VECCHI E GIOVANI

Lo scorso novembre Chlöe Swarbrick — 25 anni, deputata neozelandese — stava tenendo un discorso sul clima nel Parlamento di Wellington. Mentre parlava fu infastidita da un collega più anziano. Lo zittì lasciando cadere una frase da allora diventata uno slogan globale: «Ok, boomer». I social network hanno propagato ovunque il video del suo discorso. Il New York Times ha notato che ormai le due parole sono diventate «un grido di battaglia per milioni di ragazzi che non ne possono più». Magliette e felpe sono state prodotte con la scritta in rosso. Un successo che è la prova della guerra tra generazioni, tra Millennials e Generation Z da una parte e Baby Boomers, cioè i loro genitori e i loro nonni, dall’altra. O no?

È davvero in corso una guerra tra generazioni, tra giovani ridotti a non avere un futuro e anziani che quel futuro si sono mangiato? Oppure si tratta di un’invenzione dettata da un pessimismo assoluto che non tiene alla prova della realtà di milioni di famiglie che vivono in piena solidarietà generazionale e di milioni di giovani che il futuro lo stanno costruendo? Guai da affrontare L’accusa ai Baby Boomers — sostanzialmente nati tra il 1946 e il 1965, che quindi oggi hanno tra i 55 e i 74 anni — è a 360 gradi: hanno vissuto una vita facile, con alta occupazione e buoni stipendi; hanno potuto comprare e arredare casa e case; hanno pensioni ottime o decenti; hanno vissuto una vita da edonisti; hanno consumato gran parte delle risorse naturali; hanno surriscaldato il pianeta. E a chi è arrivato dopo lasciano ben poco, se non i guai da affrontare...

 

L’indice puntato sui problemi che ha di fronte il mondo è naturalmente giustificato. Più discutibile è il fatto che le cause siano da caricare sulle spalle di una generazione e, soprattutto, che siano da affrontare attraverso una guerra «giovani contro anziani». Se si mette la questione con i piedi per terra, si scopre che il conflitto generazionale semplicemente non c’è. Non c’è persino in una società in cui i legami intrafamigliari non sono storicamente fortissimi come quella americana. Uno studio del Pew Research Center dello scorso ottobre è illuminante. Il 65 per cento delle giovani e dei giovani degli Stati Uniti tra i 18 e i 29 anni dice che i genitori «fanno circa il giusto per loro», il 18 per cento sostiene che «fanno troppo» e il 16% «troppo poco». Il 45 per cento degli stessi giovani dice di avere ricevuto dai famigliari «molto» o «un certo» aiuto economico nei 12 mesi precedenti il sondaggio; il 21 per cento ammette «solo un piccolo aiuto finanziario». Non sono numeri da guerra generazionale.

Anche l’altissima percentuale di ragazze e ragazzi italiani tra i 16 e i 29 anni che vivono con i genitori (più dell’80 per cento, vedi grafico a fianco) è segno dell’enorme problema della scarsa crescita economica del Paese: una questione del tutto politica, risultato di scelte fatte non in base all’età ma agli interessi o alle ideologie. È anche però indice della rete famigliare sottostante e della solidarietà interna a essa.

A metà dicembre, Barack Obama ha sostenuto che «se guardi il mondo e se guardi i problemi, sono di solito le persone vecchie, di solito gli uomini anziani, che non si tolgono di mezzo». Un tappo che è molto giusto denunciare se riferito a parecchi leader politici. Meno se va a riferirsi ai lavoratori che si pretende dovrebbero ritirarsi dopo una certa età (per lo più bassa) per lasciare spazio ai giovani: dietro a questa idea molto diffusa c’è la credenza che l’economia, il benessere, il lavoro siano entità a somma zero, così statiche per cui quello che conquisto io lo perdi tu. Si tratta di un approccio che costituisce uno dei pilastri portanti della teoria della guerra tra generazioni: il criterio secondo il quale la ricchezza e le risorse sono quantità date per le quali combattere, non invece da creare.

In tutte le generazioni c’è un certo conflitto tra nuovo e vecchio, anche se con diverse intensità. In genere è stato condotto sull’idea di futuro, dal punto di vista culturale, sociale, politico. Ma raramente ha preso la forma di una guerra per l’appropriazione dell’esistente. Alla base di questa idea c’è una costruzione ideologica che ritiene che nel mondo tutto vada male, che chi ha vissuto prima sia stato un incosciente, che il futuro sia buio. La realtà è diversa, non solo per i legami di solidarietà fortissimi all’interno delle famiglie.

Tra i giovani Millennials (nati circa tra l’inizio degli Anni Ottanta e il 1995) e già anche tra la Generazione Z (nati dalla seconda metà dei Novanta in poi) si nascondono o sono già emersi giovani con enormi capacità di vedere un futuro positivo (grafico a fianco), pieno di opportunità. Si calcola che nel mondo ci siano 582 milioni di imprenditori e che circa il 40 per cento di questi abbia meno di 40 anni, cioè di fatto Millennials o Generation Z. Il mondo evolve Gli individui che hanno vissuto nelle generazioni precedenti ai Baby Boomers, i nati nella seconda metà dell’800 e nella prima metà del ‘900, hanno prodotto enormi innovazioni e avanzamenti sociali ma allo stesso tempo, in Europa e non solo, hanno vissuto le più terribili guerre armate. Le società del dopoguerra hanno prodotto un benessere mai raggiunto prima: hanno creato problemi che rimarranno in eredità ai giovani ma hanno anche costruito opportunità tecnologiche e culturali che nessuna generazione precedente alle attuali ha avuto.

Gli imprenditori giovani che anche, in alcuni casi soprattutto, in Italia creano imprese nell’hi-tech e nel design, nell’agricoltura e nel sociale, sono la negazione della guerra tra generazioni che non vede l’evolvere del mondo e il futuro.

Certo, oggi i problemi italiani e mondiali sono enormi. Sono lì, da affrontare come sono stati affrontati quelli del passato senza paure millenariste. Importante è che ai giovani non vengano creati ostacoli (e vengano rimossi quelli che ci sono) affinché possano liberare le loro energie e intelligenze. Si tratta di non avere paura. Soprattutto in Occidente. Sarà capitato a molti italiani non più giovani di sentirsi chiamare «papà» da un immigrato, probabilmente africano, che chiede aiuto all’angolo di una strada. Lo fa perché, nella sua cultura, «papà» è una parola da apprezzare, perché nei Paesi poveri ed emergenti non c’è una guerra generazionale: dalla povertà e dai problemi si esce insieme. Difficilmente vi butterà lì un «Ok, boomer».