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Aprire un birrificio a 30 anni

 di Silvia Pagliuca

Diventare imprenditori, per scommettere sul futuro e su se stessi. I trentenni Marco e Gabriele, rispettivamente ingegnere civile e alimentare, crescono insieme nelle valli trentine. Si incontrano una prima volta al liceo e si ritrovano come colleghi qualche anno più tardi. In comune una passione, quella per la birra, che dà vita a una professione.

«Decidiamo di aprire un birrificio. Investiamo tutti i nostri risparmi e chiediamo un mutuo in banca. È stato chiaro fin dal principio che avremmo fatto sul serio. Con il lavoro c’è poco da scherzare, specie in questo momento» – spiega Marco, anima commerciale di Birra del Bosco, il microbirrificio di cui sono titolari con una produzione da circa 100lt.

L’inizio avviene tra le mura domestiche: piccole quantità per sperimentare gusti e ingredienti, poi, un anno fa, il grande passo con l’avvio dell’attività vera e propria.

«Il Trentino è ancora una terra fertile per sperimentare e creare. Ma la burocrazia è un calvario. Pur essendoci una legge provinciale unica, ogni comune richiede specifici vincoli per normare l’apertura di un sito produttivo. Ecco l’Italia che fa passare la voglia di fare».

Eppure i due non si arrendono, inseguono l’estro dei maestri birrai, visitano i loro stabilimenti e apprendono dai loro racconti. «Si è creato un network sorprendente. In tanti hanno creduto nel nostro progetto. Nonostante il momento di crisi, nessuno ci ha detto di fare un passo indietro, anzi. Dopo tutto, abbiamo trent’anni e pare sia questa l’età giusta per rischiare» – continua Marco che confida di ricevere quasi quotidianamente curricula di cinquantenni in cerca di lavoro.

«Sono costretto a rispondere: “Mi dispiace, non posso, non per ora”. Ma spero presto di poter ingrandire l’attività, creando lavoro per me e per altri». Birra del Bosco, infatti, è ancora lontana da poter garantire un guadagno ai due novelli imprenditori che per ora la distribuiscono in ristoranti ed enoteche della zona.

«Non ci spaventa l’attesa, ci sconforta piuttosto l’aumento delle accise previsto per gennaio 2015. A differenza di ciò che accade in Germania, da noi il settore continua a essere tassato, nonostante in tanti abbiano deciso di avviare questo tipo di attività».

Dal 1996 a oggi, infatti, i microbirrifici italiani sono passati da 7 a 500, per lo più gestiti da giovani. Una crescita che secondo l’indagine realizzata da REF Ricerche  potrebbe subire un brusco colpo se il provvedimento divenisse operativo, con una perdita di almeno 2400 posti nelle aziende birraie e in tutta la filiera.

«Una strada in salita di cui siamo consapevoli, ma di lasciare la nostra terra – concludono i due – proprio non se ne parla. E poi, se tutti ce ne andassimo, cosa resterebbe di questo Paese?»

 twitter@silviapagliuca

 

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