Loading…

Cartesio

Il dubbio è l'inizio della conoscenza.

LINKEDIN

Socrate

Esiste un solo bene, la conoscenza, ed un solo male, l'ignoranza

EBOOK

Karel Capek

Immagini il silenzio se tutti dicessero solo quello che sanno?

AUDIOLIBRI

Stephen Hawking

Le leggi della scienza non distinguono tra passato e futuro

THE BLOG

Ecclesiaste

Omnia cum tempore.

JOB

Primo Levi

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario

TWITTER

Seneca

Tempus tantum nostrum est.

TEMPO

Pasolini

Siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia.

SLOGAN

Sciascia

A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

MEMORIA
  • 0
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8

BLOG

BLOG

Caro Watson la letteratura è crimine

Caro Watson la letteratura è crimine di  Pietro Citati

Sherlock Holmes, protagonista   dei   libri   di   Arthur   Conan   Doyle, non prova alcun interesse   per   quella   che, abitualmente, noi chiamiamo realtà: la realtà di Rabelais o  della Princesse de Clèves o del  Tom Jones o di Madame Bovary o   degli   innumerevoli   romanzi   del   Diciassettesimo,   Diciannovesimo o del Ventesimo secolo.  Forse (ma non è sicuro), potrebbe   interessargli   la   realtà   lontana, lontanissima, del Ventiduesimo secolo. Ma è meglio  dire che egli odia, detesta, esecra qualsiasi realtà: appena la  vede,   fa   una   smorfia,   o   uno   scherno, o una beffa. Nella letteratura,   o   nella   pittura,   è   una   condizione rarissima, quasi inesistente. Sherlock Holmes ama una sola   specie   di   realtà:   il   minimo.   Per esempio, sebbene sembri assurdo, gli piace la cenere di una  sigaretta, la polvere sparsa su  un mobile, le orme sconosciute  trovate su un viale o nella stanza di un criminale. Se guarda la  polvere e la cenere, la guarda  con una lente di ingrandimento; e allora se la mano possiede  la sua lente, che è sempre alla  caccia dell’impossibile e dell’inverosimile, una specie di sorriso distende il suo volto abitualmente   contratto   e   aggrottato.

Osserva,   scruta,   indaga:   quasi   sempre è ironico, sebbene non  sappiamo affatto perché.  Il   suo   maestro   remotissimo   (ma non ricordato) è Michel de  Montaigne,   un   altro   è   Sterne,   un altro è Edgar Allan Poe; un altro   ancora   è   Baudelaire.   Dickens gli piace molto meno: ama  l’ironia ma non gli piace (o gli  piace poco) il sistema del comico, tanto più se scatenato e colorito e chiassoso; perché il comico ha un volto solo, o pochi volti  che si confondono tra loro.

Le  dita agilissime di Sherlock Holmes svolazzano di qua e di là,  un   po’   dappertutto,   toccano,   prendono,   sbottonano,   esaminano, sebbene egli pensi «che  nulla  è  insignificante  per   una  mente superiore». Sherlock Holmes di solito è di buon umore:  gli occhi scintillano, brillano, a  volte   non   sappiamo   perché.   Molto spesso non sembra affatto umano (se la parola umano  ha un senso), e scivola sui tetti,  simile a un gatto o ad una lucciola. Gioca, gioca e non si stanca  mai, mentre lavorare lo spossa  e l’abbrutisce. Talora è preda di  una   incontenibile   eccitazione   nervosa. La sua ironia è una forma particolare di nevrosi. A volte pronuncia massime taglienti:  «Il mondo è pieno di cose ovvie,  che nessuno nota neppure per  caso».  Ragiona, oppure non vuole ragionare affatto. Si compiace di  essere un artista, o di fare la parte dell’artista, al contrario del  suo amico dottor Watson, assieme al quale abita al 221 Baker  Street, a Londra. La sua intuizione è rapida, sottile, e prevede  gli eventi futuri con una facilità  sconvolgente,   o   che   almeno   sconvolge   il   pigro   e   modesto   dottor Watson.  Non potremo mai immaginarlo vivere a Parigi, che è così noiosa e ripetitiva, e nemmeno negli  Stati Uniti, come qualche anno  prima Henry James.

Leggi tutto

Il Platone militante della Settima lettera

Cosa pensasse davvero Platone non lo sapremo mai. Forse non lo sapeva neppure lui. È un dettaglio a cui raramente si presta attenzione: Platone, il primo autore di un corpo consistente di scritti filosofici, nei suoi dialoghi non compare mai. E quando il suo nome viene menzionato, come nel Fedone, è per segnalare un’assenza: «solo lui non c’era» il giorno della morte di Socrate (cosa incredibile, a pensarci bene). Platone è assente, sono altri i personaggi che si accapigliano su qualunque argomento possibile e immaginabile. Shakespeare è Amleto? Davvero Socrate esprime sempre e comunque il punto di vista di Platone?

Accanto ai dialoghi, però, l’antichità ci ha trasmesso sotto il suo nome tredici lettere. Dodici sono sicuramente false, oltre che noiose. Una, la settima, appassionante, ci porta nel cuore stesso del pensiero e della vita di Platone. È autentica? Tutto ruota intorno al problema dei problemi: non ci sarà fine ai mali della città fino a che i filosofi non andranno al potere. È la tesi centrale della Repubblica. Socrate, nel dialogo, esita: teme che gli Ateniesi lo inseguano con pietre e bastoni. Una battuta? Socrate, quello vero, è stato uno dei pochi filosofi che si siano davvero impegnati per portare la filosofia nel mondo degli uomini.

Dove lo abbia condotto il suo impegno politico — il processo, la condanna a morte — non c’è bisogno di ricordarlo. Assente il giorno in cui il maestro avrebbe bevuto la cicuta, al processo Platone era andato: aveva assistito allo spettacolo di Socrate che cercava di spiegare le sue ragioni di fronte a una folla che inveiva. Si racconta che a un certo punto cercò persino di salire sulla pedana per parlare al posto di Socrate, e difendere il maestro incapace di difendersi da solo. Fu sommerso da una salva di fischi.

 

Perché mai, poi, il filosofo dovrebbe impegnarsi in politica? Baudelaire non sembra un filosofo platonico. Ma L’albatros è la descrizione più bella di cosa sia la filosofia per Platone. «Come è fiacco e sinistro» sulla tolda della nave, l’albatros, mentre i marinai lo irridono! Come è regale, quando spicca il volo «nell’uragano», lui «il principe dei nembi»! È la storia della caverna, sempre nella Repubblica. Il filosofo riesce faticosamente a liberarsi dalle catene che inchiodano i suoi compagni in un mondo di pregiudizi e luoghi comuni, e vola finalmente libero nel mondo della verità e della bellezza. Capire, conoscere i segreti della realtà, lontano dalle passioni oscure che agitano il mondo della caverna. Perché dovrebbe rientrare, allora, se a lui non interessa e gli altri non lo vogliono? Il filosofo è un «esule sulla terra», come scriveva Baudelaire, la sua vita è altrove.

Leggi tutto