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Il Platone militante della Settima lettera

Cosa pensasse davvero Platone non lo sapremo mai. Forse non lo sapeva neppure lui. È un dettaglio a cui raramente si presta attenzione: Platone, il primo autore di un corpo consistente di scritti filosofici, nei suoi dialoghi non compare mai. E quando il suo nome viene menzionato, come nel Fedone, è per segnalare un’assenza: «solo lui non c’era» il giorno della morte di Socrate (cosa incredibile, a pensarci bene). Platone è assente, sono altri i personaggi che si accapigliano su qualunque argomento possibile e immaginabile. Shakespeare è Amleto? Davvero Socrate esprime sempre e comunque il punto di vista di Platone?

Accanto ai dialoghi, però, l’antichità ci ha trasmesso sotto il suo nome tredici lettere. Dodici sono sicuramente false, oltre che noiose. Una, la settima, appassionante, ci porta nel cuore stesso del pensiero e della vita di Platone. È autentica? Tutto ruota intorno al problema dei problemi: non ci sarà fine ai mali della città fino a che i filosofi non andranno al potere. È la tesi centrale della Repubblica. Socrate, nel dialogo, esita: teme che gli Ateniesi lo inseguano con pietre e bastoni. Una battuta? Socrate, quello vero, è stato uno dei pochi filosofi che si siano davvero impegnati per portare la filosofia nel mondo degli uomini.

Dove lo abbia condotto il suo impegno politico — il processo, la condanna a morte — non c’è bisogno di ricordarlo. Assente il giorno in cui il maestro avrebbe bevuto la cicuta, al processo Platone era andato: aveva assistito allo spettacolo di Socrate che cercava di spiegare le sue ragioni di fronte a una folla che inveiva. Si racconta che a un certo punto cercò persino di salire sulla pedana per parlare al posto di Socrate, e difendere il maestro incapace di difendersi da solo. Fu sommerso da una salva di fischi.

 

Perché mai, poi, il filosofo dovrebbe impegnarsi in politica? Baudelaire non sembra un filosofo platonico. Ma L’albatros è la descrizione più bella di cosa sia la filosofia per Platone. «Come è fiacco e sinistro» sulla tolda della nave, l’albatros, mentre i marinai lo irridono! Come è regale, quando spicca il volo «nell’uragano», lui «il principe dei nembi»! È la storia della caverna, sempre nella Repubblica. Il filosofo riesce faticosamente a liberarsi dalle catene che inchiodano i suoi compagni in un mondo di pregiudizi e luoghi comuni, e vola finalmente libero nel mondo della verità e della bellezza. Capire, conoscere i segreti della realtà, lontano dalle passioni oscure che agitano il mondo della caverna. Perché dovrebbe rientrare, allora, se a lui non interessa e gli altri non lo vogliono? Il filosofo è un «esule sulla terra», come scriveva Baudelaire, la sua vita è altrove.

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Emanuele Severino  - La lezione infinita

Emanuele Severino  - La lezione infinita

Dopo la scomparsa di Emanuele Severino, molti esponenti della cultura italiana hanno elogiato la grandezza filosofica del suo pensiero. Merita richiamare l’attenzione su un tratto comune a quegli elogi, perché riguarda il presente e il futuro della filosofia. Sicuramente di quella italiana. Sono tutti concordi nell’affermare che la filosofia di Severino è espressione originale di un grande pensatore teoretico, rigoroso e radicale. Tale radicalità e rigorosità avrebbero dato luogo a un sistema originalissimo ma concettualmente chiuso, dove tutti gli spazi sono saturi e quello che c’era da dire è stato detto: un quadro dove ogni parte è perfetta così com’è e perciò immodificabile. Da ciò seguirebbe l’insensatezza del permanere all’interno di quel sistema da parte di altri, che in tal caso non solo non apporterebbero alcun contributo «nuovo» alla filosofia, ma finirebbero inevitabilmente con l’essere meri «ripetitori».

 

A ciò è stato anche aggiunto, nella convinzione di evidenziarne la grandezza, che in qualche modo con Severino finisce la filosofia. A questi elogiatori, con grande rispetto, vorrei chiedere: qualcuno di Loro affermerebbe che con la scoperta freudiana dell’inconscio muore la psicoanalisi? Certamente no, si dice infatti proprio il contrario: con la scoperta dell’inconscio Freud inaugura, avvia la psicoanalisi. Allora, forse, i ragionamenti sopra esposti dovrebbero essere rovesciati: chi pensa che Severino sia geniale, dovrebbe coerentemente riconoscere che lo è perché ha scoperto qualcosa di importante per la filosofia. E se ciò che è stato scoperto è importante, non può essere semplicemente accantonato o ignorato, ma con esso ci si deve confrontare seriamente. Cosa ha scoperto Severino? Un significato rivoluzionario di «ente». E in cosa consisterebbe questa rivoluzionarietà? La si può illustrare nel modo seguente. La filosofia, da Platone in poi, chiama «ente» ogni cosa, tutto quello che esiste e non è niente. Ogni determinazione, in quanto è qualcosa e non è niente, è ente. L’ente è dunque la sintesi tra una certa determinazione e il suo essere: il «ciò che-è». Da Platone a Hegel la filosofia ritiene che esistano due tipologie di enti: quelli sensibili e divenienti, che nascono, vivono e muoiono, cioè passano dal nulla all’essere e dall’essere al nulla, e quelli eterni (Idea, Sostanza, Atomo, eccetera), che non nascono e non muoiono, sono da sempre e per sempre.

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