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LIBRI

Caro Voltaire avevi ragione

Il Candido di Voltaire fu scritto tra luglio e dicembre del 1758 e pubblicato nel gennaio del 1759  contemporaneamente a Ginevra, Parigi e Amsterdam.  Quello stesso anno apparvero non meno di tre differenti  traduzioni inglesi, seguite a  breve   distanza   dalla   prima   versione di Tobias Smollett,  che oggigiorno è la più letta.  Anche gli inglesi riconoscevano Voltaire come il più famoso intellettuale d’Europa, e il  suo Candido come un esempio di prim’ordine di letteratura d’informazione. Questo  racconto filosofico può essere   inteso   come   un   attacco   all’ottimismo leibniziano – e  in senso più lato a tutti i sistemi di pensiero e credenze preconfezionati   –,   una   satira   contro la chiesa e il clero, e  una riflessione pessimistica  sulla natura umana e sulla  questione del libero arbitrio.  Ma non è una favola dall’ambientazione   immaginaria   o   simbolica:   al   contrario,   si   tratta di un resoconto sullo  stato del mondo, situato intenzionalmente là dove accadono o sono appena accaduti  gli avvenimenti più significativi dell’epoca. 

Così, per esempio, l’ingenuo Candido e il suo maestro-filosofo Pangloss vengono opportunamente sorpresi  dal terremoto di Lisbona, un  evento di una tale portata distruttiva (trentamila morti)  e di un tale contraccolpo filosofico e teologico da far sembrare l’11 settembre un episodio minore. La catastrofe si  era abbattuta soltanto nel novembre del 1755, e la risposta da parte dell’Inquisizione, un autodafé per scongiurare   altre   scosse   (la   caccia   all’eretico   rastrella   anche   Candido   e   Pangloss),   ebbe   luogo  nel giugno dell’anno  successivo. Più recente ancora è l’episodio a cui assiste  Candido a Portsmouth: l’ammiraglio Byng viene giustiziato a causa della codardia  manifestata contro il nemico   francese   nella   battaglia   di Minorca; l’esecuzione avvenne il 14 marzo 1757, solamente un anno prima che  Voltaire cominciasse la stesura del suo romanzo. Un altro   argomento   dibattuto   a   quei tempi era la questione  delle missioni gesuite in Paraguay: se i preti, esercitando l’autorità civile oltre che  religiosa,   avessero   creato   un   paradiso   terrestre   o   al   contrario   un’altra   ben   più   terrena e misera dittatura. 

Nel Candido c’è anche spazio per replicare ai numerosi  attacchi diffamatori indirizzati allo stesso Voltaire a opera di sciocchi, furfanti e critici di varia risma. Ai suoi primi lettori, dunque, con il suo  mordente e la sua immediatezza, il romanzo sarà sembrato una sorta di fumetto politico-filosofico. Tale effetto  viene enfatizzato dalla cifra  stilistica del romanzo, un picaresco satirico portato all’estremo.   A   livello   di   trama   non è – né intende essere –  un romanzo realistico, la narrazione procede per mezzo  di coincidenze incredibili e  macroscopici rovesci di fortuna. Se un’argomentazione richiede nuovamente  la  loro  presenza, in maniera alquanto   inverosimile   personaggi   dati per morti rispuntano vivi e vegeti qualche pagina dopo. In questo genere, i protagonisti sono soggetti ancor  più del solito al capriccio del  romanziere-burattinaio, il quale richiede  loro di trovarsi qui per dimostrare una certa idea, là per  dimostrarne un’altra. Hanno  sì delle opinioni, e manifestano reazioni filosofiche o pratiche alle fortune e sfortune  della   vita,   ma   possiedono   un’interiorità appena abbozzata. Candido, il più innocente tra gli innocenti, è una sorta di pellegrino che, come risultato del catalogo di calamità inflittegli dall’autore, in  qualche   modo   sperimenta   un’evoluzione;   ma   coloro   che lo circondano, da Pangloss l’illuso a Martino il disilluso, per arrivare all’ostinatamente prosaico Cacambo, rimangono al punto in cui si  trovavano la prima volta che  abbiamo fatto la loro conoscenza. Pangloss, nonostante le incessanti confutazioni  della sua visione leibniziana  sull’«armonia   prestabilita»   del mondo, dimostra un’ottusa ostinazione quando alla fine del romanzo afferma: «Resto sempre della mia prima  idea perché in fin dei conti sono un filosofo, non mi conviene contraddirmi».

