LAVORO

Visti dagli Usa – Il ponte mancante tra istruzione e lavoro

Visti dagli Usa – Il ponte mancante tra istruzione e lavoro di Carmine Soprano*

WASHINGTON – Il lavoro di questi tempi non abbonda, dalle nostre parti e non solo. Ma se chi lo cerca non ha le skills giuste, e chi lo ha formato non s’intende -o peggio non comunica- con chi dovrebbe assumerlo, diventa davvero difficile.

Un recente studio di McKinsey (disponibile qui), condotto su giovani, aziende, università e centri di formazione di nove paesi lo conferma: tra gli intervistati, un terzo dei datori di lavoro non ha contatti con il mondo dell’istruzione, e oltre un terzo dei rappresentanti di quest’ultimo ignora il tasso di inserimento dei propri diplomati e laureati. Questi non se la passano meglio: meno della metà, al momento dell’iscrizione, conosceva le prospettive occupazionali e lo stipendio medio dei diplomati/laureati del proprio corso. E se l’indagine non include l’Italia (figurano però USA, Gran Bretagna e Germania), il Belpaese non é esente dal fenomeno.

Nel 2012, secondo l’Istat, i laureati disoccupati under-35 erano circa 200,000 (+28% rispetto al 2011, +43% rispetto al 2008) – effetto crisi, ma anche segno che le loro competenze non sono sempre quelle richieste dal mercato. Istruzione e lavoro sembrano mondi paralleli: tra le aziende consultate da McKinsey, solo un terzo riesce a reclutare senza difficoltà i talenti che cerca.

Sono quelle che hanno costruito un legame solido con atenei e centri di formazione, e scelgono di investirvi le proprie risorse. Secondo questo modello, le aziende partecipano alla definizione dei piani di studio e inviano i propri manager a tenere corsi nelle facoltà.

Atenei e simili, d’altro canto, mandano gli studenti a fare formazione (obbligatoria) in azienda, e strappano promesse d’assunzione ai datori di lavoro che decidono di accoglierli. I casi di successo sono numerosi. Negli USA, AMTEC è una collaborazione tra college e case automobilistiche: i tecnici di queste ultime hanno descritto le proprie mansioni e competenze, e su di esse si è costruito un piano di studio ad- hoc. Per le aziende di automobili, spesso già membre del consorzio, i curricula dei diplomati AMTEC sono una garanzia.

Con lo stesso criterio funziona in Brasile la Prominp, alleanza tra Governo, aziende, sindacati e associazioni di produttori del settore energetico. Ha tre obiettivi: 1) stimare, con piani quinquennali, di quanto personale, con quali competenze, quando e in che zona del paese il settore avrà bisogno; 2) definire i piani di studio, in collaborazione con rinomate università; e 3) promuovere e finanziare formazione in azienda per gli studenti.

L’inserimento nel mondo del lavoro diventa così un percorso condiviso, nel quale università e aziende coltivano insieme talenti. Diplomati e  laureati non sono più disoccupati da sistemare o cervelli da lasciar fuggire – ritornano ad essere risorse su cui investire. Nella stessa ottica si collocano due università americane, il MIT e Harvard, da sempre rivali per il titolo di miglior ateneo del pianeta.

Qui le aziende, pagando ed eventualmente stipulando partnerships, possono tenere presentazioni in aula, partecipare ai career days, fare colloqui in- campus ai laureandi, o assumerli per una consulenza prima della laurea. Per gli studenti ci sono invece career coaching, eventi di networking, contatti con gli alunni (i laureati degli anni precedenti) e un enorme database con eccellenti offerte di lavoro.

Piani di studio condivisi, skills giuste e cultura dei talenti: questi dunque i pilasti del necessario ponte tra istruzione e lavoro – due mondi paralleli che dovrebbero cominciare a parlarsi seriamente. Coi tempi che corrono, il nostro Paese ne avrebbe davvero bisogno. 

* Consulente presso la Banca Mondiale

twitter@carminesoprano

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