Lavoro ed economia sommersa

I DANNI DELL’ECONOMIA SOMMERSA TUTTO IL BUIO DEL «NERO» FRANCESCO RICCARDI

Le  operaie  della  "Solo  donna  srl" hanno finalmente avuto giustizia: lavoravano 8 ore per 5 giorni a settimana, ma in busta paga risultavano a part-time e il resto rimaneva in tasca all’imprenditore di Specchia (Lecce), condannato proprio ieri dal tribunale a 6 anni di reclusione. Andava peggio ai braccianti romeni sfruttati nelle campagne tarantine: un intero giorno a raccogliere pomodori sotto il sole per 4 euro netti l’ora, finché una denuncia prima e le indagini delle forze dell’ordine poi, non hanno portato la scorsa settimana all’arresto del proprietario dei terreni agricoli. Situazioni marginali, si potrebbe pensare. In realtà un fenomeno – quello del lavoro nero e dell’economia sommersa, fino alle attività propriamente illegali – assai più vasto e radicato e ramificato nel nostro tessuto economico di quanto non si abbia percezione. Tanto da pesare per il 12,6% del Prodotto interno lordo, 208 miliardi di euro complessivamente, secondo la stima dell’Istat relativa al 2015. Una montagna di soldi, pari a 10 manovre economiche, sottratta al circuito legale e trasparente e che perciò stesso produce una valanga di conseguenze negative, di danni diretti e indiretti, fonte anche di tanti scompensi sociali. Nel bilancio tracciato dall’Istituto di statistica, la componente illegale, "criminale" per intenderci, è la parte minoritaria: "solo" 17 miliardi di euro. Su questa c’è poco da discutere: si tratta di spaccio di stupefacenti, prostituzione e contrabbando rispetto ai quali non c’è che da mettere in campo un’adeguata repressione. Assai più significativi sono i 190 miliardi di euro di economia sommersa, a sua volta divisibile in tre grandi componenti: le sotto-dichiarazioni,  che  rappresentano  il 44,9% del valore aggiunto e che risultano in diminuzione rispetto al passato, il "piccolo nero" costituito da affitti non registrati, integrazioni spurie ecc. (9,6%) e infine soprattutto il lavoro irregolare che conta per ben il 37,3% del valore, in aumento di circa due punti rispetto a quanto stimato nel 2014. È questo incremento, in particolare, a preoccupare e a non lasciare grande spazio alla consolazione per il calo del dato complessivo rispetto al Pil (era al 13,1%). Parliamo infatti di ben 3 milioni e 724mila unità di lavoro – cioè l’equivalente di lavoratori a tempo pieno – impiegati in maniera non regolare, in prevalenza in condizione di dipendenza (2 milioni e 651mila). Un esercito, superiore al numero di coloro che sono disoccupati. Basterebbe immaginare il volto di questi oltre 3 milioni di lavoratori – fra i quali certo convivono  situazioni  assai  differenti:  dai  soli straordinari fuori busta al più bieco sfruttamento – per rendersi conto della portata del problema. Ciò che però sfugge, forse, sono i danni indiretti – per tutti noi e la comunità nel suo complesso – che vengono dal preverso circuito dell’economia sommersa. La sottrazione di imponenti risorse fiscali – l’evasione viene stimata fino a 120 miliardi di euro – impedisce di fatto le politiche di riduzione della pressione fiscale su imprese e contribuenti onesti, rende difficile aumentare la spesa sociale per i più deboli e incrementare le politiche per la salute. Se si recuperasse anche solo l’evasione dell’Iva – 35 milliardi l’anno secondo la Ue – si avrebbero fondi sufficienti per ampliare il reddito d’integrazione a tutti i poveri, introdurre il "Fattore famiglia" e migliorare la vita di migliaia di malati cronici, solo per fare un esempio. E così pure, se solo venissero pagati tutti i contributi previdenziali – oggi ne mancano all’appello almeno per 11 miliardi di euro l’anno – certo non si risanerebbe interamente il deficit dell’Inps, ma altrettanto certamente ci sarebbe un equilibrio maggiore  tra  versamenti  e  prestazioni,  avremmo meno anziani poveri un domani. In realtà, non è neppure una questione esclusivamente economica: le attività sommerse generano infatti per loro stessa natura altre illegalità e scompensi. lla sottrazione di risorse, infatti,  si  sommano,  ad  esempio, danni ambientali per la gestione di scarti e rifiuti delle produzioni in nero; danni sociali per la mancata integrazione  di  persone  sfruttate, spesso straniere; danni alla salute per la minore sicurezza e l’incremento degli infortuni sul lavoro e via alimentando una spirale negativa che spinge il Paese in un gorgo di degrado sociale. Non c’è vantaggio, né competitività, né spinta flessibile che tenga. L’illegalità, il sommerso, il "nero" producono sempre e solo un nero più scuro, una cappa di oscurità per l’intera società. Sta a tutti noi – ognuno per la propria parte – non arrenderci al buio e accendere luci.

