ARCHIVIO

La lettera – Centri per l’impiego, ecco cosa si può salvare

La lettera – Centri per l’impiego, ecco cosa si può salvaredi Francesco Giubileo, Marco Leonardi e Francesco Pastore

È talmente forte lo sconforto per il modo di funzionare dei centri per l’impiego (CPI) che un numero crescente di coloro che se ne occupano, non vedono altra soluzione che chiuderli. Un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dall’autorevole editorialista Sergio Rizzo riporta che la rete dei CPI costa allo stato 464 milioni di euro per circa 10 mila dipendenti e consente l’assunzione solo di circa 35 mila disoccupati, con un costo medio per posto di lavoro creato di circa 13 mila euro.

Questi numeri ovviamente fanno storcere il naso. Gli stessi funzionari dei CPI si rendono conto che questa situazione non può andare avanti a lungo, ma non si prospettano soluzioni alternative all’orizzonte. Crediamo che, però, nonostante la tentazione sia forte, non bisogna arrivare a conclusioni troppo affrettate, del tipo: “aboliamo immediatamente i CPI”.  Il problema è dare ai CPI un ruolo diverso per farle funzionare, ma quale?

È senz’altro chiaro che senza ristrutturare in profondità l’assetto attuale dei CPI non avrebbe senso dare loro neppure un euro di più. Ma rinunciare del tutto a questo strumento di interfaccia fra domanda e offerta di lavoro che in altri paesi dà una certa soddisfazione in termini di collocamento può essere sbagliato.

Ci sono paesi nei quali i CPI consentono l’assunzione di una percentuale di nuovi occupati che raggiunge anche quote del 7% nel Regno Unito e del 12% in Germania (percentuali nel 2013 in drammatica diminuzione per effetto della crisi). Certo, anche con questi numeri, i CPI non potrebbero mai essere la soluzione del problema della disoccupazione, in specie della componente giovanile, ma rinunciare a questo contributo quando la disoccupazione è così alta sarebbe probabilmente un errore.

La competizione pubblico-privato è sempre stata fonte di estenuanti dibattiti. Eppure centri pubblici e agenzie private dovrebbero avere compiti differenti e complementari.

I CPI dovrebbero fare l’accoglienza e la profilazione dell’utenza, le agenzie dovrebbero fornire i servizi fino al collocamento. Infatti, da una parte, è evidente che le agenzie private svolgono un lavoro molto migliore nei servizi di collocamento e anche nelle regioni dove c’è un sistema pubblico-privato, i CPI non sono in grado di concorrere con le agenzie private.

Dall’altra parte è altrettanto evidente che le agenzie non possono fare tutto da sole. Quando si tratta di assegnare i disoccupati ad una classe di difficoltà di inserimento, le agenzie private hanno un conflitto di interessi evidente che le porterebbe ad assegnarli ad una classe più difficile in modo da avere rimborsi maggiori.

È chiaro, dunque, che questo mestiere lo possono fare solo i CPI che poi non si prendono in carico i disoccupati. I CPI dovrebbero essere finanziati solo per metterli in grado di fare la profilazione. Tutte le regioni dovrebbero essere messe in grado di avere un sistema efficiente di accreditamento delle agenzie private che possano fornire servizi. Molte regioni del sud attualmente non hanno un sistema di accreditamento dei servizi privati.

L’idea che i CPI possano fare del collocamento come in altri paesi è del tutto implausibile in Italia dato il loro sotto dimensionamento. L’idea che un sistema di servizi privati senza un sistema di profilazione e di controllo pubblico possa funzionare è altrettanto implausibile.

Detto in estrema sintesi, bisogna:
- riorganizzare il rapporto tra istituzioni in linea con gli altri paesi. In altri termini, riorganizzare il rapporto tra centro (che può essere ItaliaLavoro, un’agenzia del Ministero del lavoro) e il livello locale (province o comuni consorziati).

L’importante è che i ruoli e il livello di responsabilità siano chiari e non sovrapponibili.
- per ogni disoccupato il pubblico deve fare la profilazione, consentendo di assegnare il disoccupato ad un intervento specifico;

- affidare il collocamento ai privati (come ormai accade in tutti i paesi avanzati) in un regime di “quasi mercato”;
- sburocratizzare il pubblico consentendo le trascrizioni di avviamenti e cessazioni via internet, come ormai si fa in quasi tutta Europa, per liberare uomini e risorse a scopi più produttivi;

- valutare in modo rigoroso i corsi di formazione professionale e finanziare solo quelli che funzionano tramite il confronto con le fonti amministrative;

Insomma, il pubblico deve sopravvedere, monitorare, valutare. Solo così può tornare ad avere un ruolo. Non deve fare ciò che non sa e non può fare con le risorse disponibili. Il privato deve fare e essere pagato dallo stato solo in base ai risultati conseguiti, stando attenti a non consentirgli di soffiare troppi soldi allo stato. In questo modo si favorisce anche l’interesse delle imprese a partecipare al sistema. Le imprese troverebbero quell’interlocutore efficiente di cui hanno bisogno da sempre.

È questa una estrema sintesi di diverse proposte presentate più analiticamente in altri lavori. L’idea di fondo è che finora non si è fatto niente per far funzionare i CPI. Anzi si è fatto di tutto per ingolfarli, renderli inutili, compreso le privatizzazioni del collocamento, per come sono state fatte ormai già da tanti anni.

Read more http://nuvola.corriere.it/2013/11/25/la-lettera-centri-per-limpiego-ecco-cosa-si-puo-salvare/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettera-centri-per-limpiego-ecco-cosa-si-puo-salvare