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L’incubo di un’altra Merloni, i motivi della vendita di Indesit

di Fabio Savelli

 L’incubo si era materializzato qualche anno fa con il fallimento dell’azienda del fratello di Vittorio Merloni, Antonio, implosa in poco più di due anni portandosi con sé nefaste conseguenze sociali (2mila operai tra cig e mobilità) e il risentimento della comunità locale. Quell’esperienza aveva impressionato molto la famiglia, aveva colpito soprattutto Ester, sua sorella, azionista di Indesit. E Claudia, la nipote, con una quota minoritaria nella multinazionale di Fabriano. I figli anche, ovvio.

Pur con i dovuti distinguo con Andrea intenzionato a non mollare e Aristide invece apertamente schierato per la cessione. Il confronto  seguiva di pari passo l’evoluzione delle condizioni di salute di Vittorio, colui che ha reso Indesit un marchio globale creando a Fabriano un vero e proprio distretto del bianco. A ben vedere la decisione di un’allenza con Whirlpool era stata vagliata proprio da Vittorio una decina di anni fa.

Ma prevedeva che lui stesso restasse al timone di una nuova realtà attraverso un’offerta pubblica di scambio che avrebbe consentito alla famiglia Merloni di convertirsi nel primo azionista di un gruppo con una posizione di leadership in Europa.

Quel progetto si arenò proprio all’ultimo per volontà di Vittorio che non era convinto delle condizioni finanziarie, ma l’intuizione originaria era giusta perché prevedeva la crescita a doppia cifra dei marchi asiatici capaci in sette anni di sparigliare totalmente il mercato (vedi Haier, leader globale).

Lo schema della multinazionale formato tascabile non poteva reggere più già prima che arrivasse la Grande Crisi che avrebbe portato con sé una riduzione del fatturato, di volumi di vendite e di quote di mercato allora impensabili. Il gruppo è passato in pochi anni dai 3,5 miliardi di ricavi agli attuali 2,7, ha sofferto la competizione sul mercato inglese dove invece era fortissima con l’acquisizione di hotpoint Ariston.

Si è vista assottigliare i margini anche in Russia dove il colosso sudcoreano Samsung ha fatto un vero e proprio dumping sui prezzi rosicchiando una buona fetta di mercato. Ecco, la spiegazione. Il risiko degli elettrodomestici prevede sempre più aziende di grossa taglia, vere e proprie conglomerate come Samsung che spaziano dai telefonini ai televisori fino alle lavatrici.

La taglia minimal non basta più, non c’erano alternative così i Merloni hanno pensato che per salvare gli oltre 4mila posti di lavoro in Italia era necessario cedere tutta la società (nessuno di loro avrà una quota in Whirlpool, come invece si era paventato). Solo un assegno da 758 milioni di euro da dividere tra i familiari secondo le proporzioni tra i membri dentro Fineldo e quelli fuori.

twitter@fabiosavelli

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