Ma di questo disastro che cosa diciamo noi professori

Ma di questo disastro che cosa diciamo noi professori? di Roberto Contessi

 

I  dati   Invalsi  2019   sono  in  linea   con molte altre rilevazioni statistiche dello stesso ambito e raccontano una storia precisa. È sicuramente fallita la promessa di una formazione scolastica che mitigasse le  disuguaglianze sociali, promessa  elaborata con forza negli anni Settanta, ma tale fallimento è soprattutto didattico. Questo mi pare il  punto focale e la politica c’entra  quanto basta. Per quale motivo le indagini statistiche   sugli   studenti   mostrano   una fascia significativa di giovani  deboli culturalmente? Perché un  metodo di insegnamento concepito per una scuola di élite, che utilizzava   la   bocciatura  come   strumento di selezione, è stato applicato ad una scuola di massa la quale, per definizione, non può usare  la bocciatura se non come soluzione didattica estrema.

Un metodo  di insegnamento alternativo, però, non è stato mai introdotto in  modo strutturale: questa è stata la  denuncia di Tullio De Mauro a partire da quegli anni Settanta. Una  scuola di massa che accetti un metodo adatto ad una scuola di élite  è condannata a sfornare ragazzi i  quali,   se   deboli   all’iscrizione   a   scuola, rimangono deboli all’uscita, cioè al titolo di maturità. Per  quale ragione? Perché sono mandati avanti dando loro una sufficienza   adulterata   al   posto   della   bocciatura. Quella sufficienza, alla cui tavola imbandita siedono genitori, presidi e professori, è un  frutto avvelenato per circa quattro diciottenni su dieci come le indagini statistiche dimostrano. Cocciutamente De Mauro mandava i suoi giovani ricercatori nelle  scuole   con   penna   e   calamaio   per provare le sue idee, scomodissime,   attraverso   test   oggettivi:   i   numeri gli davano ragione. O meglio, i numeri raccontavano la stessa solfa delle indagini più sofisticate di oggi: quando le classi sono  composte da alunni motivati per  proprio conto, i risultati erano e restano soddisfacenti, quando invece sono composte da alunni in difficoltà, la scuola non ha mezzi di  recupero consolidati e i risultati  crollano.   De   Mauro   si   è   battuto   con forza perché le cose cambiassero, riuscendo però al massimo a  contribuire all’introduzione delle  sperimentazioni   scolastiche:   le   sue idee non hanno mai convinto  anzitutto molti professori che non vogliono abbandonare  la   coppia  spiegazione-interrogazione   chiusi a chiave nelle loro classi. Però ci  ha lasciato in eredità alcune certezze con cui noi dobbiamo fare i  conti.  Possiamo continuare su questo  crinale e allora direi di eliminare il  valore legale al titolo di studio: maturità sì per tutti, ma la vera qualità sarà solo per chi è motivato o avvantaggiato   per   conto   proprio.   Certo, sarebbe la morte del dettato costituzionale, la fine di ogni illusione di scuola democratica, ma  almeno si direbbe chiaramente come stanno le cose. Oppure, dobbiamo ridare qualità alla scuola che  ad oggi è inclusiva solo per quanto   riguarda   i   numeri   e,   sinceramente, la vedo molto dura. Molti commentatori attribuiscono   la   responsabilità   dello   stato   dell’arte a tutti e tutto: web, famiglie, società, politici e ognuno ha  la propria croce. Mi chiedo perché  non si alzi una sola voce per ragionare sugli  attori   di questo   stato  dell’arte, i professori: sono vittime  inermi o testimoni inconsapevoli?  Io credo né l’una né l’altra cosa.