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Noi, prigionieri dell’indifferenza

 

Noi, prigionieri dell’indifferenza.Pino Corrias

A forza di guardare altrove stiamo diventando sordi.  L’altra sera al tramonto passava tra i tavolini del bar  l’ennesimo ragazzo nero che offriva calze, fazzoletti di  carta e chiedeva spiccioli: «Ho fame, hai qualcosa? Posso  mangiare, hai qualcosa?».  

Due anziani non hanno alzato lo sguardo dal loro gelato  alla crema che si scioglieva. Una mamma e un bambino  si erano divisi un tramezzino e l’aranciata e hanno  continuato a guardare i rispettivi schermi, lei lo  smartphone, lui il gioco digitale. Tre giovani uomini con  birre condividevano una scena registrata sul telefonino e  ridevano di una ragazza che non c’era. E anche il  gabbiano, appostato sul cassonetto, non lo ha degnato di  uno sguardo.  

Il ragazzo nero – vent’anni, occhi arrossati, pantaloni  azzurri e maglietta bianca, probabilmente nigeriano  come quasi tutti quelli che lavorano nel racket dei  mendicanti – continuava con cantilena automatica da un  tavolino all’altro, senza minimamente preoccuparsi di  quel vuoto che lo circondava, ignorando anche lui  l’indifferenza dei due anziani, della mamma con  bambino, dei tre giovani uomini con le birre e pure del  gabbiano. Ma senza desistere dalla sua personale catena  di montaggio quotidiana. E avanzando zoppicava. E  zoppicando piegava la testa di lato, pronunciando frasi  che sembravano sempre più drammatiche: «Ti prego, ho  fame. Mi aiuti? Ti prego, posso mangiare anch’io?». Ma  senza emozioni. Senza aspettarsi nulla nonostante  l’enormità di dire ho fame tra gente che mangiava,  beveva, guardava sempre altrove. Solo che il tono era  meno allarmante delle parole: strascicato dal caldo,  annoiato della routine. Una recita senza spettatori. La  finzione di un dramma senza dramma. Anche se la scena  di un ragazzo rimbalzato in quel vuoto di sguardi era un  dramma in sé. Un frammento di teatro delle ombre in  piena luce.

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Attenzione uscita operai

Attenzione uscita operai 

Michele Serra - LA REPUBBLICA

Mancano i carpentieri e i  saldatori, dice l’Ad di  Fincantieri. E ne mancano  migliaia. I datori di lavoro  sono una fonte  interessata, ovviamente. Ed è accaduto  che analoghe lamentazioni, in passato,  si rivelassero poco fondate, oppure  tendenziose. Ma almeno un indizio  suggerisce, questa volta, qualche  dubbio in più: lo stipendio è 1600 al  mese, rispettabile, e l’inquadramento  prevede tutele di legge che precari e  stagionali nemmeno si sognano. Un rider guadagna, in media, poco più  della metà, e non sa se il mese prossimo  ci sarà ancora lavoro: nel dubbio, è  sindacalmente docile, ben più  ricattabile di un lavoratore inquadrato.  Si può dunque azzardare che il  problema, o almeno una parte del  problema, sia il nome. Carpentiere.  Saldatore. Operaio. Lo è anche il rider,  nei fatti, ma l’aura truffaldina delle  “nuove professioni” indora la pillola e  spariglia le carte. Siamo un popolo ex  povero per il quale le parole “operaio” e  “contadino” sono diventate indigeribili.  

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