Noi, prigionieri dell’indifferenza

 

Noi, prigionieri dell’indifferenza.Pino Corrias

A forza di guardare altrove stiamo diventando sordi.  L’altra sera al tramonto passava tra i tavolini del bar  l’ennesimo ragazzo nero che offriva calze, fazzoletti di  carta e chiedeva spiccioli: «Ho fame, hai qualcosa? Posso  mangiare, hai qualcosa?».  

Due anziani non hanno alzato lo sguardo dal loro gelato  alla crema che si scioglieva. Una mamma e un bambino  si erano divisi un tramezzino e l’aranciata e hanno  continuato a guardare i rispettivi schermi, lei lo  smartphone, lui il gioco digitale. Tre giovani uomini con  birre condividevano una scena registrata sul telefonino e  ridevano di una ragazza che non c’era. E anche il  gabbiano, appostato sul cassonetto, non lo ha degnato di  uno sguardo.  

Il ragazzo nero – vent’anni, occhi arrossati, pantaloni  azzurri e maglietta bianca, probabilmente nigeriano  come quasi tutti quelli che lavorano nel racket dei  mendicanti – continuava con cantilena automatica da un  tavolino all’altro, senza minimamente preoccuparsi di  quel vuoto che lo circondava, ignorando anche lui  l’indifferenza dei due anziani, della mamma con  bambino, dei tre giovani uomini con le birre e pure del  gabbiano. Ma senza desistere dalla sua personale catena  di montaggio quotidiana. E avanzando zoppicava. E  zoppicando piegava la testa di lato, pronunciando frasi  che sembravano sempre più drammatiche: «Ti prego, ho  fame. Mi aiuti? Ti prego, posso mangiare anch’io?». Ma  senza emozioni. Senza aspettarsi nulla nonostante  l’enormità di dire ho fame tra gente che mangiava,  beveva, guardava sempre altrove. Solo che il tono era  meno allarmante delle parole: strascicato dal caldo,  annoiato della routine. Una recita senza spettatori. La  finzione di un dramma senza dramma. Anche se la scena  di un ragazzo rimbalzato in quel vuoto di sguardi era un  dramma in sé. Un frammento di teatro delle ombre in  piena luce.

Ho pensato a quanti di noi – nelle piccole e grandi  inquadrature della città, a ogni ora del giorno hanno  imparato a viaggiare dentro a quella medesima,  condivisa indifferenza. E a quanti ragazzini, quanti  adolescenti, stiano crescendo abituati dai loro genitori a  non vedere, a non sentire quelle interferenze umane,  anzi non del tutto umane, che compaiono davanti al  supermercato, al forno, al ristorante, al bar. «Hai un  euro? Ho fame». Così consuete da diventare mute come  un arredo urbano. Invisibili agli occhi, sorde al cuore.  Che adulti diventeranno? Sapranno un giorno  scavalcare i muri che oltre a difenderli li hanno  imprigionati? Oppure rimarranno perfettamente  conclusi nel loro nuovo sesto senso di isolarsi in mezzo al  mondo conosciuto senza lasciarsi scalfire da quelli  sconosciuti? Nessuna marginalità urbana – che io ricordi – è mai stata  così negletta. Tanto più che questa clamorosa  indifferenza, convive con i tamburi dell’allarme sociale  che non smettono mai di rullare. Di ricordarci l’assedio.  Di dirci state pronti a difendere la nostra sovranità. I  nostri confini. Vuoi un euro? Non ho sentito.  Per i cristiani la carità è una delle tre virtù teologali. Per i  musulmani è un precetto. Per gli ebrei un segno. Per i  laici un gesto. Per i permalosi un alibi. Francesco ha  detto che bisogna farla, ma sempre «guardando negli  occhi chi chiede» per dirgli, in quel lampo di sguardi, che  ci siamo accorti di lui, che l’elemosina non è un nostro  gesto distratto, altrimenti è solo «autopromozione  pubblica». Come lo è, almeno qualche volta, la  benevolenza esentasse dei miliardari americani, specie  se armati, devoti, e con il ciuffo biondo. Centinaia di sindaci, da Nord a Sud, isole comprese,  hanno dettato ordinanze anti-mendicanti in nome del  «pubblico decoro», del «fastidioso insistere», della  «tranquillità dei cittadini». E persino invocando la difesa  dello «spazio pubblico», che se lo fosse davvero per tutti,  dovrebbe esserlo anche per loro, i mendicanti.  Ma a tutto questo insistere – dei mendicanti in primis,  dell’allarme sociale, dei precetti religiosi, degli appelli  del Papa e dell’inchiostro dei sindaci – ecco comparire la  via nuova di questa sovrana indifferenza. Una ginnastica  mentale che stiamo adottando per rimanere lontani  anche quando siamo seduti.  Il ragazzo nero ha finito il giro dei tavoli. Nessuno gli ha  dato retta. Provo a chiamarlo, non se ne accorge. Se ne  vanno lui e il gabbiano. Il cameriere si avvicina per il  conto, dice: «Tanto torna sempre». Non gli ho chiesto se  stava parlando del mendicante o del gabbiano. E forse  non c’era poi molta differenza.  Siamo tutti viaggiatori di mondi privati sui quali  abbiamo appeso il cartello «pregasi non disturbare».  Tutti addestrati – come ha scritto André Aciman nel suo  libro di molti amori – a non provare nulla per non  rischiare di provare qualcosa.

di Pino Corrias La Repubblica