lavoro

Cari confratelli e permettetemi soprattutto cari amici, sono ormai molti anni, dal 1994, che partecipo ai lavori della Conferenza episcopale italiana. Vi sento amici: per la conoscenza lunga e profonda, la comunione vissuta in momenti di fraternità, la condivisione di responsabilità e la discussione franca dei problemi della Chiesa italiana e del mondo. Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine al Santo Padre per la fiducia e la premura che ha riposto nella mia persona affidandomi questo incarico. Un pensiero particolare lo rivolgo, inoltre, al cardinale Angelo Bagnasco, per due mandati presidente della Cei. Lo ringrazio di cuore, a nome di tutti, per il suo  servizio,  la  fedeltà al Papa e alla Chiesa, e l’attenzione  dedicata  ad  ognuno di noi.  Pensando al territorio  di  cui  siamo  espressione, sento il dovere di esprimere una       parola       di profonda     riconoscenza ai nostri parroci: sono costruttori di comunità, strumenti della tenerezza di Dio, presbiteri che si spendono e si ritrovano nella carità pastorale. Accanto a loro, mi è impossibile non accennare ai religiosi: uomini e donne che, nella varietà dei loro carismi, ci restituiscono il primato dell’amicizia con il Signore, la profezia della fraternità e la fecondità delle opere. Un ringraziamento doveroso, infine, in questa sede anche agli operatori della comunicazione, che ci consentono di arrivare nelle case della gente, con una parola che vuol essere di sostegno e speranza. L’incarico che mi è stato affidato mi pesa sulle spalle, anche per l’età. Mi consolano le parole che monsignor Enrico Bartoletti scrisse nel suo Diario, l’11 agosto 1972, quando gli fu comunicato il suo nuovo compito in Cei. Così scrisse: «In manus tuas, Domine! Signore, accetta il mio umile sacrificio e dammi la grazia di cercare solo te». Con gioia e commozione cerco di far mie queste parole con l’assoluta convinzione che senza l’aiuto di Dio non potrei far nulla. Sento una grande responsabilità che si addolcisce nella consapevolezza di servire la Chiesa italiana. Cari confratelli, è mia intenzione aprire il Consiglio permanente rivolgendo un pensiero a quelle persone che ora sono nella sofferenza e nel lutto. Vorrei testimoniare la più sincera vicinanza a tutte quelle donne che in Italia, pressoché quotidianamente, sono vittime  di  una  violenza cieca   e   brutale.   Un pensiero affettuoso va, anche, a tutte le popolazioni  italiane  ferite dal  terremoto,  da  Ischia all’Italia centrale; ai cittadini di Livorno, colpiti da una tragica alluvione; e al Messico dove un terribile terremoto ha tolto la vita a centinaia di persone.

1.  UN  CAMBIAMENTO D’EPOCA

Parlando a Firenze al Convegno  ecclesiale nazionale, papa Francesco  ha  detto  che «oggi    non    viviamo un’epoca  di  cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». Questo è uno snodo decisivo: il punto di partenza per la riflessione e l’impegno.  Quasi nulla è più come prima. Dobbiamo assumere la piena consapevolezza che stiamo vivendo in un mondo profondamente cambiato, in un’Italia molto diversa rispetto al passato e con una Chiesa sempre più globale. In questa nuova realtà, sorgono nuove sfide e nuove domande a cui bisogna fornire, senza paura e con coraggio, delle risposte altrettanto nuove. Oggi viviamo in una società tecnologiC «Il lavoro, priorità per il Paese» Bassetti: chiamati a essere Chiesa al servizio di un’umanità ferita No alla divisione tra «cattolici della morale» e «cattolici del sociale» ca e secolarizzata. Una società, afferma papa Francesco, che corre un «grande rischio»: quello di essere caratterizzata da «una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Evangelii  Gaudium 2).  L’uomo  moderno  è troppo spesso un uomo spaesato, confuso e smarrito. Un uomo ferito non solo perché ha perso il «senso del peccato», ma perché «cerca salvezza dove si può».  E  così  si  aggrappa  a  tutto  e  a chiunque sia in grado di fornire un significato alla vita. Questa umanità ferita, inoltre, abita un mondo dove è ormai emersa una nuova questione sociale che investe la sfera    economica    e quella antropologica,  la  dimensione culturale  e  quella politica, i cui riflessi si    fanno    sentire profondamente anche in ambito religioso. Basti pensare all’introduzione della  robotica  nell’industria, alle applicazioni biomediche sul corpo umano, all’impatto ambientale delle grandi  città,  alle  nuove forme di comunicazione e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Questa nuova questione sociale è caratterizzata da almeno tre fattori: lo sviluppo pervasivo di un nuovo potere tecnico, come aveva intuito profeticamente Romano Guardini; la crisi dell’umano e dell’umanesimo che è il fondamento della nostra civiltà; una manipolazione sempre più profonda dell’oikos, della nostra casa comune, della Terra. In questo eccezionale «cambiamento d’epoca», da cinque anni, abbiamo la grazia di trovarci di fronte al messaggio profetico di papa Francesco, che mette al centro di tutto il Vangelo di Gesù, ci esorta ad andare verso i poveri e ci invita a guardare questo nuovo mondo da un angolo visuale diverso, quello delle periferie. Il cuore pulsante di questo messaggio profetico è la conversione pastorale. Che è, al tempo stesso, un richiamo tradizionale e radicale: è «l’esercizio della maternità della Chiesa», di una Chiesa che è incarnata nella storia, che non si ritira nelle astrattezze moralistiche o solidaristiche e che parla i linguaggi della contemporaneità in continuo movimento. Questo messaggio richiede una autentica ricezione di tutta la Chiesa: dei vescovi, dei preti, dei religiosi, delle suore, dei diaconi e dei laici. Qui si gioca la nostra responsabilità. Il Papa chiama ognuno a fare la sua parte. Sa che c’è bisogno di tutti. E chiede di liberarci dal clericalismo, perché ogni persona possa avere pienamente il suo spazio in una Chiesa autenticamente sinodale.

