Formati e disoccupati

Formati e disoccupati

I giovani non trovano lavoro, le imprese non trovano  giovani da assumere. Il paradosso grava come un  macigno sulle potenzialità di sviluppo del nostro Paese e  sulle speranze di intere generazioni. Paradosso tutto italiano  se pensiamo che mentre la disoccupazione giovanile non  schioda dal 32%, mentre le quattro regioni europee con il più  basso tasso di occupazione sono nel nostro Mezzogiorno,  nello stesso tempo un’impresa italiana su quattro non riesce  a trovare il personale di cui ha bisogno. Ecco: i manifestanti  scesi in piazza ieri a Reggio Calabria per ascoltare gli appelli  al lavoro dei leader di Cgil, Cisl e Uil, e più in generale gli  oltre due milioni e mezzo di disoccupati italiani non avranno  mai alcuna risposta se da parte del governo non si  comprende che l’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro  non è un semplice travaso da aiutare con le spinte e i consigli  di qualche migliaio di precari laureati senza alcuna  esperienza, ma è un problema maledettamente difficile, che  richiede competenze e forme di organizzazione che il  reddito di cittadinanza non è assolutamente in grado di  offrire, né è stato programmato per farlo.

Da una parte,  abbiamo almeno due milioni di giovani che non studiano e  non lavorano. Dall’altra, abbiamo aziende che non riescono  a trovare periti meccanici, ingegneri, matematici, fisici,  chimici, tecnici della produzione, tecnici delle  telecomunicazioni, conduttori di impianti, per citare solo  alcune delle figure che scarseggiano. Non ultimi i medici,  per i quali si parla ormai di vera e propria emergenza: tra sei  anni avremo in Italia 17 mila medici specialisti in meno, non  ce ne saranno abbastanza per rimpiazzare quelli che  andranno in pensione. È il risultato del cosiddetto “imbuto  formativo”: oggi ci sono settemila medici abilitati, che hanno  cioè sostenuto l’esame di Stato, ma che non sono né  specializzati né formati per diventare medici di famiglia. Ecco entrare in gioco una parola d’ordine tanto citata  quanto inapplicata, un imperativo sia per i giovani in cerca  di primo impiego, sia per i meno giovani che il lavoro lo  hanno perso o rischiano di perderlo: “formazione”. In  quanto oggetto di competenza regionale, la formazione  continua oggi a rispondere a venti politiche diverse (dopo la  bocciatura del referendum costituzionale) complicando  l’introduzione di una strategia nazionale omogenea. Ma  soprattutto ha dato negli ultimi decenni notevoli prove di  inefficienze e sprechi: migliaia di corsi di formazione  finanziati con soldi pubblici ed europei, non solo privi di  qualsiasi garanzia di inserimento lavorativo, ma soprattutto  svincolati dai bisogni reali delle imprese. È qui che si sarebbe  dovuto intervenire, ancorando per esempio i corsi di  formazione ai contratti di apprendistato, progettandoli  insieme alle aziende interessate. Come è avvenuto per  esempio a Bolzano e in pochissimi altri casi. Non aver dato  ascolto alla domanda del mondo imprenditoriale ha finito  per trasformare la formazione in Italia in un grande business  autoreferenziale.  Così come autoreferenziale sembra a tutti gli effetti  l’assunzione per due anni di 3 mila giovani precari senza  alcuna esperienza, i navigator, che dovrebbero contribuire a  guidare milioni di disoccupati verso un vero impiego.  Avremmo bisogno di consulenti del lavoro, di professionisti  in grado di intercettare le richieste delle aziende,  collaborando con gli amministratori locali, di orientatori che  indirizzino i disoccupati verso i contratti di apprendistato,  vigilando sulla loro regolarità, di attenti osservatori dei  mercati del lavoro territoriali. Avremmo bisogno di  professionisti provenienti dal mondo delle agenzie private  più che di funzionari pubblici con competenze  amministrative. Ma tutto questo, ancora una volta, non lo  vedremo.

Marco Ruffolo da La Repubblica 23.06,2019