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L’EDUCAZIONE SFIDA CENTRALE ANCHE PER IL MONDO PRODUTTIVO

Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà

È passato un anno dalla costituzione  dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà e dalla pubblicazione sul Corriere della Sera, l’8 agosto 2018, del suo manifesto «Un nuovo patto (senza muri) sul bene comune». Dicevamo un anno fa che la parola chiave per l’Italia, nel mutato scenario internazionale, era la parola sviluppo. E che la condizione di una nuova ripartenza economica del Paese era il cambiamento.

O si cambia o ci si impoverisce.

Il metodo del cambiamento – aggiungevamo – è già stato sperimentato nella nostra storia: il patto per il bene comune stretto tra forze politiche e sociali dopo la Seconda guerra mondiale. Questo implica un rinnovato protagonismo dei corpi intermedi, rimettere la persona con il suo desiderio al centro, ma non come individuo bensì come protagonista di una comunità. Il clima politico in cui lanciammo  quell’appello  era quello della delegittimazione dell’avversario, del conflitto personalizzato, del discredito su tutto e su tutti. Rispetto a un anno fa la situazione politica dell’Italia non si è rasserenata e la dialettica tra i partiti supera spesso i confini del normale gioco democratico.

Nonostante questo, in un anno, pur rimanendo coerentemente nelle nostre appartenenze politiche , abbiamo scelto e tentato la strada del dialogo, l’unica che può permettere un affronto serio e profondo dei gravi problemi che attanagliano il Paese. Nel manifesto individuavamo cinque temi in cui si declinava questo nuovo patto per il bene comune: imprese e lavoro, Sud, emergenza educativa, un nuovo sistema di welfare, autonomia e riforma delle istituzioni.

Il lavoro di un anno, seminari parlamentari, convegni e incontri pubblici, supportato dall’apporto scientifico della Fondazione per la Sussidiarietà, ci ha convinti della effettiva centralità di quei temi. Oggi crediamo sia necessario fare un passo concreto in avanti. La prima convinzione maturata è che occorre sempre più aiutare il vero soggetto della crescita e dello sviluppo: i giovani, la loro educazione e la loro istruzione.

In un momento in cui i dati Invalsi dimostrano i gravi problemi di almeno una parte del nostro sistema scolastico, la lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica diventa decisiva, è un fenomeno grave, che tiene lontano da lavoro e studio due milioni e duecentomila giovani tra i 16 e i 28 anni.

 È nostra convinzione che per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica possa essere efficace l’introduzione della metodologia didattica delle noncognitive skills (amicalità, coscienziosità,  stabilità  emotiva, apertura mentale) nel percorso didattico delle scuole medie e delle scuole superiori. È questo il contenuto di una nostra prima proposta di legge. È infatti puntando sul superamento di una visione solo cognitiva dell’apprendimento e facendo leva sull’educazione della personalità e della consapevolezza dei ragazzi che si può contrastare la loro disaffezione verso la scuola e migliorare la qualità del sistema scolastico. A partire da significative esperienze internazionali, proponiamo una sperimentazione che unisce e non divide, che valorizza sia le autonomie dei territori sia quelle delle singole scuole sia il carattere nazionale del sistema, e da realizzare in collegamento con il disegno di legge sull’educazione alla cittadinanza/educazione civica approvato in maggio alla Camera dei deputati e ancora fermo in commissione Cultura al Senato. La centralità del tema dell’educazione riguarda anche il nostro sistema economico, le nostre imprese. Ha suscitato scalpore e dibattito la dichiarazione dell’amministratore   delegato   di Fincantieri Giuseppe Bono che ha detto che le imprese non trovano i giovani di cui avrebbero bisogno perché il nostro sistema scolastico non li forma. I dati gli danno ragione: il 37 per cento delle imprese italiane ha difficoltà nel trovare lavoratori con le giuste competenze.

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Per una nuova obiezione di coscienza

IO OBIETTO

Fino al 2004, lo Stato ha chiesto ai cittadini di servire la patria con le armi in pugno. Sono decine di migliaia coloro  che   hanno   ritenuto   quella   chiamata contraria alla propria coscienza, e hanno solennemente   dichiarato   che   non avrebbero mai impugnato   un’arma   per   uccidere   qualcuno, e che non avrebbero imparato ad usarla, escludendo ogni possibilità di usare la violenza per la soluzione   di   qualsiasi   conflitto   e   bandendola per sempre dalla loro vita.  

Oggi non possiamo più tacere. Nel giorno in cui alcuni militari dello Stato si interpongono tra il mare e la terraferma  per impedire, «in nome della  legge», il salvataggio di vite  umane, sentiamo il bisogno  impellente ed ormai non più  rinunciabile di richiamare e  rinnovare   quel   principio   di   obiezione di coscienza.  

Dichiariamo   pertanto   solennemente il valore dell’obiezione di coscienza rispetto a  tutte le leggi, le norme, i regolamenti i quali impediscano il  salvataggio di vite umane, il rispetto dei diritti fondamentali di ogni donna e di ogni uomo. Disubbidiremo nell’ambito delle nostre rispettive professioni, lavori, mestieri, nei  nostri impieghi pubblici e privati, e nella vita quotidiana a  tutte quelle norme che impediscano il salvataggio di vite  umane, portino la morte, siano   discriminanti   nei   diritti   fondamentali di tutte le donne e di tutti gli uomini. Facciamo appello non solo a tutti gli  obiettori di coscienza al servizio militare ma a tutte le coscienze   affinché   affermino   oggi la propria disobbedienza ad ogni forma di violenza  ed ancor più alla violenza di  Stato, la quale, in nome di  norme   contrarie   all’ordinamento   internazionale   e   comunque contrarie alla nostra  coscienza, privilegia la salvaguardia dei confini della patria al salvataggio di bambini,  donne e uomini.  

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