2. QUELLO CHE CI STA A CUORE

La Chiesa italiana, per portare la luce di Cristo in questo mondo nuovo, deve far affidamento su alcune preziose bussole di orientamento. Si tratta di priorità che coniugano una sapienza antica con l’attuale magistero pontificio: lo spirito missionario; la spiritualità dell’unità; e la cultura della carità.

2.1. Lo spirito missionario Siamo chiamati, innanzitutto, ad essere Chiesa al servizio di un’umanità ferita. Che significa, inequivocabilmente, essere Chiesa missionaria. E la prima missione dei cristiani consiste nell’annuncio del Vangelo nella sua stupenda, radicale e rivoluzionaria semplicità. Un annuncio gioioso, come ci ricorda l’Evangelii Gaudium, che punti all’essenziale, «al kerygma» perché «non  c’è  nulla  di  più  solido,  di  più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio» (EG 165). È la visione francescana di un Vangelo sine glossa, quel Vangelo che dobbiamo ad ogni uomo e a ogni donna, senza imporre nulla. È un annuncio d’amore per ogni uomo. Ricordando sempre, come ci ha insegnato don Primo Mazzolari, che «l’Amore non è colui che dà ma Colui che viene» e che può nascere in una stalla e morire sul Calvario «perché mi ama». Molto si fa nelle nostre Chiese, ma questo cammino va accelerato. Crescono nuove generazioni, diverse dalle precedenti. Ha scritto il Santo Padre: «Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (EG 30). È assolutamente necessario un deciso impegno per rivitalizzare le realtà che già esistono al nostro interno, ma che forse hanno smarrito  la  tensione  e  la capacità di animazione sul territorio. Va nella linea di un rilancio della pastorale missionaria anche la prima edizione del Festival nazionale,  che  quest’anno si svolgerà Brescia dal 12 al 15 ottobre. La missione non solo è possibile, ma è il termometro della nostro essere Chiesa. Abbiamo percorso questa strada con decisione e libertà da noi stessi e dal passato? Mi interrogo. L’obiettivo, per la Chiesa italiana, è semplice quanto decisivo: concretizzare «il sogno missionario di arrivare a tutti» (EG 31). Un sogno che ci scuote dalle abitudini e dalla pigrizia e ci appassiona. È il senso della nostra vita, come dice l’apostolo Paolo: «guai a me se non annuncio il Vangelo» (1 Cor 9, 16). Che il «sogno missionario» diventi la nostra passione personale e quella del popolo di Dio. Così,  nel  cuore  di  questo  "cambiamento d’epoca", la Chiesa italiana sta in mezzo al popolo con la semplicità eloquente del Vangelo, senza altra pretesa che darne testimonianza. Il primato dell’annuncio del Vangelo fa tornare semplici. Talvolta fa archiviare progetti, non sbagliati, ma secondari rispetto a tale primato. Il nostro orizzonte diventa più semplice, ma non meno impegnativo: prima il Vangelo!

