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LA SCUOLA DIGITALIZZATA

PERCHÉ MI FA PAURA LA SCUOLA DIGITALIZZATA

Non so come siano riusciti gli  insegnanti, in questi mesi,  a continuare a fare gli insegnanti. Chiusi nelle loro case, per  ore e ore davanti a un video, hanno proseguito a fare lezione, svolgere i programmi, assegnare compiti, interrogare.

Un esempio di resistenza e passione davvero ammirevole. Alcuni di loro (pochi? tanti?) hanno gradito le nuove modalità didattiche, e hanno preso tutto ciò come un esercizio preliminare di quella innovazione digitale  che da sempre auspicano. Per molti è stata invece una costrizione dolorosa, uno snaturamento del proprio lavoro, che hanno accettato  solo in nome dell’emergenza, ma  che, credo, mai avrebbero desiderato e men che meno scelto. Comunque, la scuola non poteva fermarsi. E non si è fermata. P er quel che mi riguarda, se fossi  oggi ancora in cattedra, soffrirei moltissimo.

Dalla mia lontananza   (è   da   cinque   anni   che   non insegno più), soffro comunque. Non riesco a immaginare  che si continui in questo modo. E ho molta  paura che si vorrà continuare in questo modo, cavalcando il coronavirus, l’insperato  assist che involontariamente ci ha fornito.  Temo, cioè, che le sirene dell’innovazione  didattica, che da anni esaltano la rivoluzione digitale prossima ventura, possano ora  dispiegare appieno il loro canto seduttivo:  temo che la scuola digitalizzata, distanziata e remota, possa trionfare definitivamente. Che sia una grave emergenza sanitaria  ad aiutare tale processo, era imprevedibile  ed è sconcertante, ma diciamo che è andata proprio così: il coronavirus è arrivato là  dove nemmeno i più agguerriti pedagogisti erano arrivati. Ora il mito della lezione a  distanza è diventato, per tre mesi, realtà. E  in futuro potrebbe consolidare la vittoria. La cosa buffa – vorrei dire tragicomica –  è che ora da molte parti si leva un coro di  angosciate proteste, di indignazione venata di un (indicibile) malinconico rimpianto: rivogliamo la scuola com’era, vogliamo che si torni a far lezione in classe!  Ma come? Abbiamo passato gli ultimi  vent’anni a demolire la lezione in classe,  l’abbiamo definita (ridicolmente) “frontale”, abbiamo demonizzato gli insegnanti  che ancora osavano farla, bollandoli come  passatisti reazionari, e adesso? Meraviglie  del coronavirus! È proprio vero che, solo  quando perdiamo una cosa, riusciamo ad  apprezzarla.  Ma non importa da dove soffia il vento,  l’importante è che soffi.

Dunque benissimo, combatteremo per la lezione dal vivo  (posso sperare che ora la chiameremo “dal  vivo” anziché “frontale”?). Non potrei essere più d’accordo. Se la scuola ha ancora un  senso, nonostante le tempeste che l’hanno  miseramente travolta (e stravolta), quel  senso risiede proprio nel far lezione. La lezione in classe è il cuore dell’insegnamento. Lo penso da sempre, e per una  ragione molto semplice: perché facendo  lezione l’insegnante passa, in un sol colpo,  sia le conoscenze culturali che deve passare, sia un insegnamento più sottile e misterioso, velato e segreto, impalpabile, spesso inconsapevole, che però forse è il vero e  più profondo insegnamento. 

Facciamo un esempio. L’insegnante entra in classe e spiega una poesia di Pascoli;  ma mentre parla di Pascoli, dice anche altro, con i gesti, con il tono di voce, con lo  sguardo, col fatto che magari spiegando  un verso arrossisce, o si ferma, o si commuove, o scoppia a ridere: ed è quella commozione o allegria estemporanea che “insegna” ai ragazzi davvero che cos’è la poesia del Pascoli! Non solo. Può succedere  che a un certo punto l’insegnante faccia  una digressione, che lasci il discorso principale e s’addentri in stradine che non c’entrano più con Pascoli e che lo portano a parlare della vita, della morte, dell’amore, o  anche di politica, economia, attualità, filosofia, botanica e chissà che altro. E magari  è proprio lì, in tutto quell’altro che non stava nei programmi, che l’allievo troverà le  cose più preziose per sé. È infinito lo spazio che si apre durante  una lezione dal vivo, perché una lezione  dal vivo è, per definizione, spazio. Spazio  infinito e libertà. Nessuno ha idea dell’ampiezza di libertà che si apre in una classe  quando c’è lezione, nella mente di chi parla e nella mente di chi ascolta. E tutto ciò è  assolutamente imprevedibile e casuale.

È  puro accadimento. Teatro. Improvvisazione. È un’avventura, com’era per i cavalieri  antichi. Per questo ho sempre ritenuto sbagliato (irresponsabile, ottuso e anche crudele) abolire la lezione “frontale”: perché  sarebbe come abolire la libertà, e rinunciare a ciò che la vita ti mette davanti. Reprimere l’immaginazione, levare fiducia al  potere misterioso della parola. Tagliare il  filo a un aquilone. Ora, non sappiamo se potremo tornare  a scuola, a settembre. Non sappiamo se il  lavoro diventerà perlopiù smart working e  pochi torneranno in ufficio, se per gli acquisti   ci   affideremo   all’e-commerce,   se   usciremo e viaggeremo meno, se dovremo  limitare al massimo la nostra presenza in  luoghi chiusi e affollati. In verità non sappiamo niente.  Comunque non mi pare che la soluzione possa essere la scuola a distanza. E  nemmeno la scuola col plexiglas, ognuno  barricato dentro la sua bolla più o meno  trasparente. Non la risolveremo facilmente, né in  tempi brevi.

Credo però che dovremmo  tutti metterci a ripensare la scuola da zero, non come cosa a sé, ma considerando  gli sconvolgimenti sociali ed economici  che le stanno intorno e sono sotto i nostri  occhi.  Il coronavirus è stato un potente detonatore. Uno scoperchiatore, direi. Ha fatto  scoppiare i bubboni, ha scoperchiato le falle del nostro vivere. Per esempio ora ci fa  capire che cos’è per noi la scuola: una necessità educativa e sociale, prima ancora  che culturale. Dove lasceremo i nostri figli, e a chi? Io aggiungerei una domanda:  come faremo a non perdere la ricchezza  ineguagliabile di una lezione dal vivo? Il coronavirus ci sta invitando violentemente a ri-modellarci, a trovare altri modi  di vivere: a diventare davvero, per la prima volta, nuovi.  Se mancheremo il suo invito, se faremo  come nulla fosse e ci abbarbicheremo alle  nostre care abitudini, se ci intestardiremo  a far continuare le cose il più possibile  uguali identiche a com’erano; se non ci faremo venire idee, scatenando l’immaginazione; se non sfrutteremo questa occasione unica di inventare il mondo daccapo,  be’, virus o non virus, avremo perso una  partita decisiva.

di PAOLA MASTROCOLA