MERCATO DEL LAVORO IL MURO CHE DIVIDE INSIDER E OUTSIDER

MERCATO DEL LAVORO IL MURO CHE DIVIDE INSIDER E OUTSIDER

Niente disarticola il tessuto sociale e le comunità, indebolisce la  struttura industriale e i  servizi quanto un periodo prolungato di alta  disoccupazione. Nulla deprime l’anima  di un Paese e porta  l’insicurezza nelle case e  nelle famiglie più della  mancanza del reddito. A dieci anni dalla crisi, il lavoro è il punto di incrocio fra la perdita di competitività profonda del nostro tessuto  economico – nell’intersecarsi fra i laureati e gli occupati in professioni intellettuali e tecniche fra i  25 e i 49 anni, tanto strategico per compiere un salto di qualità tecno-manifatturiero, l’Italia è fra le  peggiori in Europa con il 23% dei  primi e il 35% dei secondi e l’incapacità atavica del nostro sistema istituzionale di prendere una  precisa direzione di marcia. Non si è deciso di superare il dualismo del mercato del lavoro, diviso tra insider protetti e outsider privi di tutele, con la scelta compiuta nel  Jobs act di non modificare l’Articolo 18 per chi aveva già un lavoro a tempo indeterminato. Il risultato è un sistema senza una precisa fisionomia, che diventa un campo di battaglia permanente per  gli scontri politici e gli agguati  culturali. Perché, intorno al lavoro italiano, mille tasselli si compongono e ricompongo di continuo, in un mosaico mutevole e  ipercinetico. Uno scenario da biennio rosso Secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione è salito dal 6,7% del  2008 alla punta del 13,5% toccata  nel primo trimestre del 2014, per  poi assestarsi all’11,6% del terzo  trimestre del 2016. I numeri puri,  rispetto ai numeri percentuali,  possono avere una maggiore forza di rappresentazione. I nostri  connazionali disoccupati erano  nel 2008 1,6 milioni, nel primo trimestre del 2014 sono più che raddoppiati arrivando a sfiorare i 3,5  milioni, nel 2016 sono tornati 3 milioni. Sono balzi weimariani o,  per restare in Italia, da biennio  rosso. Il tasso di disoccupazione  giovanile, che era pari al 21,2% nel 2008, ha avuto il picco del 46,2%  nel primo trimestre del 2014, per  poi “scendere” al 34,5% del terzo  trimestre dell’anno scorso. Nel  2008 i ragazzi fra i 15 e i 24 anni senza un lavoro erano 388mila e, nei  dieci anni che hanno piegato il Paese, a un certo punto – nel primo  trimestre del 2014 sono diventati 743mila, per poi calare nel terzo  trimestre del 2016 a 543mila.  Questo scenario è ben rappresentato nella sua forza disgregatrice dall’elaborazione compiuta  da Emilio Reyneri, sociologo del  lavoro dell’Università di Milano Bicocca: il tasso di mancata partecipazione al lavoro, che oltre ai disoccupati tradizionali include anche la fascia grigia di quanti non  cercano attivamente una occupazione  ma  vorrebbero  lavorare,  esplode nel 2015 al 22,5%. Nell’area euro è al 14,6%, in Francia al 12,6%, in Germania al 5,8% e in Spagna al  25,2 per cento. L’abnormità relativa di questo tasso indica anche  che, in Italia, non c’è alcun incentivo a presentarsi nei centri per l’impiego che riescono ad intermediare meno del 3% della forza lavoro (il canale più usato per trovare  lavoro  è  la  rete  delle  conoscenze) perché finora nessun disoccupato nei fatti ha mai  avuto alcun obbligo a cercare un  lavoro, come invece accade in tutti gli altri Paesi europei. Tornando agli indicatori classici dell’Istat, il  tasso di inattività è rimasto abbastanza costante, oscillando in questi dieci anni di grande crisi fra il 36 e il 38 per cento (quello giovanile,  ha  avuto  oscillazioni  maggiori,  partendo dal 69% e spesso lambendo quota 75%). Ma il gap principale è il tasso di occupazione,  che è sensibilmente inferiore a  quello degli altri Paesi europei, e  nonostante i tentativi di riforma  del mercato del lavoro è rimasto  stabile, fra il 56 e il 57,5 per cento.  