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Al cuore della letteratura oracolare di Borges c’è il destino sempre cifrato

centoventesimo anniversario della nascita

"Sourtout, pas de zèle”.

In occasioni come questa, in cui si celebra il centoventesimo anniversario della nascita di un mostro sacro  come  Jorge  Luis  Borges,  l’ammonimento di  Talleyrand andrebbe raccomandato  con forza  agli  addetti alla  manutenzione  del  mito,  spesso inclini  a  esagerare con il fervore apologetico. Così, anche considerando che lo scrittore argentino non fu del tutto estraneo  alla propria museificazione,  in  fondo  quasi  un  inevitabile  contrappasso per chi concepiva l’universo sotto forma di una biblioteca, ci piace iniziare la sua commemorazione citando i suoi detrattori più illustri e pervicaci.

Fra questi, un posto di rilievo spetta al burbero Elias Canetti, per certi versi non molto distante da Borges nella sua visione del mondo, che però in uno dei suoi appunti pubblicati postumi dichiarò: “Borges non mi piace affatto. Non cozza con la pietra. La blandisce”. Questo  tipo  di rimprovero,  riguardante  il suo olimpico distacco anche stilistico dall’attualità, negli anni della contestazione e in quelli di piombo gli costò un ostracismo sprezzante da parte degli intellettuali più engagé,  al punto  che  Moravia si  compiacque di definire la sua poesia “ormai infrequentabile”;  proprio  lui,  così  “frequentevole” e mondano.

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L’EDUCAZIONE SFIDA CENTRALE ANCHE PER IL MONDO PRODUTTIVO

Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà

È passato un anno dalla costituzione  dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà e dalla pubblicazione sul Corriere della Sera, l’8 agosto 2018, del suo manifesto «Un nuovo patto (senza muri) sul bene comune». Dicevamo un anno fa che la parola chiave per l’Italia, nel mutato scenario internazionale, era la parola sviluppo. E che la condizione di una nuova ripartenza economica del Paese era il cambiamento.

O si cambia o ci si impoverisce.

Il metodo del cambiamento – aggiungevamo – è già stato sperimentato nella nostra storia: il patto per il bene comune stretto tra forze politiche e sociali dopo la Seconda guerra mondiale. Questo implica un rinnovato protagonismo dei corpi intermedi, rimettere la persona con il suo desiderio al centro, ma non come individuo bensì come protagonista di una comunità. Il clima politico in cui lanciammo  quell’appello  era quello della delegittimazione dell’avversario, del conflitto personalizzato, del discredito su tutto e su tutti. Rispetto a un anno fa la situazione politica dell’Italia non si è rasserenata e la dialettica tra i partiti supera spesso i confini del normale gioco democratico.

Nonostante questo, in un anno, pur rimanendo coerentemente nelle nostre appartenenze politiche , abbiamo scelto e tentato la strada del dialogo, l’unica che può permettere un affronto serio e profondo dei gravi problemi che attanagliano il Paese. Nel manifesto individuavamo cinque temi in cui si declinava questo nuovo patto per il bene comune: imprese e lavoro, Sud, emergenza educativa, un nuovo sistema di welfare, autonomia e riforma delle istituzioni.

Il lavoro di un anno, seminari parlamentari, convegni e incontri pubblici, supportato dall’apporto scientifico della Fondazione per la Sussidiarietà, ci ha convinti della effettiva centralità di quei temi. Oggi crediamo sia necessario fare un passo concreto in avanti. La prima convinzione maturata è che occorre sempre più aiutare il vero soggetto della crescita e dello sviluppo: i giovani, la loro educazione e la loro istruzione.

In un momento in cui i dati Invalsi dimostrano i gravi problemi di almeno una parte del nostro sistema scolastico, la lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica diventa decisiva, è un fenomeno grave, che tiene lontano da lavoro e studio due milioni e duecentomila giovani tra i 16 e i 28 anni.

 È nostra convinzione che per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica possa essere efficace l’introduzione della metodologia didattica delle noncognitive skills (amicalità, coscienziosità,  stabilità  emotiva, apertura mentale) nel percorso didattico delle scuole medie e delle scuole superiori. È questo il contenuto di una nostra prima proposta di legge. È infatti puntando sul superamento di una visione solo cognitiva dell’apprendimento e facendo leva sull’educazione della personalità e della consapevolezza dei ragazzi che si può contrastare la loro disaffezione verso la scuola e migliorare la qualità del sistema scolastico. A partire da significative esperienze internazionali, proponiamo una sperimentazione che unisce e non divide, che valorizza sia le autonomie dei territori sia quelle delle singole scuole sia il carattere nazionale del sistema, e da realizzare in collegamento con il disegno di legge sull’educazione alla cittadinanza/educazione civica approvato in maggio alla Camera dei deputati e ancora fermo in commissione Cultura al Senato. La centralità del tema dell’educazione riguarda anche il nostro sistema economico, le nostre imprese. Ha suscitato scalpore e dibattito la dichiarazione dell’amministratore   delegato   di Fincantieri Giuseppe Bono che ha detto che le imprese non trovano i giovani di cui avrebbero bisogno perché il nostro sistema scolastico non li forma. I dati gli danno ragione: il 37 per cento delle imprese italiane ha difficoltà nel trovare lavoratori con le giuste competenze.

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