Sebbene   numerosi   riferimenti alla contemporaneità  abbiano perso consistenza e  siano decaduti nel corso del  tempo, il romanzo in sé rimane   più   vivido   e   pertinente   che mai. Molti di noi si sono  affacciati a questo mondo innocenti e speranzosi quanto  Candido, e la maggior parte  di noi, chi prima chi dopo,  ha scoperto che non c’è nessuna   armonia   prestabilita   nella vita. Le stesse religioni  ufficiali dispensano le medesime panacee di un quarto  di millennio fa, e nel frattempo il clero continua a dare  scandalo. Se Voltaire ha uomini di chiesa che frequentano prostitute e si comportano come ruffiani, il nostro  mondo ha le sue suore sadiche e i suoi preti pedofili; se  Voltaire ha il fratello di Cunegonda   condannato   alla   galera per aver fatto il bagno   nudo   con   un   giovane   turco,   noi   abbiamo   imam   che incitano a uccidere infedeli e omosessuali. E se inevitabilmente la satira di Voltaire sulla religione la fa da padrona, la sua analisi degli altri poteri che controllano il  mondo – denaro, rango, violenza e sesso – funziona altrettanto bene. 

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La fisica quantistica è qui.

La fisica quantistica è qui.

Una battuta di spirito, così diffusa tra gli scienziati da essere attribuita di volta in volta a fisici come Niels Bohr (1885-1962) o Richard Feynman (1918-1988) e molti altri, può essere utile come premessa: «Se credi di aver capito la meccanica quantistica, allora non hai capito la meccanica quantistica». Significa che anche gli specialisti ammettono una difficoltà intrinseca: anche se il modello quantistico è base della scienza contemporanea, utilizzato nelle tecnologie più avanzate, resta un luogo di fenomeni per noi controintuitivi, cioè che fanno a pugni con la realtà di tutti i giorni. Lo illustra il fisico Terry Rudolph nell’introduzione del suo saggio Quanti, appena uscito per Adelphi: «Questo libro si occupa di alcuni fenomeni fisici profondamente misteriosi; di come, pur senza averli davvero capiti, intendiamo impiegarli nella realizzazione di nuove meravigliose tecnologie».

Nata nel Novecento (il termine «quanto» è del Nobel per la fisica Max Planck, 1858-1947) per descrivere il comportamento a livello atomico di materia e particelle, la fisica quantistica presenta elementi per noi strani, come il dualismo onda-particella, cioè la natura duplice (onda e particella) di quel che ci circonda se visto a scale piccolissime. Come se una pallina fosse bianca e contemporaneamente nera, così come un fotone (che è un «quanto», cioè «la quantità indivisibile più piccola», del campo elettromagnetico; ma si può trattare di elettroni o altro) può comportarsi come un’onda e come una particella. Questa «sovrapposizione di stati» di per sé già strana, ha un comportamento ancora più strano proprio se cerchiamo di capirla: la «sovrapposizione» finisce quando la guardiamo (si chiama «collasso della funzione d’onda»): senza entrare nel merito, se facciamo un esperimento per osservare la pallina (teorica) e sorprenderla nella sua dualità, vedremo solo una pallina bianca oppure una pallina nera.

La questione ritorna nel «paradosso del gatto» del fisico Erwin Schrödinger (1887-1961), premio Nobel per la fisica nel 1933: un gatto del tutto immaginario viene chiuso in una scatola insieme a qualche atomo radioattivo e a una fiala di veleno ben chiusa; Schrödinger immagina che la scatola sia preparata in modo che se un atomo radioattivo decade, la fiala si spezzi e uccida il gatto, mentre se non decade il gatto resti vivo. Il paradosso è che il gatto, a un certo punto dell’esperimento, dovrebbe essere considerato insieme vivo e morto, con il 50 per cento di probabilità per ciascuna condizione, finché non apriamo la scatola e guardiamo. Ciò che è paradossale per una creatura vivente (non si può essere insieme vivi e morti), o per la realtà macroscopica, non lo è per una particella.

Nel suo libro, Terry Rudolph, che è il nipote di Schrödinger («ma l’ho saputo da adulto, ed ero già un fisico quantistico; non l’ho mai conosciuto») evita di disturbare troppo i gatti e propone un metodo di comprensione del mondo quantistico più adatto a chi non ha formazione matematica. Anzi, per una parte del libro il fisico evita di usare termini scientifici, come spiega lui stesso a «la Lettura»: «Consideriamo per esempio l’arte — dice Rudolph —. C’è qualcuno che preferirebbe leggere il commento di uno specialista per conoscere un dipinto, piuttosto che vedere il quadro? Tutti preferirebbero vederlo da sé (certo, con una guida esperta che li aiuti). Ora consideriamo la scienza: molti pensano che non ci sia modo di capire davvero i dettagli tecnici, così leggono libri di divulgazione che evitano la matematica: gli autori sono costretti a usare solo le parole per descrivere ciò che accade, e il lettore non riesce mai a provare l’emozione intellettuale di comprendere appieno qualcosa di nuovo sul mondo. Nel caso della teoria quantistica, ciò priva il lettore di ogni intuizione genuina, e porta a confonderci sulla distinzione tra la nostra descrizione matematica del mondo e ciò che “sta realmente accadendo”».

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