Fonte: Avvenire -  Francesco Riccardi 

 

 

Il progetto.  Così l’orientamento ha un «formato famiglia» di CINZIA ARENA

Essere espulsi dal mondo del lavoro o non esserci mai entrati, avere una disabilità o un carico familiare troppo elevato o ancora essere arrivati da poco in Italia, magari fuggendo da una guerra.  A queste categorie di lavoratori che partono con uno "svantaggio" è dedicato un progetto di orientamento che da Bergamo punta ad arrivare ad altre città. L’obiettivo è quello di spingere a cercare un lavoro chi, per una serie di motivi, ha perso le speranze ancora prima di iniziare. L’idea arriva dalla Fondazione Adecco che ha come missione quella di rendere più inclusivo il mondo del lavoro e da anni sviluppa percorsi che vanno in questa direzione, insieme a soggetti privati e pubblici. L’ultimo in ordine di tempo si chiama «Piano Famiglia Wecare» ed ha come partner due aziende di Bergamo,  Comac  (Bonate  Sotto)  e Fonderie Mazzucconi (Ambivere), ma anche la diocesi di Bergamo (parrocchia di Ambivere). Un progetto innovativo che condurrà per mano sedici persone (familiari dei dipendenti  delle  due  aziende  o persone segnalate dalla diocesi perché in difficoltà) dando loro gli strumenti necessari per orientarsi e collocarsi nel mondo del lavoro. Trenta ore di formazione "concreta" su come scrivere il curriculum, cercare offerte di lavoro e affrontare un colloquio.  «Siamo convinti della necessità di interventi mirati per le persone con maggiori disagi, parliamo di disabilità, di rifugiati, di disoccupati di lunga durata – spiega Giovanni Rossi, segretario di Fondazione Adecco – e abbiamo identificato due aziende che hanno a cuore la il benessere familiare dei propri dipendenti». Avere un parente prossimo senza lavoro, che si tratti del figlio o della moglie, è fonte di grande preoccupazione, oltre che di difficoltà economiche. Il coinvolgimento del territorio inoltre è fondamentale per riuscire a costruire una rete che consenta di far incrociare la domanda e l’offerta.  «Speriamo che E questo progetto possa venire esportato in altre realtà – aggiunge Rossi –: oltre a Bergamo sta partendo in forma simile in provincia di Reggio Emilia e di Torino». Ma cosa faranno in concreto le sedici persone coinvolte? Venti ore di formazione in aula, con la possibilità di mettere a confronto le proprie esperienze, preoccupazioni e speranze. Ma anche di imparare come si scrive un curriculum e soprattutto dove si invia (sui social network specifici come Linkedin), dove si trovano le offerte di lavoro on-line e come si fa un colloquio con simulazioni reali e visita ad alcune aziende. Poi si passa alla fase due, quella personalizzata: dieci ore di orientamento individuale per capire quali reali opportunità ci sono in base alle proprie competenze e come coglierle. «I dati ci dicono che in media il 50% dei nostri "studenti" trova un lavoro, sarebbe bello che fosse così per tutti ma i risultati sono comunque molto positivi». «La responsabilità sociale è uno dei valori fondanti di tutte le politiche  di  welfare  aziendale  di Comac – spiega Giuliana Rossini – : restituire al territorio una parte  della  ricchezza  che  esso contribuisce a produrre è fondamentale per l’approccio etico dell’azienda mette al centro dell’organizzazione. Avere un familiare che ha difficoltà a inserirsi o rientrare nel mondo del lavoro, infatti, costituisce una preoccupazione per l’intero nucleo, non solo dal punto di vista economico ma anche della realizzazione personale». «Il Piano Famiglia è la dimostrazione che è possibile la collaborazione fra aziende del territorio ed organizzazioni locali ed inoltre sostenere azioni di welfare rivolte ai propri collaboratori aggiunge Paolo Motta delle Fonderie Mazzucconi -. La struttura del percorso e la metodologia utilizzata consentono ai partecipanti di intraprendere un progetto molto personalizzato, per questo motivo siamo fiduciosi che possano in breve tempo inserirsi nel mondo del lavoro». 

