Il nuovo analfabetismo Torniamo alle poesie a memoria

Il nuovo analfabetismo

Torniamo alle poesie a memoria  di  Antonio Pennacchi

 

Pare che in Italia  più di un ragazzo su tre – ma in  alcune   regioni   del     meridione    addirittura   due   su   tre   –   giunto   all’esame di Stato non sia in grado di comprendere appieno i testi, anche brevi, che gli capiti di  dover leggere: «Ah, sì? So’ contento!» ha detto un amico mio di  Cisterna al bar, l’altra sera. «Così  v’imparate,   ve   possin’ammazzà». Quando   eravamo   ragazzini   noi negli anni Cinquanta, già in  terza elementare cominciavano  a farci studiare sul libro di lettura le poesie a memoria e sul sussidiario la storia e la geografia: gli  Egizi, la Grecia, Romolo e Remo,  Orazio Coclite. In quarta e quinta toccava a Carlo Magno, al Medioevo, al Rinascimento, Cristoforo Colombo, Risorgimento, Cavour, Garibaldi ed Unità d’Italia.  Poi il latino alle medie – Rosa, rosae sul Tantucci – e di nuovo storia e geografia fino alla maturità,  oltre ovviamente a un’altra caterva di poesie a memoria.  Dice:   «Ma   tu   sei   scemo,   non   vorrai  mica   ancora   le  poesie   a   memoria nel 2019?». No, lo scemo sei tu. In primo luogo la memoria è un muscolo: se non la usi  ti si atrofizza e diventi un’ameba. Non la puoi delegare al computer, alla fotocopia o al telefonino – «Sta tutto lì, quando mi serve lo piglio» – perché sta per l’appunto al di fuori di te. Non è in te  e – come dice il poeta – «Non fa  scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso». È inutile che capisci  una cosa se poi non la ricordi: è  come non l’avessi mai capita.

In secondo  luogo,   nel 1959   –  quando uscì nelle sale il film Policarpo ufficiale di scrittura di Mario   Soldati,   con   Renato   Rascel   che   interpretava   Policarpo   –   mancò poco che la gente facesse  crollare i cinema dagli applausi.  Nella   scena   madre,   infatti,   Rascel-Policarpo doveva dare finalmente prova   –  di  fronte  a  una   commissione     ministeriale     –    dell’avvenuta   riconversione   da   scrivano amanuense a dattilografo provetto. Assiso davanti a una  mastodontica  Olivetti nera   d’epoca, annunciava quindi con voce stentorea: «S’ode a destra uno  squillo di tromba!». Ed immediatamente dopo si chinava a pulsare sui tasti della Olivetti, che replicavano metallici: «Tatatì tatatì tatatìta!». Lui allora: «A sinistra risponde  uno squillo!». E la macchina di  nuovo:   «Tatatì   tatatì   tatatìta!»,   mentre nei cinema scrosciavano  gli applausi. Erano i cinema degli anni Cinquanta, con le sale piene di folla,  le nubi di fumo che salivano al  soffitto e il ragazzetto che vendeva i bruscolini nel corridoio tra le  sedie. E quegli applausi a scena  aperta nel buio stavano a certificare il processo di identificazione di un intero popolo – nel personaggio e nella storia del film –  attraverso il riconoscimento e la  condivisione dei singoli versi e  della loro ritmica (tipica, per inciso,   del   decasillabo   anapestico,   detto anche “manzoniano”). Certo   quella   era   ancora   una   scuola di classe, la scuola fascista ed antidemocratica di Gentile, fortemente selettiva. Era una  scuola per i figli dei ricchi, mentre – per quelli del popolo – dopo  le elementari c’era solo il cosiddetto   avviamento   e   gambe   in   spalla a lavorare, amen. Era giusto e sacrosanto riformarla. Ma  in alto – benedett’Iddio! – non in  basso. Democrazia e socialismo  sarebbe   stato   far   salire   tutti   quanti ai massimi livelli culturali, non lasciare tutti somari. «Che  razza de casino che semo combinato...» dice quel mio compagno  cisternese: «Era in alto che mi dovevi   eguagliare,   non   in   basso,   mannaggia a te». Hai tolto la storia, la geografia  e   le   poesie,   e   l’unica   memoria   condivisa   di   cui   sembrano   disporre i giovani oggi è la sigla di  Lady Oscar cantata da Cristina  D’Avena ac similia. Come possono poi capire quello che leggono? Anzi, molto più dello studente su tre che non ce la fa, a me chi  desta   assoluta   meraviglia   sono   invece gli altri due, quelli che pare capiscano: «Chissà come fanno?». Più di 2150 anni fa, Catone il  censore   insegnava:   «Rem   tene,   verba   sequentur»   che   significa   pressappoco che – se hai delle cose da dire – le parole poi vengono  da sole. Se invece non hai niente  da   raccontare,   è   meglio   che   ti   stai zitto che fai più bella figura.  Questi purtroppo non sanno né  chi sono né dove stanno; né soprattutto   da   dove   vengono.   La  lingua però non è un fatto astratto: ogni nome corrisponde a una  cosa o a un concetto. Come possono quindi – porebestie – dare i  nomi  e   riconoscere   le   cose,   se   dentro   la   testa   non   le   hanno?   Credono davvero che il mondo  inizi e finisca con loro. Hanno il  vuoto identitario assoluto, nessuna consapevolezza del divenire  storico e del faticoso dipanarsi  delle generazioni, che pure è stato necessario per poter giungere  appunto fino a loro. E la colpa è  nostra, colpa di questa scuola. Fagli ristudiare la storia, la geografia, il latino e un po’ di poesie a  memoria, finché sei in tempo. Dagli i materiali per costruirsi un’identità e una memoria collettiva. Per     doverosa     completezza    dell’informazione,   è   bene   però   precisare che ai nostri tempi, a  scuola, se non studiavi ti menavano. Certe bacchettate sulle mani  e schiaffoni a tutta forza in testa,  mica solo alle elementari. Ancora in quinto geometri – nel 1968 –  mia madre si presentava ogni volta,  al   ricevimento  professori,  a   dirgli imperiosa: «Lo meni professo’, mi raccomando! Lo meni,  se serve». Adesso invece pare siano i genitori, spesso, a menare i  professori.  «Che   vai   cerchenno,   allora?»  dice quel mio compagno cisternese: «Poi ti fai meraviglia se questi,   quando   lèggeno,   lèggeno   lèggeno e ‘ncapìsceno ‘ncazzo?  Dagli due zampate ai fianchi e vedrai che capìsceno». Io non lo so.  Mia madre – fosse viva – due zampate ai fianchi le consiglierebbe  forse pure, però, per i professori,  presidi e ministri. Non solo quelli attuali, anche quelli di prima.  Dal ’68 a oggi.