LA RICERCA AL SERVIZIO DEL PAESE

LA RICERCA AL SERVIZIO DEL PAESE

Caro direttore, mentre la classe politica italiana è impegnata sulla distribuzione della ricchezza esistente e di quella derivata dall’aumento del debito pubblico, poca attenzione viene rivolta ai fattori determinanti la sua produzione. Non è così a livello internazionale ove si riconosce unanimemente l’importanza ed il ruolo della scienza e della tecnologia per lo sviluppo economico e sociale. La persistenza da noi di tradizioni contrarie alla collaborazione tra industria e università e la mancanza a livello governativo di una cabina di regia assicurata nell’esecutivo da un ministro per la ricerca scientifica e tecnologica sono la causa di una situazione da rivedere con urgenza per aumentare nel Paese la produzione di ricchezza, presupposto per la sua distribuzione.

Nei Paesi industrializzati e no sono in corso politiche di sviluppo basate sulla promozione della ricerca scientifica di base per produrre nuova conoscenza e finalizzata per la produzione di prodotti, processi e servizi innovativi. In Italia esiste una situazione paradossale: nelle Università e nei Centri di ricerca pubblici operano circa 64.000 universitari e circa 17.000 ricercatori dei 22 enti pubblici di ricerca. Essi richiedono una spesa pubblica di ca 8 miliardi di euro di cui ca 5,6 miliardi per attività di ricerca. Oltre ai tradizionali compiti che essa svolge con risultati di eccellenza nella ricerca di nuova conoscenza, assai debole nel tempo è risultata la sua interazione con il sistema produttivo del Paese. Mancano  programmi  ed obiettivi raggiungibili di adeguate dimensioni e largo impatto come ad esempio nei settori della salute, agricoltura, fonti rinnovabili di energia, conservazione dell’ambiente su cui indirizzare i finanziamenti e promuovere la partecipazione dell’importante capitale umano esistente su temi che hanno grande rilevanza per la società e l’economia. Poiché il costo di programmi di ricerca è dovuto per il 7080% ai costi del personale e delle infrastrutture, già finanziato dallo Stato, si tratta di utilizzare al meglio questo volume di investimenti e renderlo produttivo a beneficio della nostra società. Un aspetto importante da considerare è la scelta di temi su cui impegnare in modo coordinato e con obiettivi ben definiti e raggiungibili una parte importante dei ricercatori italiani. Ecco un esempio di un programma alla portata dei nostri ricercatori.  Per  l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’antibiotico-resistenza è una delle tre più serie minacce alla salute pubblica globale. Capace di provocare ogni anno 25 mila morti nella sola Unione Europea. Secondo gli ultimi dati del Centro europeo per la prevenzione delle malattie il nostro è tra i Paesi europei con i livelli più alti di resistenza. Esiste nel nostro Paese una forte tradizione in questo settore. Dalla scoperta della rifampicina del gruppo diretto dal Prof. Sensi a quello delle cefalosporine del Prof. Brotsu sono derivati antibiotici tuttora largamente impiegati nel mondo nella terapia delle malattie infettive. Il settore è stato improvvidamente abbandonato nonostante i successi conseguiti. Esistono specifiche competenze nelle facoltà di Medicina, Biotecnologie, Chimica, Scienze Biologiche che, sotto la regia di un gruppo competente nella programmazione e gestione di grandi progetti di ricerca, sono certamente in grado di contribuire in questo ed altri specifici settori. Attualmente nessuna azione governativa è riscontrabile in proposito. Tace il governo, tace il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, tace la Conferenza permanente dei Rettori italiani, tace anche la comunità scientifica dei ricercatori italiani.

Gloria Saccani Jotti (Professore Ordinario Università di Parma Deputato di FI)