LAVORO

Perché in Italia le agenzie private del lavoro restano un’eresia?

  di Dario Di Vico

In Italia c’è più di qualche remora a parlare delle agenzie private del lavoro (Apl). Sono presenti su tutto il territorio, i loro uffici e le loro insegne sono visibilissimi perché restano sul piano strada, ce ne sono di straniere e di italiane, di grandi e di piccole. I disoccupati in cerca di lavoro hanno imparato via via a utilizzarle con buoni risultati.

Ma – e il ma è grande come una casa – rimangono per il mondo politico – così come per i media – inspiegabilmente sotto traccia. Degli oggetti  misteriosi. Se ne parla il meno possibile, tutt’al più le si accetta quasi fossero un “male necessario”. Come sempre se la situazione è questa qualche errore l’avranno fatto sicuramente anche loro, non avranno saputo raccontarsi però il motivo primo di questa curiosa conventio ad obscurandum è di tipo ideologico.

Alla fin fine da noi non si accetta che il lavoro possa venir intermediato da operatori privati. Siamo come rimasti fermi nel tempo e sotto sotto pensiamo che solo lo Stato possa avviare in fabbrica o in ufficio una persona in cerca di occupazione. Non è così e lo sostengo non in virtù di un pregiudizio favorevole al privato bensì in base alla mera constatazione dei fatti. Tutto l’armamentario pubblico che va dalla formazione gestita dalle Regioni fino ai centri per l’impiego non è costruito per produrre moderne e attive politiche del lavoro ma tutt’al più per gestire burocraticamente i dati. Ripeto: i dati e non le persone.

Non c’è da stupirsi quindi se una minima parte delle assunzioni di questi anni sia passata attraverso la complessa macchina statale, è solo la conseguenza più lineare del suo Dna. Le Apl, invece, hanno introdotto grandi novità in questo mare morto, hanno messo in campo una cultura dinamica del lavoro e dell’occupabilità di cui c’era bisogno. In epoca di recessione non ce ne siamo accorti a sufficienza, è pensabile che in uno scenario di ripresa queste innovazioni possano dimostrare nei fatti il loro coefficiente di innovazione. E la loro efficacia.

La prima discontinuità consiste nel rapporto con il disoccupato-persona che da quando entra per la prima volta in agenzia a quando viene immesso nella pipeline del lavoro accresce il suo valore. Costruisce tassello dopo tassello il percorso della sua occupabilità e crea una propria identità lavorativa, anche se solo in fieri. Tutto ciò purtroppo in un centro per l’impiego non avviene e non avverrà mai, siamo lontani anni luce dall’adottare quest’approccio.

C’è poi un secondo aspetto che non è considerato a sufficienza. Le Apl non operano solo sulla domanda di lavoro “sgrezzandola” ma si rivolgono anche all’offerta per metterla in grado di convergere sul medesimo obiettivo. Bussano dalle aziende prima ancora che esse abbiano deciso davvero assumere e le aiutano a individuare e poi a programmare il fabbisogni di nuovi addetti.

In questo modo le agenzie diventano consulenti a tutto tondo delle imprese, le aiutano a individuare le professionalità che servono e a queste “schede” sono in grado di abbinare un volto, una persona. Non sempre andrà come ho descritto ma il modello è questo ed è sicuramente qualcosa di cui, se tifiamo per le soluzioni e non per i problemi, non possiamo fare a meno.

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