LAVORO

Che significa lavoro on demand

di Ivana Pais

Se ne discute da mesi sui blog, nei social network, anche in convegni (l’ultimo, Sharitaly, alla Camera dei Deputati) ma mancava l’autorità dell’Economist a battezzare il fenomeno. Ora con l’efficacia dell’ultima copertina sui “lavoratori alla spina”, il dibattito sull’economia on-demand può dirsi aperto.

Sono passati quasi due anni dal numero del marzo 2013 sulla sharing economy che parlava dei vantaggi economici, sociali e ambientali del consumo collaborativo. Nel frattempo abbiamo imparato a distinguere l’economia collaborativa dall’innovazione tecnologica di tradizionali logiche di mercato, le reti peer-to-peer da piattaforme di incontro domanda-offerta, l’innovazione sociale da quella economica.

L’Economist parla di un continuum tra sharing economy e on-demand economy e si interroga sulle ricadute di questi modelli organizzativi sul mondo del lavoro. La on-demand economy spinge ai limiti il lavoro freelance (che oggi interessa un lavoratore americano su tre).

L’organizzazione del lavoro sfrutta i vantaggi delle nuove tecnologie per far incontrare domanda e offerta di lavoro in tempo reale, con vantaggi per il committente – che non deve aspettare i tempi delle agenzie per il lavoro – e per il lavoratore, che può rendersi disponibile anche per poche ore. Una flessibilità apprezzata da studenti-lavoratori, persone con impegni familiari e ‘moonlighter’ (con un secondo lavoro), che non hanno bisogno di stabilità.

L’articolo si chiude con un riferimento esplicito all’Italia (insieme a Spagna e Francia): l’autore si chiede se la diffusione del lavoro on-demand possa aumentare le possibilità di lavoro per i giovani disoccupati.

Per valutare questa ipotesi bisogna distinguere due segmenti del lavoro on-demand: digitale e face-to-face. Per quanto riguarda il primo, l’Italia è oggi in 19esima posizione per numero di freelance registrati su Elance (sono 21mila, in larga parte creativi e IT) e in 21esima posizione per guadagni complessivi (3,7 milioni di dollari, pari in media a 22 dollari l’ora). E’ un mercato che si gioca sulla reputazione, più che sul costo del lavoro.

Nell’ambito del lavoro face-to-face in Italia non hanno ancora preso piede le piattaforme diffuse a livello internazionale (come Taskrabbit). In un recente post Luca De Biase richiama la necessità di creare piattaforme, più che usarle. Un’esigenza ancora più forte quando si tratta di creare sistemi per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro a livello locale. La mappatura di Collaboriamo registra solo 13 piattaforme in Italia e, come abbiamo già visto, stanno incontrando molte difficoltà.

I numeri complessivamente sono ancora esigui per immaginare che da queste piattaforme possa passare la soluzione ai problemi della disoccupazione giovanile, ma se si vuole guardare al futuro del lavoro forse conviene partire da qui.

Twitter: @ivanapais

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