2.2. La spiritualità dell’unità Uno dei fatti più belli della Chiesa italiana è la multiformità, frutto di storia, radicamenti secolari, coraggiose intraprese, iniziative carismatiche, fedeltà costruttive. In questo tempo di particolarismi e allentamento dei legami ci può essere la tentazione di andare ciascuno per la propria strada. Isolarsi è una  tendenza  che può  entrare  anche all’interno       della Chiesa ma che va allontanata con decisione: un corpo è vivo  solo  se  tutte  le membra cooperano tra    loro.    Nessun membro del corpo può   vivere   da   se stesso.  Mi  auguro che queste affermazioni  siano  accolte per  quello  che  intendono essere: un forte richiamo a un maggiore apprezzamento tra le diverse realtà ecclesiali, in un’autentica gara a stimarsi e valorizzarsi a vicenda (cfr. Rm 12, 10). La ricca complessità della Chiesa, però, non può essere ordinata con una geometria pastorale calata dall’alto. È necessario far maturare, in questo tessuto, una spiritualità dell’unità. Il cuore di questa spiritualità conduce a parlarsi con parresia, «a voce alta e in ogni tempo e luogo» (EG 259), a partire dal Consiglio permanente della Cei fino alla più piccola parrocchia d’Italia. Siamo chiamati a dare vita non ad una Chiesa uniforme, ma ad una Chiesa solidale e unita nella sua complessa pluralità. Si tratta dunque di un’autentica vocazione alla collegialità tra i vescovi e tutto il corpo della Chiesa e al dialogo. Chi dialoga non è un debole ma è, all’opposto, una persona che non ha paura di confrontarsi con l’altro.

2.3. La cultura della carità La cultura della carità è la cultura dell’incontro e della vita, che si contrappone alla cultura della paura, dello scarto e della divisione. Essa è l’incarnazione della parabola del samaritano. «L’antica storia del Samaritano», come disse Paolo VI alla conclusione del Vaticano II, «è stata il paradigma della spiritualità del Concilio». La Chiesa è chiamata a promuovere una cultura che si prefigge «l’inclusione sociale dei poveri» perché essi «hanno un posto privilegiato» nel popolo di Dio (EG 186-216). E proprio perché «non amiamo a parole ma con i fatti» il Papa ha istituito la Giornata mondiale del poveri che si celebrerà per la prima volta il 19 novembre. Di fronte ai poveri la Chiesa italiana prende a modello san Francesco: quando incontra «il cavaliere nobile ma povero» si toglie il mantello per darlo a chi è nel bisogno. Perché i poveri, anche se non fanno notizia, ci lasciano intravedere il volto di Cristo. «Non avrei mai pensato che in terra cristiana, con un Vangelo che incomincia con "Beati i poveri"» diceva don Mazzolari «il parlar bene dei poveri infastidisse tanta gente, che pure è gente di cuore e di elemosina». Parole che sono attualissime perché la povertà, ancora oggi, è uno scandalo da nascondere e da occultare. Andare verso i poveri, invece, è inequivocabilmente una questione che investe la fede e che si riflette nel modo di vivere la Chiesa.  La cultura della carità è anche sinonimo della cultura di una vita, che va difesa sempre: sia che si tratti di salvare l’esistenza di un bambino nel grembo materno o di un malato grave; e sia che si tratti di uomo o una donna venduti da un trafficante di carne umana. Noi abbiamo il compito, non certo per motivi sociologici o morali, di andare verso i poveri  per  una  missione  dichiaratamente evangelica.

3. AMBITI DA NON DISERTARE

In questo contesto che ho sinteticamente illustrato vedo alcuni ambiti su cui la Chiesa italiana è chiamata a fare un serio discernimento: il lavoro; i giovani; la famiglia; le migrazioni.

3.1. Il lavoro La Chiesa guarda al mondo del lavoro non certo per esprimere una rivendicazione  sociale,  ma  per  ribadire  un principio evangelico: il lavoro è sempre al servizio dell’uomo e non il contrario. Anche dal lavoro passa la dignità di una persona. «Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro – ha detto Francesco a Genova recentemente – non capisce più neanche l’Eucaristia». Oggi il lavoro è senza dubbio la priorità più importante per il Paese e la disoccupazione giovanile è la grande emergenza. Nonostante in Italia ci siano piccoli segnali di ripresa per l’economia, non posso non essere preoccupato di fronte agli 8 milioni di poveri descritti dall’Istat, la metà dei quali non ha di cosa vivere. Sono giovani, sono donne, sono coppie e sono cinquantenni che hanno perso il lavoro e che sono stati scartati dal sistema economico. Le parole del Papa a Genova sono di cruciale importanza: «La mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere». Una società a misura d’uomo si giudica dall’attenzione che riserva alla dignità del lavoro, equamente retribuito, accessibile a tutti. Ci sono oggi tante affermazioni gridate, ma forse manca un «pensiero lungo» sul Paese. In questa prospettiva si colloca la prossima Settimana Sociale di Cagliari dal titolo: Il lavoro che vogliamo: "libero, creativo, partecipativo e solidale". Auspico vivamente che questa riflessione, bene impostata nell’Instrumentum laboris, si trasformi presto in una proposta concreta da mettere al centro dell’agenda pubblica del Paese. Infatti, non è sufficiente evocare il problema del lavoro, ma è necessario anche provare a discernere proposte e vie percorribili. Sono almeno tre le strade che, a nostro avviso, vanno percorse e su cui invitiamo le istituzioni a guardare con decisione: il lavoro e il Mezzogiorno d’Italia; il lavoro e la famiglia; il lavoro e i giovani.

