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Oltre 120 Comuni a rischio fallimento

Nei prossimi mesi ben 129  enti locali (soprattutto Comuni) rischiano di finire in dissesto: più di  tutti quelli che sono “falliti” negli ultimi quattro anni, ossia 120. Tra loro  ci sono grandi città come Napoli, Palermo, Reggio Calabria e Messina, e  di conseguenza nella possibile crisi  finanziaria potrebbero essere coinvolti non meno di 6 milioni di abitanti in tutta Italia.

Il rischio è ancora in gran parte  scongiurabile,   ma   è   sicuramente   più forte di qualche tempo fa. Ce lo  dice   una   ricerca   di   Officine   CTS,   azienda che gestisce tra l’altro i crediti maturati dai fornitori nei confronti della pubblica amministrazione, e che quindi ha più di chiunque  altro il polso della situazione finanziaria   degli   enti   locali.   Situazione   che   sta   peggiorando,   come   dimostrano le notizie e gli indicatori negativi registrati in gennaio dall’Osservatorio dell’azienda.  

Per un Comune o una Provincia il  “dissesto”   equivale   al   fallimento:   una situazione in cui non si riesce  più a far fronte ai debiti verso terzi,  né attraverso il riequilibrio di bilancio né con lo strumento straordinario del debito fuori bilancio. Il risultato è l’impossibilità di assolvere alle funzioni ordinarie e ai servizi indispensabili per i cittadini. Ovviamente, a differenza di quel che accade a  un’azienda,   un   Comune   non   può   cessare di esistere perché deve continuare a fornire i servizi essenziali.  E allora i debiti pregressi vengono affidati a un Organo straordinario di liquidazione, che per risanare i conti  impone condizioni molto dure: imposte locali alzate al massimo imponibile, sospensione di tutti i servizi  non essenziali, stop agli interessi sui  debiti, assunzioni di personale vincolate o azzerate. Quasi i due terzi delle amministrazioni a rischio sono concentrati in  tre   regioni:   Sicilia   (34),   Campania   (29) e Calabria (19), a dimostrazione  che è il Sud a soffrire di più. E tuttavia, questa volta l’escalation del pericolo-dissesto riguarda tutta l’Italia,  Nord compreso.

 

Per capire  che  cosa  è  successo,   dobbiamo tornare indietro di un anno: a metà febbraio del 2019 una sentenza   della   Corte   Costituzionale   cancellò il sistema attraverso il quale gli enti locali riuscivano, grazie a  una legge  di Bilancio del governo  Renzi, a spalmare in trent’anni i loro  piani di riequilibrio. Il rientro dai debiti   sarebbe   dovuto   avvenire   in   vent’anni e in non pochi casi anche  in dieci. Il risultato è che la Corte dei  conti, tenuta ad approvare quei piani, ha cominciato a bocciare tutti i  programmi calibrati sul trentennio,  mettendo in crisi un numero sempre maggiore di Comuni e Province, obbligati a rispettare i nuovi obblighi. Per molti di loro questa drastica  riduzione dei margini di flessibilità  non sembra tollerabile. Di qui il rischio di dissesto.  Il piano del Comune di Napoli, autorizzato   nel   2018,   prevedeva   ad   esempio una rata annuale di circa  70 milioni di euro, che avrebbe consentito di ripianare il debito entro il  2042.  

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Dispersione scolastica resta grave emergenza: Sicilia al 37%.

Letti uno di seguito all’altro sono i numeri di una disfatta: 21 per cento nel Lazio, un ragazzo su cinque; 23 per cento in Molise, quasi uno su quattro; 25,7 in Basilicata e 26,8 in Puglia. E poi: Campania (31,9), Calabria (33,1), Sicilia (37) e Sardegna (37,4). Sono tantissimi e sono i ragazzi e le ragazze che il nuovo studio del l’Invalsi sulla «dispersione scolastica implicita», firmato da Roberto Ricci, considera perduti dal nostro sistema scolastico. Quelli che non finiscono le scuole superiori più quelli che arrivano sì al diploma finale ma con un livello di conoscenze così basso che quel pezzo di carta non gli servirà a nulla.

Di solito questa seconda categoria non si conta nei dati ufficiali, quelli che hanno fatto dire al premier Giuseppe Conte nel discorso di insediamento che «la dispersione scolastica resta un’emergenza». Negli ultimi due anni, complice la crisi, i giovani fra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato la scuola prima del traguardo finale sono tornati a crescere attestandosi sopra il 14 per cento. Siamo quart'ultimi in Europa.

Peggio di noi fanno solo Romania, Malta e Spagna, mentre siamo stati superati anche dalla Bulgaria. Questi ragazzi che la scuola perde sono condannati alla marginalità sociale. Molti finiscono nei cosiddetti Neet: non studiano né lavorano e nei contesti più svantaggiati diventano preda della criminalità.

Ma non ci sono solo loro. C’è un altro esercito di ragazzi che la scuola «perde» anche se arrivano in fondo. A farli uscire dal cono d’ombra ci ha pensato l’Invalsi, usando i dati delle rilevazioni fatte all’ultimo anno delle superiori. Ragazzi che pur avendo in tasca un diploma di scuola superiore non sono in grado di capire un libretto di istruzioni di media difficoltà, figuriamoci un modulo assicurativo o bancario.

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