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100 idee di cui non sapevi di aver bisogno

100 idee di cui non sapevi di aver bisogno - Ermanno Bencivenga

In un’epoca così lontana da risultare imbarazzante, discutevo con un amico di (che altro?) filosofia. Lui era un dottorando, io ero al primo dei quarant’anni che avrei trascorso a UC Irvine. Mi piacerebbe scrivere un libro, dicevo, in cui mostro come le idee siano strumenti, attrezzi di lavoro: come abbiano origine negli ambienti più disparati ma rivelino una straordinaria capacità di migrare, di adattarsi a zone estranee e farle apparire sotto nuovi punti di vista, come condizione per operarvi in modo nuovo. Citavo un esempio che ritroverete nelle pagine seguenti: l’idea di differenza che, nata in ambito linguistico, ha sprigionato la sua vitalità in antropologia, in politica e in critica letteraria, dando luogo (fra l’altro) allo strutturalismo e al post-strutturalismo.

Quello non era, però, il libro che poteva scrivere un giovane. All’età che avevo, era saggio continuare a occuparmi di logica formale: di aree del pensiero risolte in sé stesse, bibliografie limitate e problemi ben definiti cui poter dare in tempi brevi un contributo. C’era una vita da vivere prima di tornare a quel progetto: c’erano decine di migliaia di pagine da studiare, in tutti i campi; c’era da mettersi alla prova davanti alle domande di centinaia di pubblici raccolti in occasioni di ogni genere; c’era da verificare con migliaia di interlocutori le sorprendenti risorse degli «strumenti» che esponevo loro. Quando è stato il momento, il progetto è tornato di attualità: in uno splendido esempio di serendipity (anche questa è un’idea che troverete più avanti, ed è una parola intraducibile), Marco Fiocca della BUR mi ha proposto, in sostanza, lo stesso progetto, e ho saputo istantaneamente che era quello giusto (e gli sono stato istantaneamente grato) perché l’ho riconosciuto (un’idea platonica: conoscere è riconoscere). Il cerchio si è chiuso e il libro ha trovato la sua strada.

È naturale che qui compaiano idee che ho esplorato, con ben diversa profondità, in altre sedi. Ciò che cambia, per quelle già familiari come per quelle cui mai avevo dato voce, è il contesto, che posso spiegare al meglio confrontando questo libro con l’altro che superficialmente gli è più simile, Parole che contano del 2004. Quello era un libro militante, in cui si dava corpo a una concezione polemica del significato, alla semantica come terreno di lotta sul quale affermare e difendere i propri ideali, i propri significati, ed era importante che i vari significati stessero bene insieme: che formassero una rete concettuale coerente e connessa, in cui potessero trovare un appropriato mezzo di espressione e comunicazione persone che s’identificavano con una particolare (e polemica) visione dell’essere umano e della comunità. Non a caso nel libro comparivano centinaia di frecce, che rimandavano da una parola all’altra e articolavano una struttura, non un semplice aggregato.

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Remo Bodei - Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale

Remo Bodei - Dominio e sottomissione

 
Dando un veloce sguardo a fenomeni di lunga durata, è facile constatare che tra gli animali esistono rigide gerarchie – basti pensare ad api, termiti o formiche –, ma che in nessun caso si possono osservare tra loro prestazioni lavorative diverse da quelle codificate dall’evoluzione. A un certo punto della loro storia, con la fine del nomadismo e la comparsa della guerra come continuazione della caccia e delle schermaglie accidentali, solo gli uomini, invece di mangiare o uccidere i propri nemici, li hanno trasformati in schiavi, utilizzandoli a scopi economici....

 

Malgrado gli evidenti vantaggi apportati, la meccanica, mechane, parola che in greco significava «astuzia», venne esclusa dal novero delle scienze (che in verità si riducevano alla matematica e all’astronomia), le macchine furono considerate artifici contro natura, trucco umano per ingannarla, e i «meccanici», che le fabbricavano o le facevano funzionare, individui socialmente inferiori rispetto a quanti praticavano le «arti liberali».

Si è dovuti giungere fino a Galilei per dimostrare che la meccanica è «razionale» e che l’astuzia non consiste nel raggirare la natura, ma nel far risparmiare le energie umane e animali, utilizzando mezzi che costano molto meno. Dall’impulso che lo scienziato pisano imprime alla meccanica nasce teoricamente la nostra civiltà delle macchine che non hanno più bisogno di essere sottoposte a posteriori a prove sperimentali per accertarne il funzionamento.

Sebbene questo genere di macchine risparmi la forza fisica umana, esso non è ancora «intelligente». Perché lo diventi, occorre che maturino le premesse stabilite da Leibniz nello scaricare i «pensieri ciechi» umani, immagini o simboli privi di coscienza, in macchine calcolatrici, così da lasciare libera la mente di dedicarsi a compiti più elevati.

Oggi i dispositivi dotati di Intelligenza Artificiale (IA) e capaci di imparare sono quasi dovunque intorno a noi. A due secoli e più dalla prima Rivoluzione industriale – che ha virtualmente eliminato la schiavitù non più conveniente dal punto di vista economico – una serie di problemi ritornano ingigantiti e in vesti nuove: il ruolo delle macchine nella disoccupazione tecnologica; le trasformazioni psichiche e sociali dell’identità umana per effetto dei radicali cambiamenti in corso; la convivenza tra intelligenza umana e dispositivi provvisti di IA; la diminuzione o la tendenziale scomparsa del posto di lavoro fisso, che segmenta la vita degli individui; il dilemma se questi congegni (robot, computer o apparecchi vari) finiranno o no, come alcuni temono, per dominarci, trasformandoci di fatto nei loro schiavi; l’uso che sapremo fare, almeno nelle zone più fortunate del pianeta, dell’enorme quantità di tempo libero che sarà generato dall’applicazione ai processi produttivi delle macchine di ultima generazione. Invece di «ammazzarlo», saremo in grado di ricomporre noi stessi, attraverso opportune tecniche che interrompano la sua spontanea deriva, con effetti che riguarderebbero però solo la dimensione privata degli individui?

 

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