Trump può far esplodere la Ue

Trump può far esplodere la Ue

C’ è un romanzo che  suggerisco  di  leggere ora, nei giorni  dell’«avvento»  di  Donald Trump e del trumpismo. Si tratta di «The plot  against America», in italiano  «Il complotto contro l’America»,  di Philip Roth, il più grande  scrittore americano dei nostri  tempi,  stupidamente  privato di un Nobel strameritato e  stradovuto. Immagina – Philip  Rothche, nel 1940, Charles A.  Lindberg, dopo avere ottenuto la nomination  repubblicana,  abbia vinto le elezioni presidenziali, battendo Franklin D. Roosevelt. Lindberg è noto per  avere nutrito esplicite simpatie  per il nazismo e per Hitler e,  quindi, il racconto si sviluppa  intorno alla nascita e all’affermarsi negli Stati Uniti di una  sorta  di  nazismo  americano,  mai esplicitato dalla Casa Bianca, diffuso, però, per l’esempio e  l’influenza del presidente, vero  e proprio commander in chief  in una democrazia che, celebrato il rito delle elezioni (ancora  oggi ristretto a coloro che sono  vicini  al  pensiero  dominante,  viste le difficoltà pratiche che  incontrano tanti americani per  essere iscritti nelle liste elettorali e, quindi, votare), si affida del  tutto – o quasi nelle sue mani.  Uno dei personaggi più inquietanti del romanzo è il rabbino  Bengelsdorf,  un  traditore  della comunità ebraica che abbraccia la causa di Lindberg e  dell’americo-nazismo. Venerdì 20 sono rimasto  tutto  il  pomeriggio  incollato davanti alla Cnbc che ha  trasmesso  la  cerimonia  del  trapasso di poteri tra Obama  (un distinto signore dell’establishment) e Trump (un presunto  outsider che potrebbe mettersi  tranquillamente e in Mondovisione le dita nel naso). Ho ascoltato il discorso del presidente  entrante con attenzione e ne ho  ricavato l’impressione che, nei  toni e nelle parole, si trattasse di  un discorso inconsapevolmente  nazista. «Noi cittadini degli Stati  Uniti siamo uniti in un grande  sforzo nazionale per ricostruire  il nostro paese. Insieme determineremo il corso dell’America  e  del  mondo  per  molti  anni.  Affronteremo sfi de, ci confronteremo, ma porteremo a casa il  risultato», «il 20 gennaio 2017  sarà ricordato come il giorno in  cui il popolo è tornato a governare il paese. Le persone dimenticate non saranno più dimenticate», «Il tempo delle chiacchiere  vuote è fi nito. È arrivato il tempo dell’azione: ce la faremo, il  nostro paese prospererà e sarà  di novo ricco (…) Insieme renderemo di nuovo l’America forte.  Renderemo l’America di nuovo  ricca, renderemo l’America di  nuovo orgogliosa, renderemo  l’America di nuovo grande». Ma la frase più hitleriana dell’esibizione trumpiana  è questa: «This American carnage stops right here and stops  right now», il che signifi ca, più  o  meno,  «Questa  carneficina  americana si ferma qui e ora»:  il massimo della mistificazione  e dell’evocazione del rancore di  una nazione, vittima, appunto,  di una carneficina (e ciò non fa  riferimento né all’11 settembre né alle stragi che si sono  verificate in giro per gli Usa).  In  questo  sintetico  florilegio  di  citazioni,  c’è  la  mentalità  razzista che serpeggia ancora  in parte dell’America e c’è una  risposta alle paure della classe  media, sprofondata e confusasi  (a causa dei cambiamenti globali) in quello che una volta si  chiamava il «proletariato» (colletti blu e occupazioni precarie  con salari da fame) che confligge  con il trionfalismo della ripresa  obamiana e sui dati dell’occupazione  che,  evidentemente,  non soddisfaceva proprio quella classe media che è la forza di  ogni democrazia. Che  in  Trump  alberghi  una punta di follia, lo dimostra la notizia che la Casa Bianca sta studiando il trasferimento dell’ambasciata americana in  Israele da Tel Aviv a Gerusalemme: un vero improvviso schiaffo in faccia al mondo islamico,  sunnita e sciita, che non subirà  senza reagire (il che significa il  riacutizzarsi dell’offensiva terrorista).  Abbiamo preso l’abitudine di chiamare populismo ciò  che dovrebbe chiamarsi demagogia, la sindrome dei leader e dei  popoli che li spinge sulla strada  della schizofrenia, l’incapacità di  vedere la realtà e di trasformare  gli errori in pugnalate alla schiena da vendicare (vedi l’italiana  «vittoria mutilata» e il tedesco  «tradimento del fronte interno»  -nel quale avrebbero avuto un  peso determinante gli ebreiche  avrebbe fatto capitolare l’invincibile esercito del Kaiser). Nel discorso di Trump si  aprono squarci che indicano  all’Europa l’ampiezza, forse irreparabile della sua crisi. Qui ci  vuole una parentesi non estranea all’argomento: la Brexit. In  definitiva, essa è consistita nel  rifiuto britannico di fare parte  di un’Europa a trazione tedesca.  Non  va  dimenticato  che  nella Prima guerra mondiale,  le forze armate imperiali ebbero  1.117.000 caduti e nella Seconda  oltre 400 mila. E che, la responsabilità dei due conflitti (con i  connessi orrori), va storicamente e politicamente attribuita ai  tedeschi. E questo bilancio (cui  noi non siamo estranei, ma purtroppo, nonostante gli oltre 650  mila caduti nella Prima, indifferenti) pesa ancora nella mente dei cittadini del Regno Unito.  Anche in America, l’antagonismo nei confronti del ritorno  della Germania ai vertici della  potenza (economica) mondiale  pesa, come pesano i caduti della  Prima (120 mila) e della Seconda (405 mila) guerra mondiale. Questi sentimenti influenzeranno fatalmente l’Europa,  ponendo fine alla sudditanza  francese nei confronti di Berlino  (gabellata con l’illusione di una  co-leadership  franco-tedesca)  e di altri paesi. L’Italia, nella  quale albergano tanti Vidkun  Quisling (il traditore norvegese  che passò al nazismo), subirà gli  eventi: terrorizzata di porsi alla  testa dell’improrogabile «showdown» con la Germania, incapace di difendere i propri interessi,  seguirà la corrente. Forse la Spagna sarà capace di raddrizzare la  spina dorsale e di schierarsi per  un’Europa paritaria e condivisa.  Senza illusioni (dobbiamo sapere che il «quantitative easing» di  Draghi e della Bce ha favorito e  favorisce soprattutto i tedeschi:  i più attrezzati a utilizzarne integralmente i benefici) e, quindi,  senza fallaci speranze, entriamo  in una nuova fase della storia,  nella quale i pericoli di un confronto anche militare sono ben  più alti e immanenti di quanto  sia mai accaduto dal 1945, crisi  di Cuba compresa.

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