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Per una nuova obiezione di coscienza

IO OBIETTO

Fino al 2004, lo Stato ha chiesto ai cittadini di servire la patria con le armi in pugno. Sono decine di migliaia coloro  che   hanno   ritenuto   quella   chiamata contraria alla propria coscienza, e hanno solennemente   dichiarato   che   non avrebbero mai impugnato   un’arma   per   uccidere   qualcuno, e che non avrebbero imparato ad usarla, escludendo ogni possibilità di usare la violenza per la soluzione   di   qualsiasi   conflitto   e   bandendola per sempre dalla loro vita.  

Oggi non possiamo più tacere. Nel giorno in cui alcuni militari dello Stato si interpongono tra il mare e la terraferma  per impedire, «in nome della  legge», il salvataggio di vite  umane, sentiamo il bisogno  impellente ed ormai non più  rinunciabile di richiamare e  rinnovare   quel   principio   di   obiezione di coscienza.  

Dichiariamo   pertanto   solennemente il valore dell’obiezione di coscienza rispetto a  tutte le leggi, le norme, i regolamenti i quali impediscano il  salvataggio di vite umane, il rispetto dei diritti fondamentali di ogni donna e di ogni uomo. Disubbidiremo nell’ambito delle nostre rispettive professioni, lavori, mestieri, nei  nostri impieghi pubblici e privati, e nella vita quotidiana a  tutte quelle norme che impediscano il salvataggio di vite  umane, portino la morte, siano   discriminanti   nei   diritti   fondamentali di tutte le donne e di tutti gli uomini. Facciamo appello non solo a tutti gli  obiettori di coscienza al servizio militare ma a tutte le coscienze   affinché   affermino   oggi la propria disobbedienza ad ogni forma di violenza  ed ancor più alla violenza di  Stato, la quale, in nome di  norme   contrarie   all’ordinamento   internazionale   e   comunque contrarie alla nostra  coscienza, privilegia la salvaguardia dei confini della patria al salvataggio di bambini,  donne e uomini.  

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Il suicidio perfetto dell’occidente

Il suicidio perfetto dell’occidente

Il neo primo ministro neo zelandese Jacinda Ardern, una donna di 38 anni, ha affermato che il benessere collettivo ma anche individuale non dipende né dal Pil né dalla produttività né dalla crescita economica.

Ci voleva un politico neo zelandese per scoprire l’acqua calda e cioè che non è la ricchezza delle Nazioni, tanto cara a Adam Smith, né del singolo individuo a dare non dico la felicità, “parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunciata” (Cyrano, se vi pare…), ma quel relativo benessere individuale che l’uomo può raggiungere.

Edoardo Agnelli, erede della più grande impresa italiana, si è suicidato a 46 anni gettandosi giù da un ponte. Athina Onassis, moglie del famoso armatore, morì a 45 anni per abuso di droghe e identica sorte è toccata a sua figlia Christina a soli 37 anni. È solo un ridottissimo florilegio dei ricchi e famosi o dei figli dei ricchi caduti nella droga, nella depressione, a volte nel suicidio. Ma restano pur sempre casi individuali. Più significativo è che in Cina, da quando è iniziato il boom economico, il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti.

I paesi scandinavi, ben ordinati e organizzati, hanno il più alto tasso di suicidio in Europa, in Italia, nella ricca Padania i suicidi sono 1628 per 100.000 abitanti, in Meridione 478 ( dati Istat 2010). Non si tratta quindi semplicemente di riorganizzare il Pil togliendogli tutti quei fattori che lo aumentano per inserirne degli altri che li sostituiscano come sostiene il mio spurio emulo Maurizio Pallante autore del famoso e infelicissimo brocardo La decrescita felice. La questione è molto più profonda e ha poco a che vedere con i numeri comunque li si voglia combinare. È un’armonia complessiva quella che è venuta meno col modello di sviluppo occidentale che ha ormai occupato quasi tutto il mondo, sfondando anche culture che ne erano lontanissime, come quella indiana e cinese (Il libro della norma di Lao Tse, che fonda millenni di pensiero orientale, si dedica esclusivamente alla ricerca interiore e spirituale e predica la “non azione”).

Il processo che ha portato alla disfatta attuale, collettiva e individuale, sul piano psichico e nervoso ha inizio con la Rivoluzione industriale (metà del diciottesimo secolo) e l’Illuminismo che l’ha razionalizzata nelle forme del capitalismo liberista o del comunismo di radice marxiana. 

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