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I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA

I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA di Leonardo Sciascia - 10 gennaio 1987

La documentatissima analisi dello storico inglese Christopher Duggan sul fenomeno criminale sotto il regime mussoliniano - Anche nel sistema democratico può avvenire che qualcuno tragga profitto personale dalla lotta alla delinquenza organizzata - Uomini pubblici che esibiscono a parole il loro impegno contro le cosche e trascurano i propri doveri amministrativi

 

SOMMARIO: Due autocitazioni, da "Il giorno della civetta" e da "Ciascuno il suo", per chiarire cosa egli pensi, da sempre, sulla mafia. Segnala poi il libro recentemente uscito in Italiano, di uno storico inglese che ha studiato la mafia sotto il fascismo, non tanto in quel che essa era in sé ma per ciò che se ne pensava intorno (Christopher Duggan, "La mafia durante il fascismo"). Purtroppo, a nulla servono i buoni libri (neanche i suoi due, citati all'inizio) per far apprendere una "dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema"; anche i suoi, forse, sono stati letti tutt'al più "en touriste", alla ricerca del "lieto fine". Ma quando Luigi Sturzo, nel 1900, scrisse un dramma sulla mafia, esso non aveva - già allora - un lieto fine. Poi, a don Sturzo è succeduta la DC, un partito "a dir poco indifferente al problema".

 

 

Storicamente, in Sicilia, il fascismo stentò a sorgere dove il socialismo era debole. E la mafia, che aveva impedito lo sviluppo del socialismo, era già fascismo. Tanto che essa cominciò a temere certe manifestazioni più intransigenti e "rivoluzionarie" di settori del fascismo, degli ex-combattenti, dei giovani nazionalisti, ecc., temuti anche dal fascismo agrario del nord: come è il caso di Alfredo Cucco, fascista di linea radical-borghese, arrestato dallo stesso fascismo. In Sicilia ci fu uno scambio, tra il fascismo ed agrari ed esercenti di zolfare; il fascismo dava loro sicurezza, ma questi dovevano liberarsi delle frange criminali. Questa fu opera del prefetto Mori, uomo di gran senso del dovere verso lo Stato, che così venne favorendo le aree fasciste conservatrici a danno delle più "progressiste".: insomma, con Mori si ha il paradosso di una "antimafia" come "strumento del potere". Qualcosa di simile può succedere anche oggi: chi rimprovererà un sindaco che si occupi di mafia magari trascurando di amministrare la sua città? In altro campo, c'è da segnalare un episodio che ha visto il dottor Paolo Borsellino scavalcare, nell'assegnazione al posto di procuratore della repubblica di Marsala, un altro concorrente più anziano, perché questi non era stato mai incaricato di processi contro la mafia.

 

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Il viaggio di Jorge Luis Borges in Sicilia,

La cecità è una clausura, ma è anche una   liberazione,   una   solitudine propizia alle invenzioni, una chiave e un’algebra”.  Così  Jorge  Luis  Borges conclude il prologo della sua raccolta di testi poetici dal titolo, “La rosa profunda”  (1975),  dove  confessa  di  aver perduto la vista e, con questa, “soltanto la  vana  superficie  delle  cose”.  Ed  è proprio in omaggio  alla sua “rosa  mistica” che nel 1984 la casa editrice palermitana  Novecento invita  Borges in Sicilia per ritirare il premio “La rosa d’oro”, creato in suo onore. “In realtà non si tratta di un premio”, precisa Domitilla Alessi, direttrice di Novecento, “ma di un’onorificenza. Ed è stato Borges  a  proporre  di  perpetuare  questa idea, istituendo un’assegnazione senza giuria in cui è il vincitore dell’edizione precedente  a  nominare  il  suo  successore,  come i  cavalieri  della tavola  rotonda”. Chissà, forse per Borges, con la sua ironia anglosassone, era un modo di  superare  l’amarezza  per  non  aver vinto il premio Nobel.
“Ricordo che Borges era molto contento di andare in Sicilia. Per lui era una sorta di viaggio iniziatico alla scoperta di Palermo, la città da cui si origina il  nome del  suo barrio  natale a Buenos  Aires,  dell’isola  di  Omero  e dei  filosofi  greci  a  lui  tanto  familiari fin  da  bambino”.
Con  queste  parole, María  Kodama,  vedova  di  Jorge  Luis Borges,  ricorda  il  loro  viaggio  dove, paradossalmente,  lo  scrittore  ha  “visto” perché già  “sapeva”. “Nelle  due tasche del vestito”, continua Domitilla Alessi al Foglio, “teneva, da un lato l’Iliade e  dall’altro l’Odissea, e  nei momenti di pausa chiedeva a María Kodama di leggergli dei brani. Per lui la mediterraneità era un grande arcipelago mentale che includeva la Grecia e la Sicilia”. Per questo, quando venne a Palermo chiese espressamente di visitare  il  Museo archeologico,  che  ora lo  ricorda  con  una  mostra  dal  titolo “Quando  le  statue  sognano”,  a  cura della  direttrice  del  museo,  Caterina Greco, e del critico d’arte Helga Marsala.
La mostra inizia dai ritratti dello scrittore realizzati durante questa visita,  documentata  dagli  straordinari scatti di Ferdinando Scianna, e dalla suggestiva  metafora  del  “sogno”  (“la modesta eternità che possediamo ogni notte”),  cifra  della  poetica  di  Borges.

E’ l’idea delle curatrici per sottolineare questa fase del “museo in transito”, in una  condizione di  temporanea sospensione del tempo vitale perché in attesa  di  un  “risveglio” e  della  completa apertura dell’istituzione che sarà  realizzata  nei  prossimi  mesi.  “La mostra è il primo appuntamento di un programma  che  prosegue  nel  corso dell’anno,   pensato   per   trasformare l’attesa in un nuovo contenuto”, affermano  le  curatrici,  così  il  tempo  che precede  l’inaugurazione  degli ultimi due piani del museo più antico della Sicilia diventa “occasione di scoperta, disvelamento, ricerca e comunicazione”.

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