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Formati e disoccupati

Formati e disoccupati

I giovani non trovano lavoro, le imprese non trovano  giovani da assumere. Il paradosso grava come un  macigno sulle potenzialità di sviluppo del nostro Paese e  sulle speranze di intere generazioni. Paradosso tutto italiano  se pensiamo che mentre la disoccupazione giovanile non  schioda dal 32%, mentre le quattro regioni europee con il più  basso tasso di occupazione sono nel nostro Mezzogiorno,  nello stesso tempo un’impresa italiana su quattro non riesce  a trovare il personale di cui ha bisogno. Ecco: i manifestanti  scesi in piazza ieri a Reggio Calabria per ascoltare gli appelli  al lavoro dei leader di Cgil, Cisl e Uil, e più in generale gli  oltre due milioni e mezzo di disoccupati italiani non avranno  mai alcuna risposta se da parte del governo non si  comprende che l’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro  non è un semplice travaso da aiutare con le spinte e i consigli  di qualche migliaio di precari laureati senza alcuna  esperienza, ma è un problema maledettamente difficile, che  richiede competenze e forme di organizzazione che il  reddito di cittadinanza non è assolutamente in grado di  offrire, né è stato programmato per farlo.

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IL FUTURO DEL LAVORO

IL FUTURO DEL LAVORO...da La lettura: Bettin, Ferrera e Landini

IL FUTURO DEL LAVORO

Il romanzo Cracking (Mondadori) di Gianfranco Bettin, ex deputato dei Verdi e oggi presidente della municipalità di Marghera, offre uno spunto utile per affrontare il tema del lavoro e delle sue trasformazioni. Abbiamo chiamato a discuterne con l’autore il politologo Maurizio Ferrera e il segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

GIANFRANCO BETTIN — Racconto la storia di un operaio che a Porto Marghera difende la fabbrica da cui è uscito poco prima in pensione, in soccorso agli ex compagni di lavoro. Siamo nel momento in cui la solitudine della classe operaia è massima, nella fase di metamorfosi tra le rovine del vecchio sistema industriale e le avvisaglie del nuovo. È una «terra di mezzo» in cui i lavoratori e il sindacato sono chiamati a esprimere una tensione, una capacità di andare oltre. Per venire incontro alle loro istanze ci sarebbe bisogno di una politica industriale, che però in Italia è stata abbandonata. Ho cercato di descrivere con gli strumenti della letteratura la trasformazione del lavoro, nei suoi aspetti sociali e umani, per richiamare l’attenzione su questa esigenza.

MAURIZIO FERRERA — Ho molto apprezzato il romanzo di Bettin, scritto bene e coinvolgente. Racconta un caso di deindustrializzazione tremendo, accompagnato anche da gravi dinamiche di corruzione. A Ivrea, dove ho vissuto, la crisi dell’Olivetti è stata gestita meglio, forse perché le precedenti scelte aziendali hanno fatto in modo che, chiusi gli impianti, non rimanesse il deserto e il territorio trovasse una diversa vocazione. Il lavoro ha sempre vissuto forti mutamenti, persino nell’antichità. Ora che abbiamo l’infosfera, il ritmo del cambiamento è diventato così rapido, con la destrutturazione continua delle pratiche produttive, organizzative e sociali, che anche i Paesi meglio attrezzati, come quelli del Nord Europa, dove più stretta è la collaborazione tra politica e parti sociali, fanno fatica a fronteggiarlo.

GIANFRANCO BETTIN — Soffre anche chi ha una politica industriale. Figuriamoci l’Italia, dove è assente.

MAURIZIO FERRERA — Nel passato Svezia e Finlandia, dove il settore minerario, molto fiorente nel Nord di quei Paesi, è andato rapidamente in crisi, sono riuscite ad attuare un vero trasferimento di massa dei lavoratori e delle loro famiglie nelle aree meridionali, dove sorgevano le nuove industrie, organizzando corsi di riqualificazione e servizi per l’impiego che hanno permesso di evitare effetti sociali distruttivi con il concorso dei sindacati, delle imprese e della mano pubblica.

GIANFRANCO BETTIN — Invece da noi l’intervento dello Stato si è limitato ad ammortizzare le difficoltà dei lavoratori in esubero, ma senza preoccuparsi di rilanciare le attività produttive e dando luogo a fenomeni predatori da parte di personaggi senza scrupoli.

MAURIZIO FERRERA — Adesso però la rivoluzione digitale sta creando gravi problemi anche in Scandinavia, perché l’occupazione è diventata instabile a causa della costante metamorfosi delle mansioni. Per rimediare all’insicurezza che ne deriva, occorre un nuovo welfare. Se il lavoratore ha un sistema di aiuti che lo sorregge, la prospettiva di perdere l’impiego non si trasforma in un dramma esistenziale. È una condizione a cui ci si può adattare, purché non si rischi all’improvviso di ritrovarsi abbandonati, senza accesso ai servizi, nella condizione di alzarsi la mattina e avere il vuoto di fronte a sé. In Italia gli occupati a termine non sono più numerosi che in altri Paesi europei, ma da noi questa situazione genera un disagio maggiore, perché mancano ammortizzatori e servizi per l’impiego adeguati, soprattutto nel Sud, dove si può finire preda del caporalato. Influisce anche la bassa partecipazione femminile al lavoro, perché le famiglie monoreddito sono più vulnerabili.

MAURIZIO LANDINI — Il libro di Bettin non narra solo una vicenda di deindustrializzazione nel settore della chimica, con i relativi problemi di inquinamento e bonifica, ma descrive l’impatto di quel processo sulla vita di chi lo subisce. Per me questo è il punto: dal momento che il lavoro resta per le persone un tratto d’identità fortissimo, senza il quale vanno in crisi, bisogna riaffermarne la centralità. Non è facile oggi per i sindacati, perché quando alcuni dipendenti svolgono le stesse mansioni di altri, ma hanno meno diritti, il lavoratore diventa ricattabile, si sente solo, perde fiducia nella possibilità di organizzarsi per tutelare i propri interessi. Di certo ha influito la globalizzazione, che ha messo in competizione milioni di persone che avevano conquistato dei diritti con miliardi di altri individui che ne erano e ne sono privi. Ma più in generale si è affermata  l’idea che ogni vincolo sociale, dai contratti collettivi alle norme sui licenziamenti, fosse un indebito impedimento al libero mercato. Così oggi, specie per i giovani, il lavoro è divenuto precario per definizione. Il sistema descritto da Bettin, con appalti, subappalti, finte cooperative, non domina solo nei processi di ristrutturazione industriale. Lo troviamo negli ospedali, nei centri commerciali, negli enti pubblici, nel settore logistico. Tutto questo è stato favorito da scelte legislative precise (compiute anche da forze di sinistra in nome di un equivoco «male minore»), che in Italia e in Europa hanno messo in discussione la mediazione tra capitale e lavoro realizzata in passato attraverso la contrattazione collettiva e il welfare. Per certi versi siamo tornati alle origini, a una cultura per cui il lavoro è una merce da vendere e comprare, anche se di mezzo ci sono le vite delle persone.

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