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Ranci: Partite Iva, un nuovo “patto” tra contributi e pensione

Ranci: Partite Iva, un nuovo “patto” tra contributi e pensionedi Costanzo Ranci*

Il ministro Fornero, nell’ormai lontano giugno 2012, con la riforma del mercato del lavoro lanciò un messaggio al popolo delle Partite Iva: in cambio di un aumento progressivo della contribuzione previdenziale sino al 33% per gli iscritti alla gestione separata, vi prometto in cambio una pensione solida e sostenibile.

Dopo 17 mesi di lunghi silenzi interrotti da pochi accorati appelli, è come se fossimo ancora al primo giorno di applicazione della legge. Tanto che si parla ora di “congelare” il primo scatto della contribuzione, previsto per il gennaio 2014, allo scopo di guadagnare un anno in cui finalmente affrontare la questione! Emergenza ed improvvisazione si coniugano insieme per produrre l’unico esito possibile: senso sempre più devastante di insicurezza tra le Partite Iva e logica del rinvio sine die delle decisioni che contano.

Perché in discussione non è soltanto la cifra contabile (si parla di 26 milioni) necessaria alla copertura finanziaria del congelamento dello scatto previsto per il 2014.

La posta in palio è l’orientamento del governo e dei partiti di maggioranza (che la riforma Fornero approvarono) nei confronti del patto sociale che la riforma disponeva per le Partite Iva. Le proteste degli ultimi mesi (ma alcune già levatesi all’epoca della riforma) segnalano che quel patto è stato rifiutato da gran parte del lavoro autonomo.

Alcune ragioni sono contingenti eppur gravi. I dati hanno mostrato che la crisi ha messo a repentaglio l’attività di molte Partite Iva. Un aumento di contribuzione, scaricata per lo più sul lavoratore finale, aumenterebbe la probabilità di chiudere l’attività, piuttosto che di pensare alla propria pensione futura!

Ma altre ragioni sono più di fondo. Gran parte delle Partite Iva non si considera un lavoratore dipendente. La loro meta non è la pensione garantita a fine corsa, ma lo sviluppo della loro attività: molti pensano che un’attività ben avviata assicuri molto meglio e più di una pensione dell’Inps.

I rischi maggiormente avvertiti sono la disoccupazione o il precipitare di fatti esterni (malattie, imprevisti finanziari, ecc.) che comportino la necessità di dover cessare l’attività. Rispetto a questi rischi la riforma Fornero non ha garantito nulla: gli ammortizzatori sociali di nuova generazione (Aspi e Mini-Aspi) non sono per i lavoratori autonomi, né per gli iscritti alla gestione separata.

Questo a dispetto del fatto che l’avanzo patrimoniale della gestione separata sia stimato ad oggi a ben 80 miliardi di euro (con un incremento annuo di 8 miliardi). È arduo pensare che da questa “gallina dalle uova d’oro” non possa uscire alcuna forma di protezione e sostegno alle numerose Partite Iva che chiudono la baracca e non hanno risorse per avviare alcuna attività alternativa.

Un altro punto cruciale riguarda la concorrenza sleale che si crea in un mercato in cui operano professionisti che, essendo iscritti ad un ordine professionale, hanno aliquote previdenziali vicine al 12-14%, e altri professionisti che, non essendo iscritti ad un ordine, dovranno pagare aliquote superiori di tre volte. Distorsioni competitive, usi impropri dell’iscrizione agli ordini, scarso riconoscimento della qualità delle prestazioni sono dietro l’angolo.

Insomma: la riforma Fornero ha istituito un patto, che tuttavia è stato rifiutato ancor prima di essere attuato. Dietro la discussione sul congelamento, è questa la vera posta in palio.

C’è qualcuno interessato/disposto a cogliere la sfida, e a rilanciare un nuovo patto? Il rischio è che altrimenti il congelamento auspicato riguardi non solo l’aumento del punto percentuale, ma anche una vera discussione sui rischi e le forme di tutela necessarie oggi al lavoro autonomo nel nostro paese.

*Ordinario di Sociologia economica al Politecnico di Milano

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