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Vento della Patagonia

Per me non è così facile parlare della contemporaneità per una semplice ragione, perché l’idea di contemporaneità è stata sempre presente nella mia vita letteraria. Ripensando al mio passato, negli anni Ottanta, sono stato inviato di guerra in Mozambico.

Era una situazione terribile. Nella capitale Maputo c’era una piccola trattoria, credo si chiamasse «Casa Pepe», l’unico luogo dove si poteva mangiare. Un giorno al mio tavolo si sedette un giovane uomo dai capelli chiari. Iniziammo a parlare in portoghese. Era lo scrittore Henning Mankell. In quella trattoria era nata un’amicizia e un senso di contemporaneità fra noi. Quel giorno, al tavolo attiguo, era seduto Ryszard Kapuscinski con il quale parlammo di letteratura portoghese e soprattutto di José Saramago che nessuno di noi conosceva personalmente. Nacque così un’amicizia letteraria e umana tra uno svedese, un cileno ed un  polacco. 

Quando  ho  conosciuto Mankell, da subito ho potuto notare la sua grande generosità. In quel periodo così difficile per il Mozambico, Mankell fu fautore della creazione di un teatro per fomentare la drammaturgia africana. Fondò anche una piccola casa editrice che pubblicava gli scrittori africani. Quella fu per me una lezione di vita. Una volta tornato in Europa, ho iniziato a pubblicare i miei libri. Sentivo in me una forte idea di condividere la contemporaneità tra i Sud del mondo, il mio Sud, e l’Europa.

La mia è un’idea di contemporaneità che non si ferma al solo discorso intellettuale, ma che fa pensare alla contemporaneità come alla parola detta che viene portata via dal vento, perché parte della mia cultura del Sud. E così quando torno nel mio Paese, il Cile, nel profondissimo Sud del mondo chiamato Patagonia, la terra che io amo, mi piace assistere al «concorso della bugia». Arrivano i contadini, i gauchos dalla parte argentina della Patagonia, dalla Terra del Fuoco, anche dall’Uruguay. Sono cantori di bugie. Viene organizzato un concorso, che mi piace molto, di poeti popolari che si sfidano tra loro, con versi improvvisati. Non si scrive, non si filma, ma si lascia che la magia della parola venga portata via dal vento, con l’idea che il vento la porterà oltre il confine della Patagonia, oltre l’Oceano Atlantico, per arrivare in un’altra parte del mondo.

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Žižek: come sfuggire alla barbarie

Žižek: come sfuggire alla barbarie

La situazione presente è profondamente  politica:   ci   troviamo di fronte a scelte  radicali.   Chissà,   in   alcune   parti   del   mondo il potere dello Stato  potrebbe dissolversi o quasi, i  signori della guerra locali magari controlleranno i loro territori nello scontro generale  per la sopravvivenza alla Mad  Max, tanto più se nuove minacce   dovessero   stagliarsi   all’orizzonte   (ad   esempio,   una   carestia   causata   dalle   grandi invasioni di locuste). È  possibile che i gruppi estremisti adotteranno la strategia nazista «che i vecchi e i deboli  muoiano per rafforzare e rinverdire   la   nostra   nazione»   (sembrerebbe    che     alcuni   gruppi si siano già messi a incoraggiare i membri che hanno contratto il coronavirus a  diffondere il contagio tra gli  agenti di polizia e gli ebrei, secondo le informazioni raccolte dall’Fbi).

Una   versione   capitalista   più raffinata di una tale ricaduta nella barbarie è già oggetto del dibattito pubblico   negli Stati Uniti – ecco un paio di esempi: «In un tweet di  domenica 22 marzo, sul tardi,   il   presidente   degli   Stati   Uniti ha scritto in maiuscolo:  “Non   possiamo   permettere   che il rimedio sia peggiore del  problema   stesso.   Trascorso   un periodo di quindici giorni,  decideremo quale sarà la strada da prendere”» (New York  Times, 24 marzo). «Il vice-presidente Mike Pence, alla guida dell’unità operativa della  Casa Bianca incaricata di occuparsi del coronavirus, quello stesso giorno aveva già detto che i Centri per il Controllo  e la Prevenzione delle Malattie (Centers for Disease Control   and   Prevention,   CDC)   avrebbero fornito indicazioni  il lunedì per permettere alle  persone già esposte al coronavirus di tornare prima al lavoro.

