COME IL COTONE HA CAMBIATO IL MONDO

COME IL COTONE HA CAMBIATO IL  MONDO

Cinque  millenni:  da  tanto  dura la storia del cotone. Cominciata  nella  Valle  dell’Indo,  in  America  Latina  e  in  Africa  Orientale, nel corso dei secoli è diventata una “cartina di tornasole” delle trasformazioni sociali del nostro pianeta. E  soprattutto della sua economia. La parabola dei batuffoli bianchi e dei suoi filamenti di cotone è infatti la storia di piccoli centri artigianali, sparsi per il mondo. Racconta di imprenditori intraprendenti e di scienziati più o meno mattoidi  capaci di grandi invenzioni. Ma evoca  anche il sudore degli schiavi costretti a  lavorare nelle piantagioni in condizioni  disumane o degli operai sfruttati nell’industria tessile. Il cotone, insomma, più di  ogni altro prodotto è figlio di un fenomeno che ci riguarda anche oggi: il capitalismo globale.  Dall’Oriente. «La domesticazione, la filatura e la tessitura del cotone sorsero indipendentemente in Asia Meridionale, in  America Centrale e in Africa Orientale»,  spiega nel libro L’impero del cotone (Einaudi) Sven Beckert, docente di Storia  americana all’Università di Harvard.  «Le conoscenze sulla sua coltivazione  e lavorazione si propagarono rapidamente lungo le rotte commerciali e migratorie  del tempo», continua Beckert, «arrivando  a ramificarsi in diversi territori: uno snodo  cruciale di questa trasmissione dei saperi  fu l’India e, successivamente, grazie anche  al contributo dell’islam, il Medio Oriente. Non a caso nel IX e nel X secolo in Iran si  assistette al primo boom del cotone per rifornire i mercati di Baghdad».  Le tecniche di lavorazione allora erano  artigianali, per lo più familiari. Di fatto il  cotone per secoli fu lavorato in casa. Del  resto se ne servivano i familiari e soltanto il cotone in eccesso era venduto ai mercanti, che lo barattavano volentieri con il  sale e che poi lo portavano lungo le vie  carovaniere fino ai mercati lungo le coste.  Da dove, solcati i mari, poteva poi raggiungere le corti di tutto il mondo. O quasi. L’Europa, infatti, fino alla fine dell’Impero romano e oltre, rimase poco interessata alle “vie del cotone”. Pianta  o  animale? Gli europei preferivano vestirsi con  abiti di lino e lana. Il cotone  era conosciuto, ma era considerato un materiale di lusso, un po’ esotico. E sicuramente molto buffo. «Molti  europei immaginavano il cotone come un ibrido tra una pianta e un animale: un “agnello vegetale”», racconta Beckert. «Nell’Europa  medioevale circolavano storie di pecore  che crescevano sulle piante e scendevano  nottetempo per abbeverarsi; altre leggende parlavano invece di pecore attaccate al  suolo per mezzo di bassi steli». La lavorazione del cotone in Europa iniziò solo nell’VIII secolo grazie agli Arabi (che dominavano la Sicilia) e grazie ai  contatti instaurati dai crociati nel mondo islamico.  Fu allora che a Milano, Arezzo, Bologna, Venezia e Verona sorsero le prime  industrie cotoniere, che sfruttavano le competenze già maturate  nella lavorazione della lana,  aggiungendovi nuove tecniche “rubate” ai Saraceni.  Venezia divenne il primo  porto franco europeo di cotone. E fu in Europa che si  escogitarono tecniche innovative: una tra tutte, la ruota per filare, che triplicò la produttività dei filatori italiani. Se prima si ottenevano 120  metri di filo in un’ora, nello stesso tempo  ora se ne producevano 360 metri. La produzione fece gola anche ad altri Stati, tra  cui la Germania. Ad Augusta (in Baviera)  sorse uno dei complessi tessili più importanti: lo mise in piedi  un Fugger, padre del più celebre banchiere (v. riquadro a sinistra). Nuovi mercati. Nel Cinquecento qualcosa cambiò. Non solo per il cotone, ma per  l’economia del Pianeta. I confini del mondo “esplosero”: la scoperta delle Americhe  e i viaggi di esplorazione aprirono nuovi  orizzonti. Gli imperi mercantili europei  non ci misero molto a capire che quei batuffoli bianchi potevano rivelarsi una fonte  di ricchezza. Tanto da essere soprannominati ben presto “oro bianco”: un oro quanto mai necessario, in anni di guerre e carestie, per finanziare le casse sempre vuote degli imperi coloniali.  Motore della società. «Espansione imperialistica, espropriazioni e schiavismo  acquisirono un ruolo chiave nell’emergere di un nuovo ordine economico globale e nella successiva comparsa del capitalismo», spiega infatti Beckert. Di quel  “nuovo ordine” il cotone fu uno dei motori più potenti.  