COSTRUIRE CULTURA PER ARGINARE FAKE NEWS E TRASMETTERE IL SAPERE

COSTRUIRE CULTURA PER ARGINARE FAKE NEWS E TRASMETTERE IL SAPERE

Le  enormi  trasformazioni introdotte nella vita quotidiana dall’avvento di Internet  dovrebbero  indurre l’editoria culturale e le istituzioni formative e di ricerca a prendere atto di quella che può  definirsi una vera e propria rivoluzione antropologica, fatta di opportunità, ma anche, allo stesso tempo, di  possibili rischi e potenziali derive, che sono difficili non solo da controllare, ma già – ancor prima – da mettere a  fuoco. Sono opportunità e rischi che si possono individuare in ogni ambito e a qualsiasi livello della vita associata, fino al tema della democrazia diretta come possibile alternativa a quella  rappresentativa. Per limitarsi al contesto formativo e culturale, si pensi al dibattito sull’impiego scolastico degli strumenti digitali. Un’ipotetica sostituzione dei libri cartacei con gli ebook avrebbe vantaggi pratici e logistici, e anche economici. Eppure, già oggi  una serie di studi ha mostrato che, sul piano cognitivo, i libri digitali sono meno efficaci per l’apprendimento rispetto agli strumenti cartacei.

Anche, nella ricerca, l’immediata accessibilità e ricercabilità di uno sterminato patrimonio di dati e informazioni è strumento formidabile, ma espone alla  tentazione di cercare “scorciatoie” che, prescindendo da selezione e analisi critica, possono risultare manipolabili o comunque fuorvianti. E si potrebbe continuare citando il caso dello studente che, credendo di avere a disposizione ogni nozione solo affidandosi a un motore di ricerca, si illude di poter fare a meno della memorizzazione e dello studio stesso. È proprio sul piano culturale che emerge  la  più  importante  criticità strutturale della Rete. La disponibilità sul web di un’incalcolabile quantità di informazioni genera l’illusione di una “ubiquità della conoscenza”, quasi a voler dimenticare che, accanto alla libera fruizione dei contenuti, si colloca un’altrettanto libera produzione degli stessi: il web offre contenuti affidabili, ma anche interpretazioni e ricostruzioni  della  storia  e  dell’attualità estemporanee, fantasiose teorie complottistiche e descrizioni di cure e rimedi miracolosi. Se questo vale per  quei siti che si presentano come fonti di informazioni, almeno in linea teorica, attendibili, si pensi quanto possa valere con riferimento alla galassia, in larga parte incontrollabile, di blog e  social network. Ciò pone un problema di qualità della conoscenza nel senso che quest’ultima può considerarsi tale solo  quando le notizie e le informazioni  sono ricomposte e analizzate nella loro complessità sistemica e quando sono sottoposte a una certificazione sicura, scientificamente autorevole. Un compito, questo, che diviene cruciale in un’epoca, come l’attuale, di cosiddetta “democratizzazione dell’informazione”, nella quale si va diffondendo la tentazione di fabbricarsi da soli la propria conoscenza attingendo in modo acritico alla Rete. Lo scenario attuale è quello di una cultura tradizionale messa in discussione, da una parte, dall’illusione di  autosufficienza prodotta dalla Rete,  dall’altra, da una concezione utilitaristica dei saperi. La prima afferma, implicitamente, che non serve “sapere”, perché basta informarsi; la seconda, più esplicitamente, che non serve “sapere”, perché basta saper fare.  Qual è, in questo contesto, il ruolo delle istituzioni votate alla produzione e alla diffusione della cultura quale conoscenza  criticamente  vagliata?  Qual è il compito al quale editoria culturale e università sono chiamate?  Continuare a “costruire cultura”, contrapponendo alla trasmissione orizzontale delle informazioni una conoscenza organizzata e strutturata e, soprattutto, l’argine rappresentato dalla funzione di filtro e certificazione affidata  alla  comunità  scientifica  –  e  quindi all’università – e alle case editrici che a essa fanno riferimento per la stesura e il controllo dei contenuti. In assenza di questa funzione non sarebbe più possibile distinguere, nel  caos liquido del web, il vero dall’immaginato, i fatti dalle opinioni, ciò che è attendibile da ciò che è frutto inconsapevole di ingenue e spesso pericolose fantasticherie. Questo non significa opporre il sapere tradizionale alla cultura digitale. Le opportunità offerte da quest’ultima sono straordinarie e vanno valorizzate in tutti i contesti della produzione e della diffusione della cultura. Il punto, però, è che il digitale non deve sostituire le tradizionali forme di  cultura, bensì affiancarsi a esse e con esse integrarsi, offrendo agli utenti  anche quegli indispensabili strumenti di orientamento che consentono loro di confrontarsi in modo critico e  consapevole con la nuova realtà. Ciò, non per contrapporre alla “Babele delle conoscenze” un inattuale “Canone del sapere”, ma per difendere  l’indispensabile ruolo del metodo critico e interpretativo e, insieme, per  evitare che l’inarrestabile flusso di stimoli e informazioni sempre nuovi finisca per travolgere, senza controllo, la conoscenza del passato e la consapevolezza della storia: quel passato e quella storia sono il primo fondamento dell’identità degli individui così come dei membri di una comunità. Questa considerazione ci ricollega all’altra sfida che la cultura deve affrontare: l’attacco portato da chi vuole negare a essa qualsiasi funzione che non sia riconducibile a un’utilità immediata. Di fronte a questi tentativi di delegittimazione, editoria culturale e università sono chiamate a valorizzare non tanto la logica utilitaristica del profitto immediato quanto le ragioni profonde dell’educazione, della conoscenza e della cultura. Queste costituiscono un patrimonio da custodire  come quello storico-artistico, un patrimonio fragile, perché è evidente  che, se si trascurano discipline e competenze a causa delle diverse priorità imposte dalla crisi economica, non si può pensare che sia poi possibile – in tempi migliori – recuperarle senza  sforzo, una volta che si è spezzata  quella continuità che da sempre, nella storia, è il fondamento della trasmissione delle conoscenze e dei saperi. “Costruire cultura” significa continuare a costruire quelle strutture del sapere e della conoscenza che incanalano il flusso degli stimoli e delle informazioni offerto dalla realtà globalizzata, mettendo le persone che sono investite ogni giorno da questo flusso in grado di affrontare i problemi del  nostro tempo, a cominciare da quello del confronto tra culture, riprendendo la formulazione di Martha Nussbaum «persone che siano cittadini  migliori del loro Paese e del mondo».

di Franco Gallo (Presidente emerito della Corte costituzionale e presidente dell’Istituto  dell’Enciclopedia Italiana Sole 24 ore)