LAVORO

Nuvola/Libri: Nostalgie e rimpianti per un lavoro che manca

di Silvia Zanella

“Lavorare manca” non è un romanzo. Ma non è neanche un saggio, un’autobiografia, un manuale o un testo poetico. Eppure: emoziona, parla di storia recente, rimanda alla vita dell’autore, fornisce consigli concreti e ha una sua dimensione lirica.

Quella di Diego Marani è un’opera fatta di contraddizioni e ambiguità, a partire dal titolo: il rapporto con il lavoro è di amore e di odio al contempo, un senso di nostalgia e di rimpianto verso un passato che non ritornerà e una percezione netta di vuoto rispetto a un presente che non offre opportunità.

Tutto ha inizio nella metà degli anni Sessanta: siamo nella provincia ferrarese, alle elementari, e ai bambini viene insegnata una poesia di Gianni Rodari sugli odori dei mestieri, dal droghiere che sa di noce moscata al contadino che sa di terra. Ma “il lavoro non è mai come ce lo spiegano a scuola” e ben presto uno dei bambini deve rinunciare alle scorribande con i compagni per aiutare il padre in officina.

Ancora pochi anni e lo seguiranno altri ragazzini, tolti dalle aule per andare a imparare il mestiere come apprendisti. “Era il primo effetto del lavoro: fa invecchiare” rileva ben presto il protagonista e non passa molto tempo che lui stesso si cerchi un’occupazione per pagarsi gli studi.

Potrebbe raccogliere fragole, o magari fare l’operaio nello zuccherificio che dà lavoro agli adulti di tutta la zona. Scopre così che per svolgere anche le mansioni più umili è inutile rivolgersi all’ufficio di collocamento: bisogna chiedere ai signori che ogni pomeriggio, appeso il cappello, giocano a carte nel bar del paese. “Il lavoro è una grande mistificazione: passiamo la gioventù a cercarlo e il resto della vita a cercare di liberarcene”.

Nuvola/Libri: Nostalgie e rimpianti per un lavoro che manca

Superata la maturità, grazie a un annuncio sul Times si trasferisce come aiuto cuoco nell’Inghilterra della Thatcher. Periodo complicato, dove si comincia a intravedere che il lavoro così come lo si era sempre inteso non sarebbe più esistito: un’ennesima bordata alla filastrocca di Rodari.

Non è solo lo sciopero dei minatori nel Regno Unito; a metà degli anni Ottanta è lo stesso zuccherificio a chiudere e poco possono farci pure i signori col cappello: gli uomini sono costretti a emigrare. “Sempre di più il lavoro si rivelava una cosa misteriosa, sempre più capivo che nulla poteva fondarsi su una cosa tanto volatile”. Il lavoro di rado si fa autorealizzazione, più frequentemente si avverano le parole di Montale:

“Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo”.

L’autore è sempre in bilico sul filo della contraddizione e qui sta la malia del libro, che si riassume in poche righe: “Non avere obiettivi, non mirare a nulla, non servire a nulla resta la più grande libertà dell’uomo. Eppure senza lavoro non esistiamo”.

twitter@silviazanella_

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