Dieci anni fa i Neet – i ragazzi fra 15 e 24 anni che né studiano né lavorano – erano 986mila, nel terzo trimestre del 2013 sono saliti più di 1,4 milioni, e nel terzo trimestre del  2016 sono diventati 1,225 milioni.  Peraltro, il tema della condizione  giovanile si intreccia con l’altra  bomba innescata nel cuore dell’Italia: la scarsa partecipazione  delle donne al mercato del lavoro. Se la percentuale degli uomini occupati è allineata allo standard europeo (66,5%) quella delle donne  è di gran lunga inferiore (48,1%). A ciò si aggiunga l’ultra sottovalutato problema demografico, con la  progressiva riduzione dei giovani. Il mercato del lavoro non funziona. E tutto si avvita. L’inefficienza del sistema Il Paese, alla fine, non ha scelto.  Ogni tentativo di apertura e di liberalizzazione del mercato del lavoro si è dimostrato velleitario. Nell’edizione del 2016 del suo indice delle liberalizzazioni l’Istituto Bruno Leoni ha assegnato,  su una scala da zero a dieci, 5,13 punti al profilo normativo e 5,04  alle performance, con un indice  complessivo di 69 su 100. La via  anglosassone, dunque, non si attaglia al caso italiano. Allo stesso  modo, una roadmap più “continentale” – fatta di compattezza  dei rapporti di lavoro e allo stesso tempo di una efficienza sistemica in grado di sviluppare produttività di lungo periodo – non funziona. Prendiamo la relazione fra due  parametri  dell’Ocse  come  l’indice  di  penalizzazione  dei  giovani nell’accesso e nella valorizzazione sul mercato del lavoro e l’indice di robustezza dell’occupazione a tempo indeterminato. Nelle elaborazioni compiute  da Emilio Reyneri l’Italia, che ha  un enorme deficit nella transizione fra scuola e lavoro, riesce a essere  all’apice  dell’inefficienza:  fatto 100 il livello di discrimine  sui giovani il nostro Paese vale 244 (il massimo in Europa) e fissato a base 1 l’indice di protezione dell’occupazione a tempo indeterminato vale 2,7. Come la Germania, che però con 62 punti ha il più basso indice di penalizzazione dei giovani in Europa.  Consideriamo il contributo del lavoro alla crescita del valore aggiunto dell’intera economia. Dal  1995 a oggi il valore aggiunto ha  avuto una variazione annua media di mezzo punto percentuale.  «Questo aumento – si legge nel report “Misure di produttività 19952015” è imputabile quasi esclusivamente all’accumulazione di capitale (che ha contributo per un  +0,5%) e in minima parte all’impiego del fattore lavoro (che ha  contributo per un +0,1%)». Nel  periodo più duro della crisi, fra  2009 e 2013, la variazione media  annuale del valore aggiunto è stata negativa per lo 0,4%, con un  contributo  del  lavoro  negativo  per l’1,1 per cento. Tra il 1995 e il  2015 la produttività del lavoro è  aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3%: 1,6% la media Ue.  