 

 

Elzeviro avvenire

CERCANDO CRISTO INSIEME A BORGES di ALESSANDRO ZACCURI

Anche gli interpreti, come gli scrittori, hanno i loro temi ricorrenti, gli snodi irrinunciabili senza i quali l’intero edificio – dell’opera oppure del commento – non potrebbe sostenersi. Per Jorge Luis Borges (1899-1986) la teologia, da lui allusivamente assimilata alla «letteratura fantastica», è stata la principale di queste ossessioni. Per un lettore eccellente di Borges, il cardinale Gianfranco Ravasi, il riferimento inevitabile per orientarsi nel corpus del grande argentino è uno dei racconti contenuti nel Manoscritto di Brodie (1970). Titolo semplicissimo, e addirittura magnetico agli occhi di un biblista esperto come Ravasi: Il Vangelo secondo Marco. E non meno semplice, nella sua terribile assolutezza, è lo svolgimento della storia, con lo sperduto e ancora barbarico villaggio contadino nel quale il racconto della Passione di Cristo viene preso alla lettera, destinando alla morte e insieme all’adorazione l’incolpevole straniero che per primo ha portato laggiù la vicenda del Dio sacrificato in Croce. Il Vangelo secondo Marco è un testo che Ravasi ama particolarmente e che adesso troviamo riecheggiato già nel titolo del saggio che il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura ha voluto dedicare a uno dei suoi autori prediletti. Sintetico quanto affascinante, La Bibbia secondo Borges (Edb, pagine 72, euro 7,00) è un piccolo libro che andrebbe letto in continuità con un altro importante contributo scritturisticoletterario di Ravasi, Manzoni e la Bibbia, edito da Salerno lo scorso anno. Ma se in quel caso l’atteggiamento filologico risultava prevalente, attraverso la ricostruzione puntuale delle fonti via via riconoscibili nei Promessi Sposi e nelle altre opere manzoniane, questa volta il ragionamento procede con maggior disinvoltura metodologica, rasentando spesso la testimonianza autobiografica. Nel momento in cui si sofferma sul rapporto fra Borges e papa Bergoglio, per esempio, Ravasi rievoca il Cortile dei Gentili svoltosi nel 2014 a Buenos Aires, a pochi mesi dall’elezione di Francesco. Quella che attraversa La Bibbia secondo Borges è una storia di libri e di incontri, dunque, con l’edizione delle opere complete dello scrittore che passa di mano dal Papa al cardinale e, prima ancora, con la nonna inglese di Borges, Fanny, che introduce il piccolo Jorge Luis alla conoscenza delle Scritture. Viene così gettato il primo seme della duplice convinzione che accompagnerà lo scrittore per tutta la vita, e cioè che i Vangeli non solo rappresentino uno dei poemi fondamentali dell’umanità insieme con l’Iliade e l’Odissea, ma anche che «la storia di Cristo non possa essere narrata meglio». Fedele a questa intuizione, Borges ha poi rielaborato a più riprese le vicende di Caino e di Giuda, figure emblematiche del tradimento e della colpa, ma si è accostato con particolare circospezione al vero protagonista dei Vangeli: «Alla base della cristologia borgesiana – annota Ravasi – c’è indubbiamente l’umanità di Gesù di Nazaret che nasce e muore, pur proclamandosi Figlio di Dio e quindi assegnandosi una qualità trascendente». Borges non racconta Cristo, dunque, ma questo non gli impedisce di immaginarne la voce interiore in una poesia che Ravasi pone giustamente al vertice dell’esplorazione di questo che già Lenoardo Sciascia definiva «il più grande teologo del nostro tempo: un teologo ateo». Si tratta di Giovanni I, 14 , citazione niente affatto indiretta del mistero dell’Incarnazione. «Fui amato, compreso, esaltato / e sospeso a una croce», dice il Cristo di Borges, che altrove viene indicato come il terzo e defilato tra i suppliziati del Golgota. Forse, suggerisce Ravasi in conclusione, il modo migliore per comprendere il legame tra Borges e la Bibbia è fornito dalla Bibbia stessa e per l’esattezza dal Libro dei Numeri, nel quale incontriamo il profeta pagano Balaam. A seconda delle versioni, il suo occhio è definito «chiuso» (shetum) o «penetrante» (shettam), qualifiche che si addicono entrambe al cieco e visionario Borges, per il quale, osserva Ravasi, «il volto di Cristo è da cercare negli specchi ove si riflettono i visi umani».

