«Noi siamo esseri umani!» Così parlò Mario Savio, nel 1964

Le origini

«Noi siamo esseri umani!» Così parlò Mario Savio, nel 1964 di EMANUELE TREVI

«Inceppate l’ingranaggio. Mettetevi di traverso con il vostro corpo. Noi siamo esseri umani». Il 2 dicembre del 1964 è una data miliare nella storia dell’oratoria umana. Alto e magro, la testa coronata da un folto cespuglio di capelli, Mario Savio prende la parola sulla gradinata della Sproul Hall, nel centro del campus di Berkeley. Pochi giorni dopo, avrebbe compiuto ventidue anni. Era figlio di modesti immigrati siciliani, arrivati a New York dalla provincia di Caltanissetta. Gli anni Sessanta del Novecento sono una galleria di icone talmente risapute che si sfiora sempre, nell’atto di rispolverarle, l’insignificanza. Ma a risentirlo oggi, magari all’interno del bellissimo documentario di Mark Kitchell intitolato Berkeley in the Sixties, il discorso di Mario Savio mette i brividi. Proprio la questione della libertà di parola era stata al centro delle contestazioni che per tutto l’anno avevano infiammato il campus. Ma una cosa sono le rivendicazioni politiche del Free Speech Movement, necessariamente astratte come tutto ciò che deve essere valido per tutti, e in ogni momento; un’altra è l’uso che il singolo individuo, in una determinata circostanza, fa della libertà che si è presa. Non era, quello del 2 dicembre, il primo discorso pubblico di Savio. Pochi mesi prima, era salito su una macchina della polizia per arringare la folla, non prima di essersi tolto le scarpe per non danneggiare una proprietà pubblica. Ma per capire cosa accadde quella mattina, bisogna ricorrere al vecchio concetto di ispirazione. Come un «crescendo» musicale, il discorso attinge per gradi al suo massimo di intensità. Inizia in maniera ragionevole, e poi, quando è il momento, e solo allora, mette la rabbia al servizio dell’efficacia. Così quel celebre culmine oratorio — «We’re human beings!» — arrivò al momento giusto. Credo che le idee politiche abbiano bisogno di uno stile non meno della poesia, della pittura, della sartoria. E, se lo stile è l’uomo, è sensato credere che quel ragazzo fu la scintilla necessaria a un incendio che nemmeno lui poteva immaginarsi. Tutto quello che venne dopo, in qualche misterioso modo, gli assomigliò.