3.2. I giovani Sui giovani si gioca la parte più importante della missione della Chiesa. Accanto al lavoro, cioè al pane, i giovani hanno bisogno della Grazia di Dio. Di fronte all’effimera leggerezza con cui ci si riferisce alle giovani generazioni, si staglia  la  preoccupazione sapiente di una Chiesa che è un’autentica madre dei suoi figli. Tornano alla mente le parole di don Milani:  «Su  una  parete della nostra scuola c’è scritto grande I care. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori.  "Me  ne  importa, mi sta a cuore"». Cari confratelli i giovani ci stanno profondamente   a   cuore.   Per questo siamo in cammino verso il prossimo Sinodo dei Vescovi. Anche se oggi viviamo immersi in un mondo in  cui  la  «cultura  del frammento» e un «forte relativismo pratico» allontanano i giovani dalla  fonte  della  vita che è Cristo, questo è senza dubbio un tempo propizio per fermare il vortice quotidiano della società consumistica e per dare una parola autentica di incoraggiamento e un senso a quella straordinaria sete d’infinito che caratterizza i giovani di ogni generazione. I giovani sono «come le rondini», diceva Giorgio La Pira, «sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale che indichi loro la rotta e i porti». I giovani, infatti, non hanno bisogno di qualcuno che gli indichi loro cosa sognare perché sono capaci a farlo da soli. Hanno molto più talento di noi vecchi e molta più capacità di pensare e immaginare un mondo nuovo.  Quando si parla ai giovani bisogna parlare con parole di verità. Senza ripetere ad oltranza una serie di frasi mielose e senza sostanza. Sui giovani, infatti, c’è una drammatica e stucchevole retorica, che purtroppo non viene sempre supportata dai fatti. Dovremmo impegnarci su questo. C’è molto lavoro da fare.

3.3. La famiglia La Chiesa italiana, pur tra molte difficoltà, è una Chiesa di popolo. E questo popolo è senza dubbio costituito da milioni di famiglie, che costituiscono la cellula basilare della società italiana. Il contesto attuale caratterizzato da un crescente aumento di convivenze, separazioni e divorzi, nonché da un tasso di natalità che continua a diminuire drammaticamente ci impone di guardare alla famiglia in modo concreto, senza cercare alcuna scorciatoia, scorgendo nelle fragilità della famiglia non solo i limiti dell’uomo, ma soprattutto il luogo della Grazia. Sono almeno tre le sfide che la famiglia deve affrontare nel mondo contemporaneo. E queste sono altrettante sfide anche per la Chiesa italiana. La prima è di tipo esistenziale e risiede nelle difficoltà di formare ed essere  una  famiglia.  Spesso  vedo  molte coppie indugiare, dubbiose e incredule che sia possibile dar vita ad una relazione «per sempre». Infatti, le donne e gli uomini di oggi sono cresciuti in un clima dove tutto perfino le relazioni umane viene consumato in modalità «usa e getta». La seconda sfida è di tipo sociale e consiste nel riuscire a rendere più a misura di famiglia la nostra società, sempre più complessa e logorante. Questa faticosa civiltà urbana, come aveva già intuito Paolo VI, produce una serie di ostacoli oggettivi alla vita familiare: la precarizzazione del lavoro, ad esempio, ferisce l’anima dei coniugi e impedisce di formare una base minima di stabilità; i ritmi ossessivi producono una sorta di nevrosi sociale impedendo di avere del tempo da dedicare al coniuge e ai figli; la mobilità sociale rompe le tradizionali reti generazionali di mutua assistenza tra nonni e figli; e infine, la donna, sempre più spesso racchiusa tra una maternità desiderata e un lavoro necessario, rischia di non comprendere più qual è il suo ruolo all’interno della famiglia e della società. La terza sfida ci introduce, infine, in uno dei più grandi temi di discussione degli ultimi decenni e si riferisce alla questione antropologica e alla difesa e alla valorizzazione della famiglia tra uomo e donna, aperta ai figli. Una sfida culturale e spirituale di grandissima portata. Per  questo  motivo  noi  abbiamo  di fronte due strade: innanzitutto, quella pastorale in cui dobbiamo impegnarci nelle diocesi, nelle parrocchie e negli uffici pastorali per recepire con autenticità lo spirito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia; in secondo luogo, quella sociale in cui chiediamo con forza alle Istituzioni a partire dalla prossima Conferenza Nazionale per la famiglia di elaborare politiche innovative e concrete, che riconoscano, soprattutto, il «fattore famiglia» nel sistema fiscale italiano. Una misura giusta e urgente, non più rinviabile, per tutte le famiglie, in particolare quelle numerose. Una misura di cui avvertiamo  l’assoluta  importanza  non  solo perché avrebbe dei benefici sui redditi familiari ma perché potrebbe avere degli effetti positivi su un tema cruciale per il futuro della nazione: quello della natalità.

