Salario minimo, Reddito di inclusione e di cittadinanza, contratti.

SALARI E LAVORO, SI PUO’ FARE. COSI’

Sembra molto complicato costruire un dialogo tra forze che si sono combattute fino ad un minuto prima ma spesso il motivo sta nelle persone e non nei temi in discussione. Sulle politiche del lavoro non c’è dubbio che – al di là delle critiche che si sono rivolti l’un l’altro in passato – il Pd ha maggiori affinità con i Cinque stelle rispetto alla Lega. Su tre temi in particolare: salario minimo, reddito di cittadinanza, lavoro a termine.

Sono tre temi che erano già presenti nella scorsa legislatura o comunque presenti nel programma del Pd in tempi non sospetti.

Il salario minimo era nella delega parlamentare del Jobs Act (ancor prima nella legge n. 92 del 2012), non se ne fece nulla perché i rapporti con i sindacati erano già deteriorati dall’anno del Jobs Act e perché si avvicinava il referendum costituzionale per cui si volevano minimizzare gli attriti con le parti sociali.

Il salario minimo è certamente un tema di sinistra che va affrontato a mio parere anche senza troppi giri di parole.

 Bene il rispetto dell’autonomia delle parti sociali nei contratti collettivi, ma l’operazione sul salario minimo deve portare a un aumento concreto e visibile dei salari. Non sarebbe concepibile dal punto di vista politico un’operazione che risultasse in una difesa delle prerogative sindacali in un’Italia che ha i livelli di salario reale della fine degli anni ’90 e che ha perso 20 anni di crescita dei salari reali.

L’operazione salario minimo va fatta quindi in maniera che magari non ci sia una cifra nella legge, ma ci sia la costituzione di una commissione che – come in tutti i paesi in cui si è introdotto il salario minimo – rapida mente porti a fissare una cifra sotto la quale non può scendere nessun contratto collettivo. La stagnazione dei salari è un problema che si rileva in molti paesi ma in Italia ha preso una forma patologica. La letteratura economica la attribuisce spesso all’aumento delle concentrazioni di aziende e all’aumento del loro potere di mercato che si traduce in minori salari; credo che in Italia il problema riguardi non tanto il potere di mercato delle multinazionali quanto piuttosto il potere contrattuale molto elevato che hanno i datori di lavoro in aziende molto piccole in assenza del sindacato.

Visto che il problema sta nelle piccole imprese e non in quelle grandi, non si venga a tirar fuori di nuovo il problema dell’articolo 18 il quale è stato rinviato alla Corte europea e quindi è giusto aspettarne la decisione: non si può spendere anche il prossimo anno e discutere di regole sul mercato del lavoro quando invece l’urgenza sono i salari, la formazione e le politiche attive. Se c’è una variabile economica che va relativamente bene in Italia è proprio l’oc cupazione. E’ andata bene nei lunghi anni di governi di centrosinistra e relativamente bene anche nell’ultimo governo Lega-M5s nonostante la crescita nulla del Pil. A maggior ragione non toccherei di nuovo le regole del mercato del lavoro. Il decreto dignità è stato giustamente criticato ma ricordiamoci che fondamentalmente il problema di ridurre la durata dei contratti a termine era già stato sollevato alla fine della scorsa legislatura: una contraddizione in termini l’aver puntato tutto sul contratto a tempo indeterminato e pure lasciare briglia sciolta ai contratti a termine con il decreto Poletti. La stretta del decreto dignità avrebbe potuto sortire effetti molto peggiori di quelli che in realtà si sono verificati: è vero che tutt’ora non sappiamo quante persone subiscono un periodo di disoccupazione perché non sono confermate nei contratti a termine, è vero anche però che il numero delle stabilizzazioni (come era ovvio) è aumentato. Quindi si può fare pari e patta: è chiaro che il decreto dignità ha aumentato le trasformazioni ma è altrettanto chiaro che fondamentalmente il cambiamento delle regole del Jobs Act ha permesso (non ha causato!) in 4 anni la crescita di un milione di posti di lavoro e ancora oggi il mercato del lavoro crea posti di lavoro nonostante il Pil. Aggiustamenti al margine sui licenziamenti collettivi (Jobs Act) o sulle causali (dignità) possono essere possibili ma niente di che. Se poi per favorire l’introduzione del salario minimo si procede a un taglio del cuneo fiscale per il tempo indeterminato questo avrà anche un effetto ulteriore sulle stabilizzazioni, una cosa positiva. Veniamo dunque al Reddito di cittadinanza. Sicuramente tutte le critiche rimangono valide, ma anche qui non dimentichiamoci il punto fondamentale: il Pd ha sempre detto che contro la povertà bisognava spendere di più. Tanto che è stato istituito il Rei su cui in una certa misura – compreso l’utilizzo delle risorse destinate – si è inserito il RdC. In altre parole tutte le critiche sono nell’implementazione non nell’intento politico. Anche il reddito di cittadinanza si può aggiustare con relativo poco sforzo riportando ai Comuni la parte che riguarda i poveri e portando la parte che riguarda i disoccupati e i lavoratori a basso reddito all’interno di una revisione delle politiche fiscali che quindi comprenderebbe anche gli 80 euro (una misura che aveva anch’essa un intento molto positivo di aiutare i lavoratori a basso reddito). Gli 80 euro possono essere rivisti insieme al Reddito di cittadinanza per costituire una vera e propria misura di stampo europeo/anglosassone di sussidio ai bassi redditi in modo da incentivare l’offerta di lavoro e non rischiare di tarparla come a volte può succedere nel Reddito di cittadinanza applicato ai disoccupati. Peraltro, anche se l’esperienza dei navigator può essere deludente, non è sbagliato rafforzare in Italia i servizi per l’impiego e le politiche attive ora colpevolmente latitanti. Tutte queste operazioni tendenzialmente hanno un costo zero (tranne il cuneo fiscale) e un governo che dovesse fare poche cose sicuramente non avrebbe problemi a trovare un accordo su lavoro e pensioni (pure risparmiando qualcosa). Se c’è un collante che deve tenere il prossimo anno è quello dell’Europa e dell’euro: mantenere l’Italia in un quadro stabile di alleanze europee e mantenerla nell’euro rispettando le regole di bilancio. Nessuno sa infatti quali siano le chance di un nuovo governo. Quel che sappiamo però dal discorso di replica a Conte di ieri è che Salvini intende fare una legge di bilancio con 50 miliardi di flat tax e il suo candidato al ministero del Tesoro è di conseguenza probabilmente il senatore Bagnai (seduto alla sua destra durante il discorso). Anche solo per evitare tutto questo è doveroso quanto meno provarci o – nel caso che non sia possibile nessun accordo per mille motivi dovuti al tempo ristretto e alle considerazioni politiche – candidarsi a batterlo nelle urne con un’alleanza larga.  (Il Foglio)