Vecchia scuola come eri bella

Per diversi anni ho  tenuto su un settimanale una rubrica sulla scuola: intervistavo     insegnanti   delle   primarie,   delle   medie e delle superiori e chiedevo che  mi parlassero di qualche loro esperienza con le classi. Ho incontrato fino al 2017 più di 200 persone, e la  sensazione   prevalente   ricavata   è   che, nonostante i loro sforzi, l’elemento preponderante fosse la fatica  di reggere di fronte al dilagare della  burocrazia ministeriale, con la sua  retorica del cambiamento, ispirata  dal “pedagoghese” imperante, volta  a negare il passato in blocco come  momento   immobile   in   nome   di   un’assurda presentificazione totale,  testimoniata, ad esempio, dalla riduzione delle ore di Storia e dal mischione con le ore di Geografia.

Insieme alla trasformazione del vecchio modello di scuola come luogo  dell’epistemofilia,   del   desiderio   di   conoscenza   che   si   fa   concreto   nell’apprendimento quotidiano, luogo che contribuisce alla formazione  della  persona,   sostituito   dalla   formula quanto inappropriata del “saper fare” legato al disinteresse per i  contenuti. Come se i ragazzi dovessero frequentare solo in vista di un  lavoro futuro; e sintomo dell’utilitarismo che ha modificato il sentimento generale della società.  

L’orientamento  alla   vita,   insomma, sostituito dall’orientamento al  lavoro... 

...Pur con i suoi limiti, la vecchia scuola, dove troppo spesso dilagava l’autoritarismo, da non confondersi con l’autorevolezza degli insegnanti  (il   mio   professore   di   greco  del liceo restituiva i compiti in classe partendo dal voto più basso, un  uno, provocando panico), era di fatto un luogo emotivo complementare alla famiglia, fortemente vissuto,  anche se con emozioni spesso contrastanti, dagli studenti.  Mi raccontava anni fa una insegnante, nipote di un preside di istituto tecnico, che il nonno aveva, per disposizione ministeriale, la sua abitazione privata all’interno dell’istituto  stesso e che tale modalità non rappresentava un caso isolato. Una soluzione pratica che aveva però un valore simbolico: il preside come custode di un’istituzione.Tornando ai docenti, alcuni fra gli intervistati, ma  non molti, esaltavano l’importanza  della tecnologia, vissuta non come  dovrebbe essere, cioè puro strumento in diversi casi di buona utilità, ma  come una sorta di nuova religione.  La Lim (Lavagna interattiva multimediale) idolatrata come feticcio indispensabile alla lezione. Ma i più  questa religione criticavano, come  spinta   alla   spersonalizzazione   dei   rapporti all’interno della scuola, alla decadenza della parola orale, assieme al cumulo di leggi e ordinanze ministeriali dove gli acronimi e  l’inglese prevaricano la lingua italiana. Così tocca leggere team building,  design   thinking,   pitch   day   e   pitch   deck, open innovation, business model canvas e cento altri, invece degli  equivalenti italiani.

Così si procede  a colpi di Bes (Bisogni educativi speciali), di Dsa (Disturbi specifici di apprendimento), di Pep (Piano educativo personalizzato), di Pei (Piano educativo individualizzato), di Pai (Piano   annuale   per   l’inclusività).   E   il   Miur, che non è la razza di tori miura   (inevitabile   l’associazione),   ma   nientemeno che il ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca.

Mentre il Ds è il dirigente scolastico e non più il caro vecchio “preside”, il Cdc è il Consiglio di classe, il  CdI il Consiglio di Istituto, il CdV il  Comitato di Valutazione. Ma non finisce qui perché il Cia (da non confondersi con la ben più autorevole  americana Cia) è il Compenso individuale   accessorio,   gli   Osa   sono   gli Obiettivi specifici di apprendimento, i Lep i Livelli essenziali di prestazione, il Pof è il Piano dell’offerta formativa, il Dsga (che cacofonia!) è il  Direttore dei servizi generali e amministrativi,   ex   segretario   economo, le Cim sono le cattedre interne  miste, formate su ore dei corsi ordinari più quelle dei corsi sperimentali, il Fis è il Fondo di istituto. Un delirio di acronimi, un’orgia di acronimi, una grande bouffe di acronimi.  E che dire dell’insegnante che deve evitare il più possibile la lezione  frontale, ma impegnarsi a organizzare attività, individuali e collettive, di  apprendimento, di ricerca, di scoperta, di organizzazione, di produzione. Un facilitatore e un intrattenitore. Perché, per contro, il passatismo non è inevitabilmente segno di  retroguardia: accade spesso che il  passato sia meglio del presente.

Se il  docente   ha   autorevolezza   (ripeto,   da non confondersi con autoritarismo), se ha passione per la sua disciplina, se ha curiosità per altre forme  del sapere, la lezione frontale rimane   un   momento   indispensabile   dell’insegnamento...

...Perché legato al  desiderio   di   conoscere,   che   nelle   adolescenze di una volta poteva diventare   impulso   inesauribile,   ma   che ancor oggi può esserlo. Degli insegnanti appassionati ci si ricorda a  distanza di anni, di lustri, perché ci  hanno dato un’impronta che resterà nel tempo. Degli altri no. La lezione frontale non escludendo, ovviamente, esperimenti in proprio degli  alunni.  Per parecchi anni mi capitò di leggere e spiegare la Divina Commedia in   classe,   per   poi   far   organizzare   agli allievi piccoli gruppi di studio  casalinghi su singoli canti di Dante,  di cui, poi, relazionavano ai compagni, con l’apertura finale di un dibattito collettivo. E la faccenda funzionava. E se il docente è scarso? Ma  chi, quanto al merito degli insegnanti, giudicherà a buon diritto chi, in  questo marasma?  (La Repubblica)