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Impiego, e se pubblico e privato facessero squadra?

 di Tonia Garofano

A cosa servono i servizi pubblici per il lavoro? A chi servono?”. Queste le domande alle quali ha cercato di fornire una risposta l’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Torino con l’indagine Non chiamatelo collocamento.

L’Osservatorio ha analizzato i percorsi occupazionali di 59.000 persone che hanno perso il lavoro in Provincia di Torino tra il 2011 e il 2012. Di queste, 23.000 si sono rivolte ai Centri per l’Impiego e 36.000 non lo hanno fatto, utilizzando altri canali disponibili, anche informali.

Dei 23.000 lavoratori che si sono rivolti ai servizi pubblici, circa 12.500 hanno ottenuto un nuovo contratto di lavoro nei 12 mesi successivi alla cessazione dell’attività lavorativa, con un’incidenza sul totale del 53%: un dato più alto rispetto al 40% del gruppo che non ha fatto riferimento ad un CpI.

Un risultato significativo, soprattutto se si tiene conto della propensione dei servizi pubblici ad intercettare le categorie più deboli delle forze di lavoro, con maggiori difficoltà di inserimento e permanenza nel mercato del lavoro.

Ma l’indagine va oltre, analizzando la tipologia contrattuale con la quale tali lavoratori sono stati inseriti nel mondo del lavoro: gli utenti dei CPI in 17 casi su 100 sono rientrati utilizzando la somministrazione di lavoro, contro i 5 su 100 che hanno avuto accesso alla somministrazione senza passare per un CpI.

Dati che sembrerebbe ritagliare per i servizi pubblici il ruolo di facilitatori, di porta di accesso, per i propri utenti, al canale della somministrazione. Il servizio pubblico si configurerebbe quale soggetto a presidio dei processi e dell’erogazione di servizio ai lavoratori e alle imprese, riservando al privato il compito di contribuire, con specifiche professionalità, al più efficiente e rapido funzionamento del mercato del lavoro.

Un’indagine, quella della Provincia di Torino, che offre nuovi spunti al dibattito sulla riforma dei servizi per l’impiego, evidenziando la necessità di investire non tanto sulla competizione quanto sull’integrazione tra attori pubblici e privati, riducendo la quota di lavoratori intercettati dai canali informali, che rende inefficiente e poco inclusivo il nostro mercato del lavoro.

La vera questione che oggi si pone all’attenzione del legislatore e degli operatori competenti è la strutturazione di una rete dei servizi, organizzata secondo la logica della specializzazione e dell’integrazione, regolata in funzione della specificità dei ruoli e delle mansioni dei soggetti pubblici e privati. Una rete che, ispirata ai principi della sussidiarietà e complementarietà, eviti sovrapposizioni e valorizzai le specifiche competenze di ciascun attore.

Una necessità, quella di puntare sul raccordo e sulla complementarietà, che trova conferma anche alla luce dei dati dell’analisi condotta dallo Staff di Statistica, Studi e Ricerche sul Mercato del Lavoro di Italia Lavoro S.p.A., del marzo 2014, Servizi di intermediazione pubblici e privati autorizzati. L’analisi prende in considerazione le intermediazioni operate da due canali istituzionali: i CpI e le Agenzie autorizzate. I lavoratori intermediati da CpI sono stati, nel 2012, circa 30.000, pari al 2,1% del totale.

Dei 1,4 milioni di lavoratori che hanno iniziato l’attività lavorativa nel 2012, il 5,1% ha trovato lavoro grazie alle Agenzie interinali o ad altra struttura d’intermediazione diversa da un CpI (circa 71.000 persone). Ma, sottraendo a tali 71.000 la quota di lavoratori interinali collocati dalle Agenzie di somministrazione (36.000) e quindi collocabili in questa forma solo dalle agenzie di somministrazione, resta la quota di altri lavoratori collocati, che risulta pari al 49,4% (circa 35.000).

Dati non dissimili da quelli raggiunti dai CpI, che confermano le difficoltà complessive nell’ intermediazione per entrambi i soggetti che agiscono nel mercato del lavoro, sia pubblici che privati, “Difficoltà che, come è noto, non dipendono solo dalla drastica riduzione della domanda di lavoro dovuta alla crisi ma hanno origini storiche legate alle difficoltà di consolidamento di un reale mercato dell’intermediazione di lavoro”, osserva il rapporto di Italia Lavoro.

Difficoltà comuni, quindi, che gli scarsi investimenti pubblici in servizi per il lavoro, per i Centri per l’Impiego, e la disomogeneità dei sistemi di accreditamento regionali nonché la presenza non omogenea sul territorio nazionale, per le Agenzie per il Lavoro, solo in parte possono concorre a giustificare.

Complice il doveroso buon esito della Garanzia Giovani, bisogna agire quanto prima su deficit e inadempienze, per la strutturazione di una diffusa rete di servizi per il lavoro, all’interno della quale i Centri per l’Impiego possano essere in grado di assumere quel ruolo di moderne agenzie delle transizione che l’Europa da tempo delinea.

Una rete complessa che permetta la massima collaborazione con gli altri attori, che moltiplichi i punti di accesso dei cittadini ai servizi per il lavoro e sia “organizzata e costruita nel quotidiano sulla base di relazioni e prassi operative coordinate da un’attenta regia locale”,“secondo la logica della specializzazione funzionale e dell’integrazione territoriale.”

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