuno ci sta osservando?  NON SI TRATTA DI PERCEZIONI extrasensoriali, ma di un meccanismo collegabile all’istinto di sopravvivenza: il cervello sta semplicemente raccogliendo informazioni nell’ambiente intorno a noi. Secondo Ilan Shrira, psicologo sociale presso il Lake Forest College (Usa), la sensazione che qualcuno stia osservando qualcosa nella nostra direzione, o che ci stia proprio guardando, si genera da una zona del cervello che è predisposta a determinare verso dove gli altri rivolgono lo sguardo. Diversi studi, secondo Shrira, confermerebbero la presenza di specifiche cellule che si “accendono” nel momento in cui si verifica una situazione del genere, con una particolare sensibilità se qualcuno ci sta scrutando direttamente. D’altra parte, molti mammiferi si accorgono se un altro animale li fissa da lontano: nell’uomo e nei confronti di altri uomini questo sistema di rilevamento è più preciso, anche in virtù della maggiore quantità di bianco nella sclera oculare che consente di delimitare la posizione di pupilla e iride. Per questo riusciamo a indovinare dove gli altri stanno guardando. 

 

Curiosity

Clara Ma è una ragazza  del  Kansas  di  origine  cinese.   È   stata   lei   a  proporre,  nel  2009,  il  nome  Curiosity  per  il  rover che cerca di svelare i segreti di Marte.  Oggi  Clara  ha  21  anni  e  il  “suo”  robot  ha  trascorso  sul  pianeta  quasi  1.600  sol  (“sol” è il nome del giorno marziano, che  corrisponde  a  24  ore  e  37  minuti  terrestri), superando di gran lunga i due anni  previsti per la missione. Un’epopea straordinaria, in cui il rover è  passato attraverso mille difficoltà (v. anche riquadro in ultima pagina): guasti ai  computer,  problemi  di  comunicazione,  danni alle ruote... Senza contare il proibitivo  ambiente  marziano,  dove  a  volte  spirano venti impetuosi e le temperature  variano tra –130 e +40 °C. Malgrado questo, il rover ha già soddisfatto molte... curiosità: per esempio confermando che su  Marte sono presenti sostanze organiche.  «Ma  anche  se  gli  obiettivi  primari  sono  stati raggiunti, l’esplorazione continua»,  ha dichiarato Lisa May, uno dei responsabili  Nasa  del  programma.  «Abbiamo  speso 2,5 miliardi di dollari per mandare  Curiosity  lassù  e  continueremo  a  sfruttarlo  finché  potremo».  A  dirla  tutta,  la  missione ha rischiato di fallire già durante l’atterraggio. Curiosity, infatti, è molto  diverso dai rover che lo hanno preceduto, come Sojourner, giunto su Marte nel  1997, un “carrellino” a 6 ruote di soli 10  kg  e  con  pochissimi  strumenti.  Anche  i  più recenti rover gemelli Spirit e Opportunity,  in  missione  su  Marte  dal  2004,  pur  essendo  più  grandi  e  più  attrezzati non  superano  i  170  kg.    Curiosity,  invece, è lungo 3 metri e pesa più di 900 kg.  Come  una  vettura  da  città;  ma  zeppa  di  strumenti (spettrometri, accelerometri,  minitrapani e detector di ogni tipo), che  non  avrebbero  sopportato  un  impatto  meno  che  morbido.  Il  guaio  è  che  l’atmosfera di Marte è troppo rarefatta per  offrire ai paracadute una resistenza sufficiente,  ma  è  comunque  troppo  densa  per garantire una discesa stabile usando  come freni soltanto i razzi. In più, ovviamente, nessun airbag sarebbe mai bastato per attutire l’impatto di una massa da  una tonnellata. Che cosa fare, dunque? COME  UNA  MARIONETTA.  La  Nasa  ha  studiato   un   sistema   complicatissimo,  che però era l’unico in grado di funzionare (v. video in realtà aumentata alla pag.  prec.).  Inglobato  in  una  sorta  di  guscio  protettivo,  il  rover  è  entrato  nell’atmosfera  a  una  velocità  di  20mila  km/h.  Il  rallentamento è iniziato a 10 km di quota  con l’apertura di un paracadute; dopo 28  secondi, a 7 km di quota, si è separato lo scudo termico; dopo altri 77 secondi, a 1,8  km  dal  suolo,  si  è  staccata  la  calotta  superiore cui era attaccato il paracadute e  si sono accesi gli 8 retrorazzi del modulo  di discesa. A 20 metri di altezza, il rover  è  stato  calato  dal  modulo  con  una  “gru  spaziale” (sky crane), appeso a una struttura di corde di nylon, come una marionetta.  Appena  prima  di  toccare  il  suolo,  le  sospensioni  si  sono  estese,  pronte  ad  attutire l’impatto nel momento del touchdown e in quell’attimo le corde si sono  staccate facendo schizzare via il modulo  di  atterraggio,  perché  non  cadesse  sul  rover. Una sequenza attuata in totale autonomia,  perché  qualunque  istruzione  inviata  dalla  Terra  avrebbe  richiesto  14  minuti  per  arrivare  a  destinazione.  Ancora  oggi,  i  tecnici  della  Nasa  non  chiamano questa fase “l’atterraggio” (o “l’ammartaggio”), ma “i 7 minuti di terrore”. IL  MISTERO  DEL  CARBONIO.  