Loading…

LETTURE

Ebook consigliati, commentati.

EBOOK

JOB

JOB... E NOTIZIE

JOB

Pasoliniana

Pasolini e jeans.

SLOGAN

Sciasciana

I professionisti secondo Sciascia

MEMORIA

CONDIVISIONE

Fa rima con diffusione.

THE BLOG

PROFILO

E il lavoro...

LINKEDIN

ASCOLTA

Storie da ascoltare.

AUDIOLIBRI

Tempo

Dominio e sottomissione

TEMPO

SOCIAL

Social asociali.

TWITTER
  • 0
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8

Caro Watson la letteratura è crimine

Caro Watson la letteratura è crimine di  Pietro Citati

Sherlock Holmes, protagonista   dei   libri   di   Arthur   Conan   Doyle, non prova alcun interesse   per   quella   che, abitualmente, noi chiamiamo realtà: la realtà di Rabelais o  della Princesse de Clèves o del  Tom Jones o di Madame Bovary o   degli   innumerevoli   romanzi   del   Diciassettesimo,   Diciannovesimo o del Ventesimo secolo.  Forse (ma non è sicuro), potrebbe   interessargli   la   realtà   lontana, lontanissima, del Ventiduesimo secolo. Ma è meglio  dire che egli odia, detesta, esecra qualsiasi realtà: appena la  vede,   fa   una   smorfia,   o   uno   scherno, o una beffa. Nella letteratura,   o   nella   pittura,   è   una   condizione rarissima, quasi inesistente. Sherlock Holmes ama una sola   specie   di   realtà:   il   minimo.   Per esempio, sebbene sembri assurdo, gli piace la cenere di una  sigaretta, la polvere sparsa su  un mobile, le orme sconosciute  trovate su un viale o nella stanza di un criminale. Se guarda la  polvere e la cenere, la guarda  con una lente di ingrandimento; e allora se la mano possiede  la sua lente, che è sempre alla  caccia dell’impossibile e dell’inverosimile, una specie di sorriso distende il suo volto abitualmente   contratto   e   aggrottato.

Osserva,   scruta,   indaga:   quasi   sempre è ironico, sebbene non  sappiamo affatto perché.  Il   suo   maestro   remotissimo   (ma non ricordato) è Michel de  Montaigne,   un   altro   è   Sterne,   un altro è Edgar Allan Poe; un altro   ancora   è   Baudelaire.   Dickens gli piace molto meno: ama  l’ironia ma non gli piace (o gli  piace poco) il sistema del comico, tanto più se scatenato e colorito e chiassoso; perché il comico ha un volto solo, o pochi volti  che si confondono tra loro.