 

 

LA SCUOLA OLTRE LO SMARTPHONE DOBBIAMO AIUTARE I GIOVANI A COSTRUIRSI UN FUTURO

di Giovanni Lo Storto

Caro direttore, il valore dell’apprendimento passa oggi attraverso una nuova forma di conoscenza sempre più interdisciplinare ed accessibile, anche in modo digitale, ma non per questo omologata. Giovanni Belardelli nel suo editoriale (Corriere, 28 settembre) solleva una questione importante sull’utilizzo dello smartphone in classe. Secondo l’autore la rivoluzione tecnologica potrebbe causare una pericolosa frattura nel metodo di insegnamento e di apprendimento. Ma la domanda è: a che serve, oggi, la scuola? A trasmettere nozioni in modo meccanico ai nostri ragazzi o a farli esercitare nella sperimentazione della conoscenza? Dotare i giovani di strumenti per interpretare il mondo circostante ed essere in grado di migliorarlo, è tra gli scopi primari dell’istruzione. Ma come è possibile oggi, se il mondo che mostriamo ai nostri ragazzi a scuola appartiene ad una epoca ormai lontana? Prima della diffusione capillare, e massiccia, della tecnologia digitale lo studente doveva recarsi fisicamente in un edificio. Per una ricerca si andava in biblioteca, consultando testi cartacei e prendendo appunti su un quaderno. Ci piaccia o no, le nuove generazioni sono abituate a conoscere la realtà non solo via scrittura e lettura, ma con altri supporti, immagini, dati e social media. Ma è una questione di scopo, attualità e prospettiva. Proprio perché il web e il mondo del digitale sparigliano la diffusione della conoscenza, è importante avere dei punti di riferimento chiari e definiti, una scala di valori che rimetta al centro l’autorevolezza e l’autorità della Istituzione scolastica e dei suoi protagonisti: docenti e studenti. L’insegnante infatti non solo è un prezioso depositario del sapere ma completa il suo ruolo di facilitatore di conoscenza, facendo ordine in un flusso continuo di informazioni e orientando i ragazzi in un percorso formativo costruito ogni giorno sui banchi di scuola, anche con lo smartphone, ma soprattutto coltivando la passione verso lo studio e la curiosità per l’altro diverso da sé. I ragazzi gestiscono le informazioni senza mediazioni — il che a volte può anche essere un male, ma non possiamo prescinderne, pena perderne l’attenzione — non integrano, non sintetizzano come un tempo. Sono apprenditori seriali, imparano da fonti multiple, collegano la rete di informazioni e dati con una rapidità sconosciuta ai loro nonni. Basta dunque un computer o uno smartphone in classe? Per nulla, gli studenti hanno bisogno di un indirizzo, di stimoli ad approfondire, di interazione con altri per creare sinergie inaspettate. Scuola e università servono più di prima, motori insostituibili della nostra società aperta, laboratorio del Paese di domani dove milioni di cittadini faranno lavori che, al momento della loro nascita, non esistevano neppure. Occorre educare i giovani alla conoscenza, utilizzando l’innovazione, degli strumenti e dei processi, sviluppando in loro nuove capacità di ricerca e pensiero logico, design thinking. Gli studenti che vedo ogni giorno in aula non si accontentano di esplorare, ma lavorano per disegnare nuove mappe, tracciare rotte per arrivare a nuove soluzioni. Diamo loro carta, matita e gomma per disegnare, e cancellare i loro sbagli se necessario. Insegniamo a sbagliare una volta, per non sbagliare sempre, perché dagli errori impareranno grandi lezioni di vita. Nell’era visionaria dei robot descritta da Jerry Kaplan nel suo ultimo libro «Intelligenza artificiale. Guida al futuro prossimo» (ed. LUP 2017) sono mille le professioni da inventare e le sfide che i nostri ragazzi affronteranno, e per le quali la consapevolezza delle proprie capacità rende loro immuni dalla paura rappresentata dalla digitalizzazione. Vince nelle nuove generazioni la voglia di imparare e trasformare il «pericolo tecnologico», comunque da non sottovalutare, in una opportunità di crescita e innovazione. Possiamo quindi essere ottimisti: i giovani sono meno sprovveduti di quanto si immagini e con molta più voglia di fare. Hanno compreso il valore della formazione e sono pronti ad apprendere, sfruttando tutti gli strumenti possibili. Il futuro non ha bisogno della nostra nostalgia, ma della spinta dei ragazzi verso orizzonti migliori.

Direttore Generale Università Luiss G. Carli