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VECCHI E GIOVANI

Lo scorso novembre Chlöe Swarbrick — 25 anni, deputata neozelandese — stava tenendo un discorso sul clima nel Parlamento di Wellington. Mentre parlava fu infastidita da un collega più anziano. Lo zittì lasciando cadere una frase da allora diventata uno slogan globale: «Ok, boomer». I social network hanno propagato ovunque il video del suo discorso. Il New York Times ha notato che ormai le due parole sono diventate «un grido di battaglia per milioni di ragazzi che non ne possono più». Magliette e felpe sono state prodotte con la scritta in rosso. Un successo che è la prova della guerra tra generazioni, tra Millennials e Generation Z da una parte e Baby Boomers, cioè i loro genitori e i loro nonni, dall’altra. O no?

È davvero in corso una guerra tra generazioni, tra giovani ridotti a non avere un futuro e anziani che quel futuro si sono mangiato? Oppure si tratta di un’invenzione dettata da un pessimismo assoluto che non tiene alla prova della realtà di milioni di famiglie che vivono in piena solidarietà generazionale e di milioni di giovani che il futuro lo stanno costruendo? Guai da affrontare L’accusa ai Baby Boomers — sostanzialmente nati tra il 1946 e il 1965, che quindi oggi hanno tra i 55 e i 74 anni — è a 360 gradi: hanno vissuto una vita facile, con alta occupazione e buoni stipendi; hanno potuto comprare e arredare casa e case; hanno pensioni ottime o decenti; hanno vissuto una vita da edonisti; hanno consumato gran parte delle risorse naturali; hanno surriscaldato il pianeta. E a chi è arrivato dopo lasciano ben poco, se non i guai da affrontare...

 

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ASCESA E DECLINO DELLA SCUOLA DIGITALE

ASCESA E DECLINO DELLA SCUOLA DIGITALE

L’ultradecennale  dibattito  sul  rapporto  fra  educazione  e  tecnologia (intesa nel senso digitale: anche la matita  è  tecnologia)  può  essere  sommariamente diviso in tre fasi. Prima fase: entusiasmo   indiscriminato.   Riempire   le classi e le vite  dei bambini di schermi, cloud  e  di  qualunque  strumentazione che  verrà,  li  renderà  più  adeguati  ai tempi e più performanti. Senza contare gli  effetti rivoluzionari  che questo  produrrà nelle scuole  pubbliche più svantaggiate,  nelle  aree   disagiate  ecc.  In questa  fase si  teorizza la  naturale convergenza  tra  i  benefici  cognitivi  soggettivi, il progresso sociale e i profitti delle grandi aziende  tecnologiche. La seconda  fase è  quella  del moderato  scetticismo.  Alcuni  esperti,  soprattutto  nella Silicon Valley,  iniziano a  dubitare che l’esposizione   alla   tecnologia   e   l’uso sbrigliato  dello screen time sia  un buon affare per un equilibrato sviluppo delle menti più  giovani. Emergono,  in questa fase,  scuole  d’elite  con  bassissimo  uso di  strumenti  digitali,  popolate  soprattutto dai figli degli ingegneri che sviluppano  e  commercializzano  quegli  stessi strumenti.

Sanno  cosa producono  e decidono  di  non  darne  ai  loro  figli.  In questa  fase,  tuttavia,  rimane  intatta  l’idea che le scuole altamente digitalizzate generino  performance migliori degli studenti  nei  test  standardizzati.  L’idea è:  forse  la  tecnologia non  è  un  toccasana  per l’educazione,  ma trasmette  competenze e sviluppa le capacità cognitive sulla  base delle  quali gli  alunni vengono valutati. La terza fase è quella in cui anche  quest’ultima  certezza viene messa in discussione, cosa che getta un’ombra sui pluriennali investimenti miliardari  delle  scuole  di  tutto  il  mondo  su prodotti  che  hanno  fatto  la  fortuna  di molte  aziende  che  diffondono  il  verbo della   tecno-educazione,   a   cominciare da Google, che controlla il 60 per cento del  mercato  americano  in  materia.  E’ un  momento  di  riflusso  dopo  gli  anni dell’entusiasmo. 

Partiamo   dalla   terza fase. Di  recente  il  Wall  Street  Journal  ha raccontato il caso  della contea di Baltimore,  nel  Maryland,  che  cinque  anni  fa ha  iniziato  un’opera  di  digitalizzazione intensiva   del   distretto   scolastico,   che conta 115  mila studenti. Le  scuole pubbliche  della  contea  hanno  eliminato  i libri di testo dalla prima elementare alla  fine  della  scuola  superiore,  gli  insegnanti scoraggiano l’uso di penne e quaderni  e  il  sistema  è  ben  avviato  verso l’obiettivo  di   garantire  la   presenza  a scuola di un computer portatile per ogni studente.  I punteggi  nei test  dell’ultimo anno  mostrano  un  peggioramento:  il  37 per  cento  degli  studenti  ha  raggiunto una valutazione positiva nella lingua inglese, contro il 44 per cento della media nazionale; in matematica la percentuale è  appena  del  27  per  cento,  contro  la media  nazionale  del  33.  I  risultati  non solo  non  sono  incoraggianti,  ma  hanno generato una massiccia  protesta dei genitori,  che  chiedono  ai  responsabili  del distretto  di  invertire  la  tendenza  della digitalizzazione.

 

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