3.4. Le migrazioni Accogliere, proteggere, promuovere e integrare: sono questi i 4 verbi che papa Francesco ha donato alla Chiesa per affrontare la grande sfida delle migrazioni internazionali. Una sfida complessa, in parte inesplorata ma dal significato antico. Bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe sorgere da un dibattito pubblico particolarmente aspro su questi temi: la Chiesa cattolica si è sempre occupata dell’ospitalità del forestiero e del migrante. E lo ha fatto non certo per un’idea politica o sociale, ma per amore di ogni persona. È il cuore della nostra fede: di un Dio che si è fatto uomo. L’ospitalità è, da tradizione, un’opera di misericordia e, come ci insegna Abramo, una delle più alte forme di carità e di testimonianza della fede. Attraverso l’ospite noi scegliamo di accogliere o respingere Cristo nella nostra vita (Mt 25, 35.43). Il richiamo alla difesa della dignità inviolabile del migrante, inoltre, è un insegnamento presente in molti documenti della Santa Sede e che si è fatto carne nell’opera di alcuni grandi apostoli del passato, tra i quali molti italiani: Francesca Cabrini, Geremia Bonomelli, Giovanni Battista Scalabrini. Oggi questa sfida antica si ripropone con tratti nuovi. E lo sguardo profetico di papa Francesco ha il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla «globalizzazione dell’indifferenza» e di averli messi al centro della nostra attività pastorale. Promuovere una pastorale per i migranti significa, prima di tutto, difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la «tratta» degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità. Il primato dell’apertura del cuore al migrante ci fa guardare oltre le frontiere italiane. Ci invita a intensificare la cooperazione e l’aiuto allo sviluppo al Sud del mondo, per far risorgere tra i giovani la speranza di un futuro degno nella propria patria. È una linea su cui si muove da tempo la Cei, sostenendo numerosi progetti di sviluppo e, recentemente, con la campagna Liberi di partire, liberi di restare. Si tratta di un progetto innovativo perché affronta il tema del diritto delle persone a restare nel proprio Paese senza essere costrette a scappare a causa della guerra o della fame. Accogliere è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche  «prudenza,  integrazione  e  vicinanza umanitaria». Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano. Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una «cultura della paura» e il  riemergere  drammatico  della  xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo. Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione  alla  vita  pubblica  di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé.

4. L’ITALIA

Cari confratelli, tra queste priorità irrinunciabili per il Paese che ho appena tratteggiato c’è un unico filo comune: l’Italia. A noi interessa che l’Italia diventi un Paese migliore. Bisogna perciò avere la forza, il coraggio e le idee per rimettere a tema l’Italia nella sua interezza: con la sua storia, il suo carattere, la sua vocazione. L’Italia è un Paese bellissimo, straordinariamente ricco di umanità e paesaggi, ma estremamente fragile: sia nel territorio che nei rapporti socio-politici. Ai cattolici dico che la politica, come scriveva La Pira, «non è una cosa brutta», ma una missione: è «un impegno di umanità e santità». La politica come affermava Paolo VI, è una delle più alte forme di carità. Papa Francesco ha più volte auspicato la necessità dei cattolici in politica. Ma come? Non spetta a me dirlo. Quello che mi preme sottolineare è che il cuore della questione non riguarda le formule organizzative. Il vero problema è come portare in politica, in modo autentico, la cultura del bene comune. Non basta fare proclami. La proclamazione di un valore non ci mette con la coscienza a posto. Bisogna promuovere processi concreti nella realtà. Non è auspicabile che, nonostante le diverse sensibilità, i cattolici si dividano in «cattolici della morale» e in «cattolici del sociale». Né si può prendersi cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici.  I cattolici hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla. Occorre difendere e valorizzare il sistema-Paese con carità e responsabilità. Perché il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità.  Cari confratelli, lo Spirito Santo ci sostenga nel nostro servizio alla Chiesa e alimenti la nostra comunione; la preghiera comune e fiduciosa di tutti noi ottenga dalla Misericordia del Signore una crescita di tutti nella carità e nell’amore per il Vangelo!

