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I magistrati e l’articolo 18

 di Maria Vinciguerra*

Le aziende che hanno unità lavorative con  meno di 15 dipendenti sono estranee all’art.18.  A meno che abbiano, nelle filiali sparse nell’intero territorio italiano, globalmente più di 60 dipendenti. Solo allora scatta l’applicazione dell’art 18 in caso di licenziamento ingiustificato. Nelle piccole aziende, il lavoratore, anche se ingiustamente licenziato, può sperare solo in un risarcimento massimo di 6 mensilità. Nulla di più.

Il nostro Paese è composto da tante piccole aziende. L’Italia si distingue in Europa per il suo “nanismo” imprenditoriale. Sono aziende restìe a superare  il numero 15 o, globalmente, il numero 60 di lavoratori. Tutta colpa dell’art. 18? Tutta forse no, ma non possiamo  neppure dire che l’art. 18 non c’entri assolutamente nulla.

Se l’art. 18 escludesse la reintegrazione, quelle aziende crescerebbero? O se si provasse ad applicare l’art. 18 solo e soltanto alle aziende che globalmente hanno più di 60 dipendenti, eliminando l’ipotesi che contempla la filiale con più di 15 lavoratori, le aziende tra i 15 e i 59 dipendenti investirebbero in capitale umano assumendo altra forza lavoro? Varrebbe la pena scommettere.

E’ vero che l’art. 18 prevede la reintegrazione, ovvero la ricollocazione del lavoratore nel suo posto di lavoro, in alcune limitate ipotesi, ma c’è una in particolare che non è facile da spiegare agli investitori esteri e che lascia perplessi gli stessi imprenditori italiani. Il Giudice può condannare alla reintegrazione perché le ragioni spiegate dalla azienda, a dimostrazione della perdita di fiducia riposta nei confronti del lavoratore, non sono state previste dal contratto collettivo applicato dall’azienda come motivo di licenziamento.

Il contratto collettivo determina così la decisione del Magistrato anche se, a rigore, non è legge che gli investitori stranieri sono tenuti a conoscere. Tutta colpa dell’art. 18 se gli stranieri sono restii a venire in Italia?

Tutta colpa no, ma il rinvio alla contrattazione collettiva non è  facilmente comprensibile a  uno straniero abituato a legislazioni più chiare e semplici della nostra. Il nuovo art 18 prevede la reintegrazione anche in altre  ipotesi difficili da spiegare a un cittadino medio italiano figuriamoci a un giapponese che investe in Italia.

La reintegrazione non può essere messa in discussione perché altrimenti viene messa in discussione la Costituzione, ha tuonato qualcuno. Ma davvero si può imporre la reintegrazione anche nei casi in cui la fiducia tra datore e lavoratore sia finita? Il lavoratore per primo sa che la fiducia difficilmente si ripristina con la forza giudiziale.

A mio avviso, nel 95% dei casi il lavoratore vittorioso nel giudizio  rinuncia al posto di lavoro chiedendo in cambio al datore di lavoro 15 mensilità. In un certo senso, lo “vende” quel posto avvalendosi della facoltà che gli attribuisce la legge. 

E’ giusto che questo “potere di vendita del posto di lavoro” (che si aggiunge a un cospicuo risarcimento) debbano averlo solo i lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti mentre gli altri possono avere solo un risarcimento? Tutta colpa dell’art. 18 se ci sono divisioni tra lavoratori di serie A (grande azienda) e lavoratori di serie B (piccola azienda)? Tutta colpa no, ma la differenza è davvero difficile capirla.
*Avvocato giuslavorista

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