Le  dita agilissime di Sherlock Holmes svolazzano di qua e di là,  un   po’   dappertutto,   toccano,   prendono,   sbottonano,   esaminano, sebbene egli pensi «che  nulla  è  insignificante  per   una  mente superiore». Sherlock Holmes di solito è di buon umore:  gli occhi scintillano, brillano, a  volte   non   sappiamo   perché.   Molto spesso non sembra affatto umano (se la parola umano  ha un senso), e scivola sui tetti,  simile a un gatto o ad una lucciola. Gioca, gioca e non si stanca  mai, mentre lavorare lo spossa  e l’abbrutisce. Talora è preda di  una   incontenibile   eccitazione   nervosa. La sua ironia è una forma particolare di nevrosi. A volte pronuncia massime taglienti:  «Il mondo è pieno di cose ovvie,  che nessuno nota neppure per  caso».  Ragiona, oppure non vuole ragionare affatto. Si compiace di  essere un artista, o di fare la parte dell’artista, al contrario del  suo amico dottor Watson, assieme al quale abita al 221 Baker  Street, a Londra. La sua intuizione è rapida, sottile, e prevede  gli eventi futuri con una facilità  sconvolgente,   o   che   almeno   sconvolge   il   pigro   e   modesto   dottor Watson.  Non potremo mai immaginarlo vivere a Parigi, che è così noiosa e ripetitiva, e nemmeno negli  Stati Uniti, come qualche anno  prima Henry James.
Non possiamo immaginarlo che a Londra,  la patria di Sterne e di Conrad,  “il grande pozzo nero” che raccoglie  tutti  gli  sfaccendati  e   i   fannulloni dell’impero inglese: questa lurida Londra, spossata  dal Tamigi, solcata dai battelli  fluviali, popolata da finti aristocratici, con i lampioni che emanano una luce mutevole ed evanescente; il chiarore giallo delle  vetrine, con le persone che passano  dalla  tenebra  alla luce e  dalla luce alla tenebra, e talvolta avanzano a fatica in un “urlante   deserto”.   Ma   l’aura   del   mattino è dolcissima. Le nuvolette sembrano volteggiare «come la piuma di qualche gigantesco fenicottero».
Come sappiamo,   Sherlock   Holmes   insegue   “l’impossibile”; e quanto resta,  «per quanto improbabile deve  essere la verità». Se volessimo, potremmo raccontare la  storia  del  romanzo   dell’Ottocento come la storia di  innumerevoli   delitti,   o   come   quella di un solo delitto ripetuto all’infinito. Sherlock Holmes  dice:   «Nella   matassa   incolore   della vita corre il filo rosso del  delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell’isolarlo, nel metterlo in luce, istante  dopo istante».  Egli coltiva il delitto, forse lo  esalta e lo esagera: comunque  lo analizza, lo scruta, lo documenta, lo porta alla luce, fino a  quando il delitto scompaia dal  mondo. Ma è, poi, vero? Molto  spesso non scorge soltanto il delitto: vuole che il delitto esista, e  non gli importa assolutamente  nulla che venga cancellato. Come si fa a studiare il delitto? Al contrario di ciò che dice il  dottor Watson, scoprire il delitto non è affatto una scienza esatta. Sherlock Holmes ha «una illimitata capacità di curare i particolari»   usando   l’immaginazione, servendosi di tutti i sensi,  senza trascurare nemmeno l’olfatto; studia la forma delle mani, delle orecchie, il tipo di occhiali, delle scarpe e dei loro lacci, i pantaloni, i polsini, evitando la cosa più rara: le emozioni. 
Come scrive intelligentemente  Margherita Oggero nella prefazione al  volume  Sherlock  Holmes. Tutti i romanzi (Einaudi),  bisogna dedurre: che è l’arte suprema per i cacciatori dei delitti, bisogna avere tutti gli indizi,  perché «è un gravissimo errore  formulare   delle   ipotesi   senza   avere tutti gli indizi in mano». L’ultimo grande tema di Arthur Conan Doyle è la droga, e  l’arte e il dominio della droga.  Sherlock Holmes prende un flacone dalla mensola e una siringa epidermica da un elegante  astuccio di pelle. Con le lunghe  dita, bianche e nervose, inserisce   l’ago   sottile   all’estremità   della siringa e arrotola la manica sinistra della camicia. Si inietta una soluzione di cocaina al  sette   per   cento   (così,   almeno,   egli dice). Infine infila a fondo la  punta acuminata, preme sull’esile stantuffo e poi si abbandona voluttuosamente nella poltrona di velluto con un profondo   sospiro   di   soddisfazione.   «Oh, per me, dice ad un amico,  resta sempre la boccetta della  cocaina». Così pensa di combattere la depressione e lo spleen:  non è certo che abbia ragione. Sherlock Holmes eccita artificialmente la ricchezza delle sue  sensazioni, il suo tono mentale,  la sua astuzia, la sua ironia, il  suo febbrile entusiasmo.
Abbandona   il   tono   normale   dell’esistenza     umana,     trascurando    quella realtà che odia tanto. Penetra nel regno dell’impossibile  e dell’improbabile e dell’inverosimile. È un rischio, un grande  rischio: qualcosa che potrebbe  essere   mortale.   Ma   Sherlock   Holmes, come Conan Doyle, è  disposto ad affrontare qualsiasi  forma possibile di morte. Forse il suo desiderio è un altro. Non cerca la morte, ma la  lontananza. «”Non dico questo”  –  proclama  nelle  ultime  righe   de La valle della paura. I suoi occhi paiono fissare qualcosa di  lontano   nel   tempo.   “Bisogna   che lei mi dica del tempo molto tempo!”. Noi rimanemmo così in silenzio per alcuni minuti,  mentre   gli   occhi   profetici   di   Sherlock Holmes si sforzano di  perforare il velo del futuro con  la   potenza   del   loro   sguardo».   Nessuno ci potrà dire dove giungono gli occhi profetici di Sherlock   Holmes.   Chissà   dove:   in   quale lontananza, in quale visione, in quale futuro, in quale tremendo impossibile.