Gualtiero cardinale Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, presidente della Conferenza episcopale italiana

Avvenire 26 Settembre 2017

Italiani alla ricerca di futuro - Altri 125mila vanno all’estero 

Sbaglia chi, nei dibattiti sull’immigrazione, ricorda agli smemorati che l’Italia era un paese di emigranti. Sbaglia. Perché l’Italia è ancora un paese di emigranti: gli italiani residenti all’estero oggi sono più o meno quanti gli immigrati stranieri in Italia. Al 1° gennaio 2017, infatti, i nostri connazionali residenti oltreconfine e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) sono 4 milioni 973 mila 942. Pari all’8,2% della popolazione nazionale che è di 60,5 milioni. Certo, l’emigrazione italiana non è quella dei braccianti calabresi o friulani del secolo scorso. Ma accanto alla fuga di cervelli ci sono comunque tanti italiani che espatriano per cercare un lavoro migliore. O un lavoro e basta. Non di rado con la famiglia. E la tendenza è in crescita: in dieci anni, dal 2006 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60,1%, passando da più di 3 milioni a quasi 5. E solo nel 2016 ben 124.076 persone sono espatriate, +15,4% rispetto all’anno precedente. È il quadro che emerge dalla XII edizione del Rapporto Italiani nel Mondo della fondazione Migrantes, che raccoglie le analisi statistiche delle fonti ufficiali più accreditate, nazionali ed internazionali, sulla mobilità dall’Italia. Alla presentazione, dopo il video di Tv2000 illustrato dal direttore Paolo Ruffini, gli interventi del direttore di Migrantes don Giovanni De Robertis, del presidente monsignor Guerino Di Tora, di Andrea Riccardi presidente della società Dante Alighieri, del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola e del segretario della Cei Nunzio Galantino. Nel corposo dossier di 510 pagine, presentato dalla curatrice Delfina Licata, si scopre dunque che S nell’ultimo anno gli italiani hanno scelto soprattutto Gran Bretagna (24.771 iscritti all’Aire), poi Germania (19.178), Svizzera (11.759), Francia (11.108), Brasile (6.829) e Stati Uniti (5.939). A livello continentale, oltre la metà degli italiani emigrati (2 milioni 684.325) risiede in Europa (54%), soprattutto nell’Ue a 15 (1 milione 984.461, il 39,9%) mentre 2 milioni 10.984 vivono in America (40,4%) soprattutto centro-meridionale (32,5%). A seguire l’Oceania (147.930 residenti, il 3%), e a pari merito Africa (65.696, l’1,3%) e Asia (65.003, l’1,3%). La la classifica dei Paesi con le comunità più numerose vede in testa Argentina (804.260), Germania (723.846) e Svizzera (606.578), mentre è il Regno Unito a distinguersi per la variazione più consistente: +27.602 iscrizioni nell’ultimo anno.  Da dove partono? Non più solo dal Sud: la prima regione è la Lombardia, poi Veneto, Sicilia, Lazio, Piemonte. Quali italiani partono? Il 62,4% non è sposato, il 31,4% sì. Molti i giovani: oltre il 39% nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (oltre 9mila in più rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%). Da notare che le partenze spiega Migrantes non sono individuali ma di "famiglia": o coi figli minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia coi genitori, ormai oltre i 65 anni. Preoccupa quel 9,7% di tra i 50 e i 64 anni, i tanti «disoccupati senza speranza». Per Migrantes la mobilità è «una risorsa» perché «permette il confronto con realtà diverse e, se ben indirizzata, è un’opportunità di crescita e arricchimento». Il problema è che «nella recessione economica e culturale, la migrazione per gli italiani è di nuovo una valvola di sfogo» e la mobilità diventa «unidirezionale». Più che impedire le partenze, la sfida è  «trasformare l’unidirezionalità in circolarità in modo da non interrompere un percorso di apprendimento e formazione continua».

di LUCA LIVERANI

 

Galantino: «Anch’io emigrai in Svizzera»