La scorsa settimana, il comitato di redazione del Wall  Street Journal così ammoniva: “I funzionari federali e statali ora devono cominciare a  ritoccare la strategia contro il  virus, se si vuole scongiurare  una   recessione   economica   che eclisserebbe la crisi del  2008-09”»   (Guardian,   23   marzo). [...] Vale la pena citare questi  brani   perché   mandano   un   chiaro messaggio: la scelta è  fra (chissà quante) vite umane e il «modo di vita» capitalistico americano – e, in questa  scelta, sono le vite a perdere… Ma si tratta dell’unica  scelta possibile? Non abbiamo già iniziato a fare, qua e  là, persino negli Stati Uniti,  qualcosa di diverso? Di certo  un intero Paese o persino il  mondo   non   possono   stare   nell’isolamento totale all’infinito – ma lo si può trasformare, riavviare in un modo nuovo. Non ho pregiudizi sentimentali   al   riguardo:   chissà   cosa dovremo fare, mobilitare le persone guarite e ormai  immuni   perché   svolgano   i   servizi sociali necessari, fino  al punto di rendere disponibili pillole per accompagnare a  una morte indolore quanti sono incurabili e la cui vita è ridotta a un’agonia protratta e  senza senso. Ma non soltanto possiamo scegliere, operiamo già delle scelte. Per questa ragione è palesemente insufficiente la posizione di chi ritiene la crisi un  momento apolitico in cui il  potere dello Stato dovrebbe  svolgere il proprio compito  mentre noi dovremmo limitarci a seguirne le istruzioni,  nella speranza che una parvenza di normalità venga restaurata   in   un   futuro   non   troppo lontano.

Dovremmo  seguire Immanuel Kant che  scrisse riguardo alle leggi dello Stato: «Obbedite, ma ragionate, mantenete la libertà  di pensiero!». Oggi abbiamo  più bisogno che mai di quello  che Kant chiamava «uso pubblico della ragione».

È chiaro che le epidemie torneranno, combinate ad altre  minacce ambientali, dalla siccità alle locuste, quindi è questo il momento di prendere  decisioni difficili. A chi sottolinea che si tratta solo di un’epidemia che ha causato un numero relativamente esiguo di  morti sfugge proprio questo:  sì, sarà solo un’epidemia, ma  ora capiamo che gli avvertimenti al riguardo erano pienamente   giustificati,   e   che   non se ne vede la fine. Naturalmente possiamo adottare un  atteggiamento di «saggia» rassegnazione e dire «l’umanità  ne ha viste di peggiori, allora  le   pestilenze   nel   Medioevo…» – ma il fatto che ci sia bisogno di un paragone del genere è piuttosto eloquente. Il  panico in cui ci troviamo testimonia del fatto che c’è una  sorta di progresso etico in corso, ipocrita com’è: non siamo  più capaci di accettare un destino di pestilenze.

A questo punto s’inserisce il  mio «Comunismo» che non è  un sogno fosco ma solo il nome di qualcosa che si è già avviato (o che perlomeno è avvertito da molti come una necessità), il nome per i provvedimenti che sono stati già presi in considerazione e in parte  addirittura   attuati.   Quindi   non si tratta di una visione di  un futuro luminoso, piuttosto  di un «Comunismo dei disastri», un antidoto al «Capitalismo dei disastri». Non solo lo  Stato dovrebbe assumere un  ruolo molto più attivo – riorganizzare la produzione di beni di cui c’è urgente bisogno,  come mascherine, kit per tamponi, respiratori, disporre la  requisizione di alberghi e altri  centri, provvedere alla sussistenza di chi ha perso il lavoro  ecc. – ma in sostanza tutto  questo   andrebbe   fatto   in   sprezzo dei meccanismi del  mercato.

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