Gens il potere di Roma

 

Gens il potere di Roma

Hanno accompagnato la storia  di Roma per tutta la sua fase  repubblicana e anche gli imperatori si sono fatti belli grazie a loro. Sono le gentes, le famiglie più  antiche e aristocratiche dell’Urbe, quel­ le che facevano risalire le loro origini, in  qualche caso, alle tribù semileggendarie che si riunirono intorno ai Sette Colli,  sulle rive del Tevere.   Dalla gens alla familia Il latino gens (“persone, gente”, o an­ che “stirpe”) è associato al termine di patres, i “padri” delle tribù che contribuirono alla fondazione dell’Urbe. Per questo  le famiglie aristocratiche romane erano  dette patricii, “patrizi”. Ma che cos’era  la gens? Era costituita da uomini e don­ ne discendenti da un personaggio mitico  o leggendario. Schematizzando, le gentes più antiche discendevano dal centinaio di  senatori scelti da Romolo, ai quali se ne  aggiunsero altri, tra cui plebei con grandi  risorse economiche.  Non  tutte  le  gentes  erano  “romane  doc”: la originaria divisione in tre tribù  (Ramnes, Tities e Luceres) della popola­ zione arcaica fa pensare che almeno due  terzi dei Romani fosse di origine sabina  ed etrusca: i Ramnes erano latini, i Tities  sabini e i Luceres etruschi.  Dalle gentes sarebbero derivate le  familiae che in qualche caso contarono più  del ceppo originario: val­ ga per tutti l’esempio de­ gli Scipioni, appartenenti  alla gens Cornelia ma pas­ sati alla Storia, appunto, co­ me Scipioni. Il sistema famigliare La familia, che discendeva da un capo­stipite, vivo o defunto, era più facilmente  identificabile rispetto alla gens, che comprendeva diverse famiglie. Complicato,  ma non troppo: i rapporti tra i membri  della gens si possono ricostruire con il sistema di nomi usato dai Latini: praenomen: era  il  nome  proprio  del­ l’individuo,  che  non  si  trasmetteva  ai  discendenti; nomen: indicava la gens di appartenenza, che si trasmetteva ai discendenti;  cognomen: caratteristico dell’individuo,   si trasmetteva ai discendenti; signum: era il soprannome facoltativo. Così,  per  esempio,  all’interno  della  gens Cornelia, il nome completo di Scipione l’Africano (vincitore in Africa contro i Cartaginesi) era Publio Cornelio Scipione Africano, mentre suo fratello (vincitore in Asia contro i Parti) si chiamava  Lucio Cornelio Scipione Asiatico. Nel sistema aristocratico tutto ruotava  attorno al pater familias, che aveva potere di vita e di morte su tutti i componenti,  maschi e femmine, liberi e schiavi. E non a caso la parola familia deriva da famulus, “servo” e si applicava anche a chi non  aveva vincoli di sangue con il pater familias: inclusi i clientes e chi veniva formalmente adottato. Tutti dovevano attenersi  agli stessi vincoli, culti famigliari e regole.  La gens, inoltre, era tenuta a pagare  una multa comminata a un suo membro,  se questi non era in condizione di pagarla, o a indossare abiti neri durante un  processo nel quale era coinvolto un parente accusato di qualche reato.  Comuni a una stessa gens erano anche  i mores gentium, cioè i costumi e le abitudini tipici di ogni stirpe, e una serie di  norme che assumevano valore di legge,  vincolanti nelle famiglie patrizie. Comuni  erano infine i sepolcri, il culto degli antenati e quello del nume tutelare della gens. Quanto contavano  le matrone La politica dell’antica Roma non era  certamente  appannaggio  delle  donne,  neppure di quelle appartenenti alle gentes più prestigiose e di antica data. Eppure le matrone rivestivano il ruolo di “poteri occulti” attraverso il gioco delle alleanze matrimoniali per sancire accordi politici: basti ricordare Ottavia, sorella  di Ottaviano data in moglie a Marco Antonio. Oppure Giulia, figlia di Cesare andata in sposa a Pompeo Magno. O ancora un’altra Giulia, figlia di Augusto, maritata dapprima ad Agrippa, poi a Tiberio.   Le matrone in genere limitavano la loro  influenza alla sfera domestica, dove spesso erano delle vere sovrane, e a relazioni clandestine dai risvolti politici, come  amanti di personaggi di spicco. Come si entrava  in una gens La discendenza diretta da membri di  sesso maschile assicurava l’appartenenza  a una gens. Ma anche uno schiavo poteva  entrare a farne parte: dopo essere stato liberato, prendeva lo stesso nome gentilizio del padrone. Non solo. L’ingresso era  possibile anche per i componenti di altre gentes mediante l’adozione, che poteva riguardare anche un’intera familia: se  un pater familias si metteva sotto la protezione di un pari grado, portava con sé  tutti i membri del suo nucleo famigliare.  Più frequenti i casi di adozione di un  singolo figlio, che veniva così sottoposto  a una potestas altrui. Chi adottava faceva  entrare l’adottato nella propria gens come  figlio oppure come nipote. In questo secondo caso l’adottato manteneva tra i cognomina quello della gens d’origine con  il suffisso anus.  Valga per tutti l’esempio del conquistatore di Cartagine, Publio Cornelio Scipione Emiliano, figlio di Lucio Emilio Paolo  Macedonico e adottato dal figlio di Scipione l’Africano. Altre adozioni celebri sono  quelle di Giulio Cesare con Ottaviano, di  Augusto con Tiberio e di Tiberio con Germanico. Fu così che questi grandi personaggi della storia romana si tramandarono, oltre al nome, il potere, legittimando  agli occhi dei rivali la loro ascesa al trono. E questo dimostra quanto politica e  famiglia, nell’antica Roma, fossero strettamente connesse. 

• Andrea Frediani