Fuga di cervelli, ma anche di braccia, schiene, sudore. L’emigrazione italiana di questi anni è fatta di eccellenze in cerca di adeguate opportunità. E allo stesso tempo di sfruttamento, antico e sempre odioso. Don Giovanni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes, alla presentazione del XII Rapporto sugli Italiani all’estero sottolinea che «tra i nostri connazionali che espatriano non ci sono soltanto i cosiddetti cervelli: molti hanno una bassa scolarizzazione e, arrivati nel paese di destinazione, vengono sfruttati al limite dell’umano. Ho appreso che in Inghilterra, a Londra, ogni mese un italiano si suicida. A volte vengono sfruttati da nostri connazionali» e «si devono accontentare di lavori spesso mal retribuiti». Monsignor Nunzio Galantino è uno che l’emigrazione l’ha conosciuta. In prima persona: «La mia esperienza di migrazione non è stata così lunga – racconta il segretario della Cei – ma sicuramente è stata positiva. Mi ha segnato molto: nei primi giorni in Svizzera ho vissuto addirittura nelle baracche insieme ad altri italiani. Ero lì a fare il macellaio, avevo bisogno di pagarmi il seminario e potermi sostenere gli studi. Per fare questo l’unica possibilità era utilizzare le vacanze per lavorare e guadagnare il necessario per il sostentamento». Il segretario della Cei si augura che «questo studio possa continuare a gettare luce sulla mobilità umana tout court. Perché a parlare di migrazioni si viene subito travolti da una cultura fatta di slogan». Usati da chi pretende di distinguere tra "emigranti italiani buoni" e "immigrati stranieri cattivi": «Fatico a distinguere la mobilità italiana da quella di chi arriva da noi». E aggiunge: «Tra le persone che arrivano nel nostro Paese, non tutti sono senza arte né parte. Ho incontrato tante persone laureate con un bagaglio culturale e lavorativo molto forte che per diversi motivi hanno dovuto lasciare il proprio Paese per la guerra, per le condizioni climatiche avverse. Alcuni – spiega – anche per sperimentare modelli nuovi di cultura. Bisogna uscire da certi schemi nei quali siamo stati costretti da slogan pro e contro l’immigrazione». Il segretario Cei sottolinea poi che esiste anche «la mobilità legata al desiderio di fare esperienze nuove, incontrare altra gente e progettare in maniera non tradizionale». Monsignor Guerino Di Tora, che è presidente oltre che della Fondazione Migrantes anche della Commissione Cei per le migrazioni, da parte sua sottolinea che «la libertà di partire non deve negare la libertà di tornare o di restare nella propria patria». Di Tora riflette sul 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno, fatto di giovani tra i 18 e i 34 anni: «Occorre che gli studi arrivino sulle scrivanie dei decisori politici. Fondamentale è il passaggio dallo studio alle misure concrete». Un pensiero anche ai missionari che accolgono i migranti e alle 160 cappellanie in tutto il mondo, punto di riferimento e di sicurezza per i nostri connazionali». Andrea Riccardi, noto come fondatore della Comunità di Sant’Egidio, interviene alla presentazione in veste di presidente della società Dante Alighieri. E racconta di come l’Italia, a differenza di altri Paesi, colpevolmente non promuova il valore culturale ma anche economico della lingua italiana: se Francia e Gran Bretagna finanziano i rispettivi istituti culturali con cifre tra i 700 e i 600 milioni l’anno, l’Italia fino a un paio d’anni fa non spendeva più di mezzo milione.

Luca Liverani   

 

 

Storia.

Vincenzo, da geometra a cuoco  In Borgogna ha appreso i segreti degli chef

Persino nella Borgogna viticola e gastronomica appena filmata dal cineasta transalpino Cédric Klapisch, la cucina italiana è «apprezzata tantissimo, anzi davvero amata», racconta Vincenzo, 29 anni, che ha integrato nel 2015 il personale per metà italiano di uno dei ristoranti giovanili più in voga di Digione, The Little Italy Shop, nel quartiere storico medievale dove oggi si concentrano pure   antiquari,   botteghe   artigianali, gioiellieri.      Non avendo potuto spendere il diploma di geometra nella Sicilia natale, Vincenzo è giunto in Borgogna inizialmente per la stagione estiva, beneficiando presto della solidarietà fra connazionali: «Nel secondo ristorante italiano in cui ho lavorato, nella cittadina di Beaune, ho incontrato due chef bravi e competenti che mi hanno trasmesso i segreti della cucina. Sono diventato cuoco in quel ristoP rante, prima di giungere a Digione, che apprezzo molto per la cultura e la qualità della vita». Deciso a diventare "polivalente" nella ristorazione, fra cucina e sala, Vincenzo ha alle spalle pure un’esperienza di un anno a Vienna durante la quale ha appreso l’arte della pizza.  Tanto in Austria quanto in Borgogna, è stato  sempre  galvanizzato  dal  gradimento della cucina e della gastronomia italiane: «Qui a Digione, i nostri clienti apprezzano molto la qualità eccellente dei prodotti che giungono direttamente dall’Italia. Si tratta spesso di clienti con in mente dei viaggi in Italia, trascorsi o in vista. Talvolta, quando sentono il mio accento, mi dicono che li faccio sognare. Gradiscono molto il personale e l’atmosfera italiani».

