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“L’Italia che non ti aspetti”, parla il regista Corsicato

di Fabio Savelli

«La scena simbolo — dice Pappi Corsicato — è quella con Angelo e Luciano nell’aeroplano biposto: c’è la creatività, c’è la volontà di non arrendersi, c’è il sentimento di rivincita e il desiderio di tornare nella Monopoli delle loro origini». Il segnale più vivido lo trova in Roberto, in lui intravede l’eco di una semplicità data per smarrita: «È un giornalista, perde quello che viene percepito come un lavoro prestigioso, ricomincia dalla bicicletta che è la sua passione».

In ognuna di queste storie riscopre in fondo se stesso, giovane iscritto alla facoltà di architettura per compiacere il papà, eppure con il sogno nel cuore di diventare scenografo, regista. I primi esami, la fuga a New York per studiare danza e coreografia, poi la strada indica una direzione chiara e non fraintendibile: diventa assistente di Almodóvar per le riprese del film «Légami!».

Corsicato, 54 anni, dalla sua Napoli descrive le sue sensazioni. «L’Italia che non ti aspetti» è la sua prima esperienza con il documentario web, una modalità di fruizione del racconto d’autore su pc, smartphone e tablet sperimentata dal sito del Corriere della Sera.

Un linguaggio nuovo.
«Già, molto stimolante perché mi induce a perdere il controllo totale sugli attori, la scenografia, i costumi e la trama che invece ho quando lavoro alla realizzazione di un film. Presuppone una maggiore improvvisazione, quasi la necessità di immedesimarsi con questi ragazzi, alcuni avvezzi, altri meno a stare davanti a una telecamera. Significa cambiare in corso inquadrature e racconto per curvarle su un dettaglio che inizialmente non avevi colto».

Un nuovo mestiere, quasi. Come le storie che racconta che sembrano voler riscoprire un «futuro artigiano» per il nostro Paese.
«Non è solo una banale apologia della tradizione che a volte non è più al passo dei tempi. Con questo lavoro ho voluto in realtà trasmettere il desiderio di non abbandonarsi alle sconfitte, alle frustrazioni, alle pause che ti impone la vita scommettendo sulle proprie passioni, remunerative o meno. Spero che “L’Italia che non ti aspetti” infonda un messaggio emulativo destrutturando la convinzione che la crisi economica possa solo restituirci un quadro di totale sconforto. Ognuno è portatore sano di una naturale propensione a riconvertirsi. Credo sia scritto nel nostro corredo genetico, l’importante è non rassegnarsi».

twitter@fabiosavelli

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