Che cosa avvenne in sostanza? La gestione dell’economia, traffici del cotone  inclusi, passò nelle mani delle compagnie  commerciali. Anzitutto di quelle inglesi,  che in breve tempo vampirizzarono il primo produttore mondiale di cotone, che era  allora l’India.  Sfruttando la sua posizione di forza politica ed economica, l’Inghilterra trattava  prima con agenzie locali, poi direttamente con i produttori, da cui acquistava tessuti e cotone grezzo. Una parte veniva ceduta in cambio di spezie, il resto si importava in Europa. Qui il cotone era immesso  nel mercato interno o nuovamente imbarcato, questa volta verso l’Africa. In Africa il cotone era merce di scambio usata  per acquistare schiavi destinati a lavorare  nelle piantagioni di cotone del Nuovo Mondo. I  sovrani  africani  erano  grandi amanti dei tessuti di cotone. «Uno studio  ha analizzato i 1.308 baratti effettuati tra il 1772 e il 1780 da un mercante inglese in cambio di 2.218 schiavi della Costa d’Avorio:  le stoffe costituivano oltre la metà del valore di tutte le merci commerciate», dice  Beckert. Per comprare schiavi africani da  rivendere in America occorreva dunque il  cotone, più che armi o alcol, come molti pensano.  Quattro continenti (Asia, Africa, Europa e Americhe) finirono per essere inesorabilmente legati tra di loro da una rete di  scambi gestita dagli inglesi. Mai nei precedenti 4 millenni di storia del cotone, la  globalizzazione economica era stata così evidente. inghilterra infelix. Le innovazioni tecnologiche dei secoli successivi fecero il resto. «Così come la Silicon Valley ha agito  da incubatore della rivoluzione  informatica», riprende Beckert,  «allo  stesso  modo le colline intorno a  Manchester, in Inghilterra, si trasformarono  nel  tardo  Settecento nel focolaio dell’industria all’avanguardia di quell’epoca: l’industria tessile».  Le campagne inglesi brulicavano di stabilimenti. I paesi diventarono città e migliaia di persone lasciarono le fattorie per   mettersi al servizio di un nuovo tipo d’uomo: l’industriale, ben diverso dal mercante. Fu cercando di organizzare  in modo più efficiente la filatura del cotone che i pionieri dell’industria moderna  fecero i loro primi passi. Non serviva più acquistare tessuti in India, bastava procurarsi il cotone  grezzo. Il tessuto si produceva in patria, dove le innovazioni si susseguivano e acceleravano i tempi di lavorazione.  La lista delle conquiste tecnologiche  è serrata: la spoletta volante (1733) che  raddoppiò la produttività dei tessitori; il filatoio meccanizzato (1769); le prime macchine a vapore (1789) che permettevano  di azionare i telai. La produzione domestica fu sostituita da fabbriche e filande: bastava avere a disposizione un corso d’acqua di cui sfruttare l’energia idrica per  mettere il turbo alla produzione.  Nel giro di un secolo, l’Inghilterra cambiò faccia grazie al cotone. Nel 1835 Alexis  de  Tocqueville,  dopo  aver  visitato  Manchester, scrisse queste parole: “Una  spessa e nera coltre di fumo copre la città. In questa semioscurità 300.000 creature umane si agitano in continuazione. È  in questa cloaca infetta che il più grande  fiume dell’industria umana si origina per  fecondare l’universo. Da questa fogna immonda sgorga oro puro. È qui che lo spirito umano si perfeziona e si abbrutisce, la  civiltà produce le sue meraviglie e l’uomo  civilizzato torna a essere quasi un selvaggio”. Un “girone dantesco” che per molti decenni inghiottì generazioni di operai,  spesso donne. Arriva  lo Stato. La storia del cotone  si intrecciò ancora una volta con quella  dell’economia nell’Ottocento. Cioè quando lo Stato cominciò a imporre al mercato dell’“oro bianco” tariffe per l’esportazione, dazi e (con molto ritardo) regole  per chi lavorava nelle fabbriche. Mercanti  e produttori dovevano fare i conti con una  realtà sempre più complessa. Gli operai cominciarono a contare di più  e nel Novecento la nascita di sindacati e  partiti politici di massa fece il resto. Risultato? I lavoratori del cotone furono più tutelati ma il costo di produzione dei tessuti e dei filati schizzò alle stelle. Tanto che i  produttori sono andati a cercare manodopera là dove il costo del lavoro è più basso: in Bangladesh, Pakistan, India, Cina.  Così, in un certo senso, il cotone è tornato a casa, nelle regioni dove è nato.      

• Giuliana Rotondi