TEST INVALSI E LA CRISI DELLA SCUOLA ITALIANA

Test drammatici sulla lingua in gioco il futuro della democrazia

Per gli studenti le prove Invalsi  sono una rilevazione e non  una valutazione, e così deve essere  e deve restare, ma per il sistema  scolastico nazionale  rappresentano una vera  valutazione della validità del  proprio lavoro e i risultati  restituiti, di anno in anno sempre  più precisi, possono orientare le  decisioni politiche sulla scuola, e  subito, perché i miglioramenti nel  campo degli apprendimenti  chiedono tempo e quel che conta è  invertire le tendenze negative, sia  pur di poco, anno dopo anno,  partendo dai dati più importanti.

1.   Abbiamo un problema con la  lingua italiana. Un dramma  perché la competenza linguistica è  trasversale a tutte le discipline e  l’analfabetismo funzionale, cioè  non capire quello che si legge,  impedisce ogni tipo di  apprendimento, impedisce  l’esercizio della vita democratica,  limita il pensiero, ci rende le prede  ideali di ogni tipo di demagogia e  pregiudizio.

2.  Il problema della lingua è più  grave al Sud e, vien da dire, si  porta dietro i risultati non positivi  anche in matematica e inglese.  Perché? Invece di lanciarsi su  luoghi comuni intorno alla qualità dell’insegnamento al Sud, è il caso  di ricordarci che lo status  socio-economico e culturale  influisce sui risultati lungo tutto il  corso degli studi e che le indagini  Ocse-Pisa ci mostrano che gli  apprendimenti sono condizionati  dalla dotazione culturale di  contesto delle famiglie  (disponibilità di libri, strumenti  informatici, spazi adeguati allo  studio), dal clima disciplinare di  classe (fattori che sostengono  l’attenzione), dalle condizioni  fisiche dell’aula (banchi, acustica,  decoro, dotazioni tecnologiche). 

3.  Abbiamo un problema di equità.  Equità significa che a partire da  condizioni sociali ed economiche  diverse ciascuno studente e  ciascuna studentessa ha la  possibilità di accedere alle stesse  opportunità formative. È la misura  vera della scuola democratica.  L’Italia ha una mobilità  intergenerazionale (figli che  acquisiscono un titolo di studio  superiore a quello dei genitori) del  19% contro la media Ocse del 37%.  Ma qui qualcosa si può fare. La  variabilità, cioè il divario, dei  risultati fra scuole e fra classi della  stessa scuola aumenta da Nord a  Sud fin dalla scuola primaria. Vuol  dire che i ricchi di soldi e di cultura  tendono a scegliere le stesse scuole  che diventano di eccellenza, più al  Sud che al Nord. E vuol dire che  dentro ciascuna scuola si creano  classi di livello, dove si aggregano  ragazzi eccellenti, oppure dove si  collocano docenti stabili che  assicurano continuità e progetti.  Nell’apprendimento c’è un “effetto  di contesto” che può far volare i  risultati e servire l’equità, se il  gruppo classe è variegato e  disomogeneo per livello. Bisogna  contrastare i meccanismi che  portano alla ineguale  distribuzione degli studenti.  Questo lo si può fare ed è una delle  poche cose che dipendono davvero  esclusivamente dai presidi.  Bisogna aver coraggio e visione,  come si dice.

4.  L’autonomia differenziata così  come è per ora tratteggiata dalla  politica, in questa situazione  sarebbe una iattura. Le regioni del  Nord hanno già risultati migliori,  senza autonomia. 

5.  Dal Nord al Sud serve una  maggiore competenza linguistica.  Tullio De Mauro diceva che la  lingua la si impara per  esposizione. Su questo la scuola  italiana è proprio un presidio di  resistenza perché il contesto  sociale è tremendo.

Mariapia Veladiano La Repubblica

 

 

COSÌ FALLISCE LA SCUOLA ITALIANA

Gli esiti delle prove Invalsi da quest’anno estese al quinto anno delle  superiori, quindi al termine del ciclo scolastico ci parlano di un fallimento della scuola italiana. Può  sembrare un’affermazione eccessiva, ma i dati giustificano un allarme estremo. Anche perché non nuovo e finora inascoltato.  Dopo 13 anni di studio fra primarie, medie e  superiori, gli studenti del Sud hanno accumulato divari impressionanti in italiano, matematica  e inglese rispetto ai loro coetanei del Nord e del  Centro: soprattutto, più della metà non raggiunge il livello minimo definito dalle indicazioni nazionali per il curricolo, che hanno sostituito i programmi   ministeriali.   Le   conseguenze   sono   drammatiche e largamente irreversibili: difficile sperare a 19 anni di recuperare il terreno perduto e costruirsi un bagaglio di saperi adeguato  al lavoro e alla vita futura.

Stiamo dunque rischiando di perdere una generazione, almeno  in quelle regioni? Senza trascurare che i confronti internazionali dicono che anche al Nord le cose non vanno benissimo.  Il timore è serio. Non a caso, al ritardo dell’Italia nelle competenze scolastiche corrispondono  almeno due decenni di crescita zero. Senza una  formazione di qualità, non si può aspirare a essere protagonisti nell’economia mondiale. Lo stato del nostro sistema scolastico, a partire dalle  medie, deve essere quindi oggetto di una riflessione collettiva e di interventi di emergenza. I test Invalsi, spesso criticati dagli insegnanti, mostrano oggi tutta la loro utilità per la scuola e per  l’informazione dell’opinione pubblica. Spiegare divari di apprendimento così importanti non è banale. Il nostro modello di istruzione resta fortemente accentrato, almeno sulla  carta, con regole uguali per tutti in materia di  selezione e formazione dei docenti, curricoli,  valutazione, ecc. Eppure, le differenze territoriali sono forti e crescono man mano che si procede con il percorso di studio. Una responsabilità credo sia delle famiglie: mentre al Nord si è  più   consapevoli   dell’importanza   dell’investimento in formazione e si guarda con maggiore  attenzione a che cosa i figli imparano davvero,  al Sud ci si preoccupa ancora del mero conseguimento del titolo, prescindendo dalla qualità dell’insegnamento. Anche se talvolta avviene in modo troppo aggressivo, è fondamentale  che le famiglie si occupino di che cosa capita  dentro le aule. 

E poi bisogna ripartire da insegnanti e dirigenti. Il nostro corpo docente ha perso motivazione, non è più aggiornato e non ha incentivi a farlo, fatica a farsi carico di ragazzi sempre più distanti dal suo modo di insegnare. Occorre cambiare i criteri di selezione, guardando soprattutto alla formazione didattica; attrarre giovani  motivati; consentire ai dirigenti di promuovere  i docenti migliori a incarichi di responsabilità;  creare nelle scuole un clima professionale dove  la collaborazione e il controllo fra i pari stimoli  tutti a migliorarsi; estendere il tempo di presenza a scuola; dare incentivi di carriera. E trovare  il modo di allontanare chi non è proprio in grado  di insegnare. Per uno sforzo così grande e urgente, può servire il passaggio dell’istruzione alle Regioni, richiesto da Lombardia, Veneto e, in modo più attenuato, Emilia-Romagna? Personalmente, ne  dubito. Certo il sistema centralizzato non ha funzionato; ma, se le Regioni che hanno già i migliori risultati scolastici potranno beneficiare da risorse locali aggiuntive, vi è da chiedersi che cosa  potrà succedere a quelle aree del Sud con ritardi  così grandi. Il pericolo è che si avvitino definitivamente in una spirale negativa. 

ANDREA GAVOSTO La Stampa