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ECONOMIA DIGITALE, LA SFIDA DELL’ISTRUZIONE

I fabbisogni di istruzione stanno cambiando rapidamente

È per antonomasia un “ascensore sociale”, che consente all’individuo di  moltiplicare le chance di ottenere un  impiego migliore e un reddito più  elevato, ma può comportare un costo intrinseco, che rischia di trasformarla in una barriera socioeconomica: è la nuova descrizione dell’istruzione al tempo della digital economy. Un’epoca in cui le tecnologie digitali e di intelligenza artificiale permeano il mondo  del lavoro, e la formazione diventa così lo strumento per dotare le generazioni future – ma anche i lavoratori di oggi – delle competenze necessarie ad affrontare la trasformazione in atto. Tutto ciò avrà evidentemente un impatto significativo sulla stabilità occupazionale e sulla qualità  della vita, contribuendo a ridurre la disparità sociale che sta crescendo nelle economie avanzate, ma rappresenta al contempo una promessa e  un potenziale ostacolo.

Questo perché il concetto di istruzione come volano condiviso e accessibile di emancipazione – individuale e sociale –  sta diventando più labile: recenti analisi del McKinsey Global Institute rilevano che il costo dell’istruzione è cresciuto in misura significativa, e oggi supera l’inflazione di 65 e 45 punti percentuali, rispettivamente negli Usa e nell’Ue, diventando una spesa in molti casi insostenibile per le famiglie.

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Salario minimo, Reddito di inclusione e di cittadinanza, contratti.

SALARI E LAVORO, SI PUO’ FARE. COSI’

Sembra molto complicato costruire un dialogo tra forze che si sono combattute fino ad un minuto prima ma spesso il motivo sta nelle persone e non nei temi in discussione. Sulle politiche del lavoro non c’è dubbio che – al di là delle critiche che si sono rivolti l’un l’altro in passato – il Pd ha maggiori affinità con i Cinque stelle rispetto alla Lega. Su tre temi in particolare: salario minimo, reddito di cittadinanza, lavoro a termine.

Sono tre temi che erano già presenti nella scorsa legislatura o comunque presenti nel programma del Pd in tempi non sospetti.

Il salario minimo era nella delega parlamentare del Jobs Act (ancor prima nella legge n. 92 del 2012), non se ne fece nulla perché i rapporti con i sindacati erano già deteriorati dall’anno del Jobs Act e perché si avvicinava il referendum costituzionale per cui si volevano minimizzare gli attriti con le parti sociali.

Il salario minimo è certamente un tema di sinistra che va affrontato a mio parere anche senza troppi giri di parole.

 Bene il rispetto dell’autonomia delle parti sociali nei contratti collettivi, ma l’operazione sul salario minimo deve portare a un aumento concreto e visibile dei salari. Non sarebbe concepibile dal punto di vista politico un’operazione che risultasse in una difesa delle prerogative sindacali in un’Italia che ha i livelli di salario reale della fine degli anni ’90 e che ha perso 20 anni di crescita dei salari reali.

L’operazione salario minimo va fatta quindi in maniera che magari non ci sia una cifra nella legge, ma ci sia la costituzione di una commissione che – come in tutti i paesi in cui si è introdotto il salario minimo – rapida mente porti a fissare una cifra sotto la quale non può scendere nessun contratto collettivo. La stagnazione dei salari è un problema che si rileva in molti paesi ma in Italia ha preso una forma patologica. La letteratura economica la attribuisce spesso all’aumento delle concentrazioni di aziende e all’aumento del loro potere di mercato che si traduce in minori salari; credo che in Italia il problema riguardi non tanto il potere di mercato delle multinazionali quanto piuttosto il potere contrattuale molto elevato che hanno i datori di lavoro in aziende molto piccole in assenza del sindacato.

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