Daniele Zappalà    

FONTE: AVVENIRE

 

 

Storia

La via della Germania, dopo 40 anni la storia si ripete.

Ma oggi ci sono più difficoltà Continuano  ad  arrivare. Sono giovani ma anche intere famiglie. Lasciano l’Italia e  arrivano  a  Berlino,  a  Francoforte e ad Amburgo. «I giovani se la cavano bene – racconta don Padre Tobia Bassanelli, da 40anni nel Paese tedesco – parlano inglese e hanno studiato. Trovano lavoro e casa facilmente. Per le famiglie il sogno di trovare un lavoro e una vita  dignitosa,  dopo  aver  lasciato alle spalle il proprio Paese, è più complicato». La storia si ripete, come cinquant’anni fa la Germania è una delle mete più ambite per i nostri connazionali. Sono oltre 700mila gli  italiani  attualmente  residenti. Sono soprattutto i parenti e gli amici di chi ha percorso lo stesso viaggio decenni fa e ora può contare su una situazione stabile. Come il fotografo napoletano, un libero professionista che l’anno scorso, senza ormai più un lavoro ha  preso  baracca  e  burattini (nel vero senso della parola) e si  è  trasferito  vicino  a  Francoforte da parenti. «Si è portato tutti i macchinari da Napoli – racconta il parroco missionario – ha preso un negozio in affitto e si è stabilito da parenti, con moglie e due figlie adolescenti. A lui è andata bene. Il business è decollato ed ora è stabilmente qui. Fa il fotografo per matrimoni, battesimi e cresime».  Sono  in  diversi,  però, prosegue don Bassanelli, ad incontrare difficoltà e ad essere costretti  a  ritornare  indietro. «Molti adulti arrivano qui che non parlano neanche l’inglese. Arrivano con pochi soldi, perché in Italia hanno perso tutto e  quel  poco  che  è  rimasto l’hanno  investito  per  fare  il grande salto in Germania. I parenti li ospitano per un po’ ma poi la convivenza diventa difficile. Gli affitti sono alti e se non trovi subito un lavoro (molti italiani lo fanno in nero per sopravvivere e per non ritornare indietro) non ti resta altro che tornare sui tuoi passi. Purtroppo negli ultimi tempi abbiamo dovuto pagare il biglietto di ritorno ad alcuni italiani perché non avevano più nulla».  (D.Fas.)

 

 

LA DOCENTE Cristaldi (Sapienza): «Ai miei studenti chiedo di approfondire le migrazioni»

 

Non solo uno strumento di documentazione di carattere sociale. Il Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes suscita l’interesse anche del mondo accademico. Ne è convinta Flavia Cristaldi, ordinaria di geografia all’Università "La Sapienza" di Roma, che infatti ieri ha mandato i suoi studenti a seguire la presentazione del volume in cui sono raccolti tutti i dati. «La geografia è una materia viva, che parla anche delle persone oltre che dei luoghi. E dato che mi occupo di geografia delle migrazioni, questo è un tema legato alla ricerca e alla didattica. Dunque per me è normale portare gli studenti a sentire la presentazione». Per la geografia, infatti, la questione delle migrazioni «è fondamentale», prosegue la docente. «Sempre nel corso della storia le migrazioni hanno trasformato i paesaggi e i territori. E la scienza geografica se ne occupa da più di 100 anni. Pensi che il primo congresso italiano del 1892 aveva proprio questo tra i suoi temi fondamentali. Oggi poi lo studio delle migrazioni assume un’importanza ancora più forte». La professoressa Cristaldi ricorda ad esempio le «trasformazioni del paesaggio urbano nelle nostre città: i negozi aperti dagli immigrati, con le insegne plurilingue, gli arredi urbani, come abitano i quartieri, come si spostano». In ambito rurale, poi, non è possibile ignorare l’introduzione di colture dai Paesi di origine, che attecchiscono anche da noi a causa del cambiamento climatico». Ultimamente, poi, fa notare Cristaldi, «capita anche che questi prodotti agricoli "nuovi", coltivati in Italia, vengono esportati verso la Francia e gli altri Paesi dove vivono i loro connazionali». Studiare la geografia in questa maniera, cioè dalla parte delle persone, conclude la professoressa, «può aiutare l’integrazione sociale». «Nel momento in cui conosciamo chi ci sta accanto, capiamo se merita la nostra fiducia o meno. Se ci badiamo sul pregiudizio, no».

Mimmo Muolo