Ormai  è  assodato  che,  in  un  lontano  passato,  su  Marte  vi  è  stata  acqua  in  abbondanza;  quindi il principale obiettivo di Curiosity  era quello di determinare se nei crateri e nelle sabbie del pianeta rosso ci fosse la possibilità di una vita batterica. In passato, infatti, nessuna analisi aveva mai rilevato composti organici marziani e la cosa sembrava  davvero  strana:  possibile che sulla Terra la vita si trovi ovunque, anche nei luoghi più inospitali, e su Marte no? «La cosa più sorprendente era l’assenza di  carbonio  organico  (cioè  carbonio  legato in composti organici, ndr), dal momento  che  ce  n’è  anche  sulla  Luna», fa notare Cesare Guaita, chimico ed esperto di esplorazione spaziale. In realtà, una  spiegazione  per  questa  assenza  l’aveva  trovata nel 2008 la sonda Phoenix, mandata  su  Marte  proprio  per  analizzare  chimicamente il suolo alla ricerca di vita  microbica. «Phoenix scoprì nel terreno un’abbondante   presenza   di   perclorati di sodio e di magnesio, ultimo indizio di un antico mare ricco di cloro», racconta Guaita.  «Purtroppo,  però,  quando  per analizzare un campione si usa un gascromatografo, si deve scaldare il campione stesso... con il risultato che i perclorati distruggono le molecole organiche». TROPPA VITA. Gli esperti della Nasa hanno pensato allora di usare un silanizzante, cioè una sostanza che rende volatili le sostanze organiche, in modo che per analizzarle basti scaldarle pochissimo. «Una trovata geniale, se non fosse accaduto un incidente: una provetta di silanizzante, anch’esso  a  base  di  carbonio,  si  è  rotta  nel  corso  della  prima  analisi  inquinando l’intero ambiente del laboratorio. Da  quel  momento  si  è  trovato  carbonio  in  ogni  analisi...  ma  era  quello  del  silanizzante!», conclude Guaita. Ci sono voluti  due anni per ripulire tutto e per trovare  –  finalmente!  –  il  primo  frammento  organico,  un  campione  di  clorobenzene,  che  non  poteva  derivare  dal  carbonio  portato dalla Terra. Ora, quindi, è certo  che su Marte ci sia carbonio organico, la  base della vita: non era stato mai trovato per colpa di tutto quel cloro presente  nell’antico oceano marziano.  Più o meno in quel periodo, Curiosity festeggiava il primo anno di missione (l’anno marziano dura circa 2 anni terrestri)  facendo risuonare per la prima volta una  musica umana nella rarefatta atmosfera  del pianeta rosso: Happy Birthday to You. NUOVE  SCOPERTE,  NUOVI  DUBBI.  Un  altro  obiettivo  di  Curiosity  era  la  ricerca del metano nell’atmosfera, un gas che  può  essere  di  origine  vulcanica  ma  può  anche  derivare  dall’attività  biologica  di  microrganismi. Il rover era stato attrezzato  con  uno  strumento  apposito.  «Invece  niente.  Per  quasi  due  anni  nessun risultato», racconta Guaita. «Poi, all’improvviso, gli strumenti hanno registrato  una  “vampata”  di  metano  che  è  durata  tre mesi, per poi sparire». Ora sarà necessario prelevarne una quantità maggiore,  in un’altra occasione, per poter valutare  se la sua origine sia vulcanica o batterica.  Quel che è certo, è che i batteri terrestri  “metanogeni”,   cioè   produttori   di   metano,  su  Marte  se  la  caverebbero  bene.  Lo  ha  dimostrato  un  gruppo  guidato  da  Timothy   Kral   dell’Università   dell’Arkansas   (Usa),   mettendone   due   ceppi (Methanobacterium   formicicum   e   Methanothermobacter wolfeii) in un terreno  chimicamente identico a quello marziano e sottoponendoli ai tipici cicli di gelodisgelo del pianeta rosso. Forse su Marte  i  batteri  ci  sono  davvero,  ma  probabilmente bisognerebbe scavare parecchio e  il trapano di Curiosity arriva al massimo  5-6 cm sotto terra. Dovremo aspettare il  2020 e il rover europeo ExoMars 2, con  un trapano capace di arrivare a 2 metri,  per avere risposte conclusive. UN VIAGGIO NEL TEMPO. In più di 4 anni,  il rover ha percorso solo una quindicina  di chilometri, molto meno di quanto pianificato.   «Ogni   perforazione   fatta,   richiede mesi per verificare la durezza del  terreno,  definire  il  punto  esatto  in  cui  scavare e infine per valutare la qualità del  materiale  estratto.  E  di  perforazioni  ne  sono state fatte 12», lo giustifica Guaita.  Ora, però, Curiosity si è definitivamente  avviato lungo le pendici del monte Sharp,  che s’innalza per 5.500 metri all’interno del  cratere  Gale.  Attualmente  si  trova  a 150 metri di altezza. «In questa fase della missione», dice Michael Meyer, uno dei responsabili  del  programma  Curiosity alla  Nasa,  «il  rover  leggerà  i  successivi strati di roccia come le pagine di un libro, fornendoci     informazioni     totalmente nuove su Marte». Adesso, per esempio, si trova su uno strato detto “Formazione di Murray” che si è rivelato di natura argillosa. «In altre parole, si tratta del fondo di un antico lago», interviene Ashwin Vasavada  del  Jet  Propulsion  Laboratory. «Sarà lo spessore di questo strato a dirci quanto  a  lungo  è  vissuto  questo  lago  e come si è evoluto nel tempo». Mauro Gaffo