Da anni i principali organismi internazionali premono per dare un ruolo maggiore alla contrattazione decentrata, legando gli aumenti retributivi agli incrementi di  produttività. Una spinta alla produttività del lavoro è arrivata con  il ripristino nel 2016 della detassazione del premio di risultato; a novembre erano coinvolti oltre 5 milioni di dipendenti (il 29,8% dei 17  milioni di dipendenti), secondo  l’ultimo report al 13 gennaio scorso sono stati depositati al ministero  del  Lavoro  18.716  contratti  aziendali e territoriali che si pongono obiettivi di crescita di produttività o redditività, o prevedono un piano di partecipazione dei  lavoratori. In prevalenza sono imprese di dimensioni medio-grandi. L’accordo dello scorso 15 luglio tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil  consente anche alle imprese di  piccole dimensioni prive di rappresentanze  sindacali  di  introdurre retribuzioni collegate ai risultati aziendali usufruendo dei  benefici fiscali. Il punto vero è che il tema del lavoro è spiccatamente multidimensionale. Non si risolve soltanto sul piano legislativo. È una complessa ricetta con molti  ingredienti. In cui il diritto si interseca con la formazione, il capitale umano con la capacità di mescolare nell’organizzazione delle imprese professionalità e tecnologie Il ruolo ambiguo delle policy Se è vero che le leggi da sole non  fanno l’occupazione, è altrettanto vero che le norme possono  creare un contesto più o meno favorevole per spingere le imprese ad assumere. Il Jobs act, accompagnato dai robusti incentivi fiscali, ha prodotto risultati evidenti nel primo anno di applicazione, il 2015, quando la decontribuzione  sulle  assunzioni  a tempo indeterminato e le stabilizzazioni erano piene, ma gli effetti si sono progressivamente  affievoliti nel corso del 2016, in  corrispondenza del taglio dello sgravio contributivo, e mentre la grande  crisi  iniziata  nel  2008  continuava in Italia a esercitare la sua forza distruttrice.  Per l’osservatorio dell’Inps nel 2015 hanno beneficiato del bonus  fiscale in 1,4 milioni tra assunzioni  a tempo indeterminato e stabilizzazioni  di  contratti  a  termine,  mentre tra gennaio e novembre  2016 sono scesi a 492mila i rapporti di lavoro stabili incentivati. Del resto  la  scommessa  del  governo  Renzi era quella di intercettare la  ripresa con il Jobs act, considerando che la crescita resta il principale incentivo per assumere, ma lo scenario economico è stato differente. In questo contesto è importante che il governo Gentiloni dia seguito agli impegni presi in precedenza, sulla riduzione strutturale  del cuneo fiscale dal 2018. Lo sgravio  contributivo  generalizzato  quest’anno è sostituito da un incentivo mirato per le assunzioni  con contratti a tempo indeterminato di giovani e al Sud. Ma oltre alla componente “costo del lavoro”,  c’è un deficit formativo che spesso ostacola l’incontro tra domanda e  offerta di lavoro. Per anni la parola «impresa» nella scuola ha suscitato sospetti e provocato sorrisini.  Non a caso la transizione fra scuola e mondo del lavoro in Italia richiede in media 13,9 mesi, contro  gli 8,5 della Ue. Con la Buona scuola le imprese, invece, hanno accolto gli studenti per periodi di apprendimento ispirati al modello di formazione duale della Germania, dove fin dai banchi delle scuole  professionali gli studenti sono indirizzati verso i mestieri e dove il  tasso di disoccupazione giovanile  viaggia intorno al 6 per cento. Nell’anno scolastico 2015-2016 in Italia sono stati coinvolti 650mila studenti delle terze superiori, quest’anno saranno 1,1 milioni di ragazzi (anche le quarte) e, a regime, un milione e mezzo. Ma la formazione è la chiave di volta anche per garantire l’occupabilità ai disoccupati. Le politiche attive sono il  tassello mancante della riforma  del lavoro del governo Renzi. A  due anni dalla nascita, l’Agenzia  Anpal sta finalmente per inviare le lettere a 32mila disoccupati, con  una politica di ricerca del lavoro finalmente attivo. È un primo segnale, anche se per i 3 milioni di disoccupati si tratta di una goccia  nell’oceano.  Era  ora.  È  ancora  troppo poco.