LA VERA SFIDA DELL’ERA DIGITALE

 

L’atteggiamento dell’Occidente nei confronti della tecnologia   digitale   è cambiato  negli  ultimi anni, mentre le innovazioni un tempo osannate hanno iniziato a svelare i loro effetti  negativi. Come tutte le rivoluzioni, però, anche quella digitale è un’arma a doppio taglio, che offre notevoli benefici accanto a sfide scoraggianti.  
Alcuni studi dimostrano come l’ecommerce e la finanza digitale in Cina abbiano contribuito sia al tasso che all’inclusività della crescita economica. Le aziende molto piccole (con una  media di tre dipendenti) che non potrebbero  accedere  alle  tradizionali  fonti di credito ora possono ottenere finanziamenti. Hanno accesso ai mercati attraverso varie piattaforme online, molte delle quali forniscono tool e dati per incentivare la produttività,  migliorare la qualità dei prodotti e beneficiare della formazione imprenditoriale. In generale, le piattaforme di e-commerce accrescono l’inclusione  finanziaria  ed  economica  se  sono aperte e puntano ad ampliare l’accesso ai mercati digitali, anziché fare  concorrenza ai prodotti dei propri  utenti. Al contrario, l’automazione indotta dalla tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale (Ai) e il machine learning hanno effetti non inclusivi – rispetto al mercato del lavoro – che devono essere contrastati.
Allo stesso tempo, come nei passati periodi di trasformazione tecnologica,  dovremmo  aspettarci  cambiamenti significativi dei prezzi relativi  di beni, servizi e attività a fronte della nostra avanzata nell’era digitale. In  termini di posti di lavoro, le competenze associate alla creazione o all’utilizzo delle nuove tecnologie aumenteranno di valore, mentre quelle per le quali le tecnologie digitali rappresentano un sostituto di livello superiore perderanno valore – talvolta in termini assoluti. Questa transizione richiederà del tempo e imporrà costi sui singoli lavoratori e settori.I governi dovranno rispondere con servizi sociali e normative nuove o ampliate. Ma il  processo non sarà semplice.
Sebbene l’automazione sia solo una faccia della rivoluzione digitale, rappresenta una grande sfida, soprattutto in termini di distribuzione del  reddito. Ma più sarà ritardata la transizione, più tempo ci vorrà per rendersi conto di quanto le nuove tecnologie contribuiscano alla produttività e alla crescita. Oggi spesso si sentono commentatori  chiedersi  perché  la  produttività tenda al ribasso se siamo nel mezzo di una rivoluzione digitale. Parte della risposta è che c’è un ritardo in termini di competenze necessarie per inserire le nuove tecnologie in tutti i settori, nei modelli di business e  nelle catene di fornitura. Un problema correlato si applica ai Paesi nelle prime fasi dello sviluppo, dove il processo di fabbricazione e assemblaggio ad alta intensità di manodopera ha rivestito un ruolo indispensabile nel raggiungere  una  crescita  sostenuta.  I  progressi compiuti nel campo della  robotica e dell’automazione stanno  ora erodendo la tradizionale fonte di vantaggio comparativo del mondo in via di sviluppo. Certo è che le piattaforme di e-commerce possono servire come alternativa parziale alle esportazioni manifatturiere, accelerando  l’espansione dei mercati interni. Ma il vero premio è il mercato globale. Solo se le piattaforme digitali venissero  estese per intercettare la domanda globale potrebbero suggerire un modello di crescita alternativo (dazi e  barriere normative permettendo).
Un’altra componente della rivoluzione digitale sono i dati, grazie al valore che hanno quando vengono raccolti, resi anonimi e analizzati con gli strumenti giusti. E l’ascesa dei modelli di business basati sull’estrazione di questi valori ha sollevato preoccupazioni sul fronte della privacy. Un caso di dati particolarmente sensibili sono quelli sanitari, dal Dna alle cartelle cliniche, che hanno un grosso potenziale per la scienza biomedica, ma che  potrebbero causare gravi danni se finissero nelle mani sbagliate. La sfida sarà ideare un quadro normativo in  grado di garantire la privacy e la sicurezza dei dati personali, consentendo modelli di business che dipendano  dalla raccolta e dall’uso di questi dati.
Più in generale, i progressi tecnologici di oggi hanno creato un dilemma macroeconomico, nella misura in cui i trend della crescita e della produttività sembrano andare nella direzione sbagliata. Oltre al ritardo sul fronte delle competenze, una possibile spiegazione – anche se minoritaria– è che la “rivoluzione” digitale non sia così  tanto rivoluzionaria. Un’altra spiegazione è che le tecnologie digitali tendono ad avere insolite (per quanto non straordinarie) strutture di costo, con costi fissi elevati e costi marginali quasi prossimi allo zero. Pertanto, se presi in una vasta gamma di applicazioni e luoghi geografici, i costi medi di alcune tecnologie chiave sono trascurabili. I servizi “gratuiti” di grande valore che usiamo sono stati di fatto  prezzati adeguatamente al loro costo marginale. In modo analogo, i miglioramenti esponenziali nella forza e  nell’utilità dei prodotti digitali possono essere raggiunti anche a costo minimo. Gli smartphone di oggi sono più potenti dei supercomputer di metà anni 80 e costano una frazione del  prezzo. Ora, è certamente possibile  che un incremento di 10mila volte  nella forza dei computer a un costo  aggiuntivo irrilevante negli ultimi 20 anni abbia dato benefici minimi ai  consumatori; ma è fortemente improbabile. Il punto è che nessuno di  questi vantaggi è catturato nei conti  del reddito nazionale. Non vuol dire  che stiamo suggerendo di eliminare o rivedere il Pil; ma dobbiamo riconoscerne i limiti. Il problema con il Pil  non è il fatto di essere un misuratore approssimativo del benessere materiale (lasciando da parte le questioni  legate alla distribuzione), ma quello di essere incompleto. Non include l’aumento della portata di beni e servizi  forniti a un costo incrementale negativo, né il lato non materiale del benessere individuale o il progresso sociale. In prospettiva, le stesse dinamiche costo-struttura promettono di produrre grandi passi in avanti in  molte aree. La maggior parte dei medici avrà presto assistenti digitali per offrire le diagnosi (soprattutto per alcuni tipi di cancro, retinopatia diabetica e altre patologie croniche), eseguire interventi chirurgici non invasivi o trovare ricerche pubblicate pertinenti. E molti di questi servizi saranno disponibili da remoto per le persone di tutto il mondo, comprese le comunità povere o vulnerabili.
Allo stesso modo, i progressi tecnologici con costi marginali vicini allo zero potrebbero avere un impatto significativo sulla sostenibilità, un altro ingrediente chiave del benessere a lungo termine. È ragionevole aspettarsi che, nel tempo, la maggior parte dei benefici derivanti dalle tecnologie digitali non rientrino nella dimensione ristretta di benessere materiale  quantificabile. Non si tratta di respingere o minimizzare le sfide da affrontare, soprattutto rispetto alla disuguaglianza. Ma un approccio saggio a questi problemi rifletterebbe il ribilanciamento di benefici, costi, rischi e vulnerabilità nell’era digitale. di Michael Spence Premio Nobel per l’Economia 2001  (Sole 24 ore)