Loading…

PROFILO

E il lavoro...

LINKEDIN

ASCOLTA

Storie da ascoltare.

AUDIOLIBRI

SOCIAL

Social asociali.

TWITTER

Tempo

Dominio e sottomissione

TEMPO

JOB

JOB... E NOTIZIE

JOB

CONDIVISIONE

Fa rima con diffusione.

THE BLOG

LETTURE

Ebook consigliati, commentati.

EBOOK

Sciasciana

I professionisti secondo Sciascia

MEMORIA

Pasoliniana

Pasolini e jeans.

SLOGAN
  • 0
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8

LIBRI

La fisica quantistica è qui.

La fisica quantistica è qui.

Una battuta di spirito, così diffusa tra gli scienziati da essere attribuita di volta in volta a fisici come Niels Bohr (1885-1962) o Richard Feynman (1918-1988) e molti altri, può essere utile come premessa: «Se credi di aver capito la meccanica quantistica, allora non hai capito la meccanica quantistica». Significa che anche gli specialisti ammettono una difficoltà intrinseca: anche se il modello quantistico è base della scienza contemporanea, utilizzato nelle tecnologie più avanzate, resta un luogo di fenomeni per noi controintuitivi, cioè che fanno a pugni con la realtà di tutti i giorni. Lo illustra il fisico Terry Rudolph nell’introduzione del suo saggio Quanti, appena uscito per Adelphi: «Questo libro si occupa di alcuni fenomeni fisici profondamente misteriosi; di come, pur senza averli davvero capiti, intendiamo impiegarli nella realizzazione di nuove meravigliose tecnologie».

Nata nel Novecento (il termine «quanto» è del Nobel per la fisica Max Planck, 1858-1947) per descrivere il comportamento a livello atomico di materia e particelle, la fisica quantistica presenta elementi per noi strani, come il dualismo onda-particella, cioè la natura duplice (onda e particella) di quel che ci circonda se visto a scale piccolissime. Come se una pallina fosse bianca e contemporaneamente nera, così come un fotone (che è un «quanto», cioè «la quantità indivisibile più piccola», del campo elettromagnetico; ma si può trattare di elettroni o altro) può comportarsi come un’onda e come una particella. Questa «sovrapposizione di stati» di per sé già strana, ha un comportamento ancora più strano proprio se cerchiamo di capirla: la «sovrapposizione» finisce quando la guardiamo (si chiama «collasso della funzione d’onda»): senza entrare nel merito, se facciamo un esperimento per osservare la pallina (teorica) e sorprenderla nella sua dualità, vedremo solo una pallina bianca oppure una pallina nera.

La questione ritorna nel «paradosso del gatto» del fisico Erwin Schrödinger (1887-1961), premio Nobel per la fisica nel 1933: un gatto del tutto immaginario viene chiuso in una scatola insieme a qualche atomo radioattivo e a una fiala di veleno ben chiusa; Schrödinger immagina che la scatola sia preparata in modo che se un atomo radioattivo decade, la fiala si spezzi e uccida il gatto, mentre se non decade il gatto resti vivo. Il paradosso è che il gatto, a un certo punto dell’esperimento, dovrebbe essere considerato insieme vivo e morto, con il 50 per cento di probabilità per ciascuna condizione, finché non apriamo la scatola e guardiamo. Ciò che è paradossale per una creatura vivente (non si può essere insieme vivi e morti), o per la realtà macroscopica, non lo è per una particella.

Nel suo libro, Terry Rudolph, che è il nipote di Schrödinger («ma l’ho saputo da adulto, ed ero già un fisico quantistico; non l’ho mai conosciuto») evita di disturbare troppo i gatti e propone un metodo di comprensione del mondo quantistico più adatto a chi non ha formazione matematica. Anzi, per una parte del libro il fisico evita di usare termini scientifici, come spiega lui stesso a «la Lettura»: «Consideriamo per esempio l’arte — dice Rudolph —. C’è qualcuno che preferirebbe leggere il commento di uno specialista per conoscere un dipinto, piuttosto che vedere il quadro? Tutti preferirebbero vederlo da sé (certo, con una guida esperta che li aiuti). Ora consideriamo la scienza: molti pensano che non ci sia modo di capire davvero i dettagli tecnici, così leggono libri di divulgazione che evitano la matematica: gli autori sono costretti a usare solo le parole per descrivere ciò che accade, e il lettore non riesce mai a provare l’emozione intellettuale di comprendere appieno qualcosa di nuovo sul mondo. Nel caso della teoria quantistica, ciò priva il lettore di ogni intuizione genuina, e porta a confonderci sulla distinzione tra la nostra descrizione matematica del mondo e ciò che “sta realmente accadendo”».

Leggi tutto

100 idee di cui non sapevi di aver bisogno

100 idee di cui non sapevi di aver bisogno - Ermanno Bencivenga

In un’epoca così lontana da risultare imbarazzante, discutevo con un amico di (che altro?) filosofia. Lui era un dottorando, io ero al primo dei quarant’anni che avrei trascorso a UC Irvine. Mi piacerebbe scrivere un libro, dicevo, in cui mostro come le idee siano strumenti, attrezzi di lavoro: come abbiano origine negli ambienti più disparati ma rivelino una straordinaria capacità di migrare, di adattarsi a zone estranee e farle apparire sotto nuovi punti di vista, come condizione per operarvi in modo nuovo. Citavo un esempio che ritroverete nelle pagine seguenti: l’idea di differenza che, nata in ambito linguistico, ha sprigionato la sua vitalità in antropologia, in politica e in critica letteraria, dando luogo (fra l’altro) allo strutturalismo e al post-strutturalismo.

Quello non era, però, il libro che poteva scrivere un giovane. All’età che avevo, era saggio continuare a occuparmi di logica formale: di aree del pensiero risolte in sé stesse, bibliografie limitate e problemi ben definiti cui poter dare in tempi brevi un contributo. C’era una vita da vivere prima di tornare a quel progetto: c’erano decine di migliaia di pagine da studiare, in tutti i campi; c’era da mettersi alla prova davanti alle domande di centinaia di pubblici raccolti in occasioni di ogni genere; c’era da verificare con migliaia di interlocutori le sorprendenti risorse degli «strumenti» che esponevo loro. Quando è stato il momento, il progetto è tornato di attualità: in uno splendido esempio di serendipity (anche questa è un’idea che troverete più avanti, ed è una parola intraducibile), Marco Fiocca della BUR mi ha proposto, in sostanza, lo stesso progetto, e ho saputo istantaneamente che era quello giusto (e gli sono stato istantaneamente grato) perché l’ho riconosciuto (un’idea platonica: conoscere è riconoscere). Il cerchio si è chiuso e il libro ha trovato la sua strada.

È naturale che qui compaiano idee che ho esplorato, con ben diversa profondità, in altre sedi. Ciò che cambia, per quelle già familiari come per quelle cui mai avevo dato voce, è il contesto, che posso spiegare al meglio confrontando questo libro con l’altro che superficialmente gli è più simile, Parole che contano del 2004. Quello era un libro militante, in cui si dava corpo a una concezione polemica del significato, alla semantica come terreno di lotta sul quale affermare e difendere i propri ideali, i propri significati, ed era importante che i vari significati stessero bene insieme: che formassero una rete concettuale coerente e connessa, in cui potessero trovare un appropriato mezzo di espressione e comunicazione persone che s’identificavano con una particolare (e polemica) visione dell’essere umano e della comunità. Non a caso nel libro comparivano centinaia di frecce, che rimandavano da una parola all’altra e articolavano una struttura, non un semplice aggregato.

Leggi tutto