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Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo

Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo - Colin Crouch

 

Un tempo, quando si parlava di globalizzazione ci si riferiva a un fenomeno unicamente economico che aumentava le possibilità di esportare i propri prodotti all’estero e di importare nei confini nazionali merce a basso costo. Non è più così.
«Siamo davanti ad uno snodo cruciale, dove la posta in gioco non è solo l'equilibrio tra economia e società, ma il futuro stesso della nostra vita sul pianeta Terra» - Marco Bracconi, Il Venerdì

Oggi la globalizzazione – che ha causato la graduale cancellazione di interi settori industriali e, di conseguenza, la dispersione di comunità e modi di vivere a essi legati – significa anche perdita di identità. Il profondo disagio che ne deriva è sentito ovunque: è percepito dagli operai americani che hanno perso il lavoro nelle acciaierie della rust belt; dai tedeschi, che parlano nostalgicamente di Heimat, cioè di ‘patria’; dagli agricoltori francesi, messi in crisi dalle multinazionali. A partire da questo disagio diffuso, molti partiti politici sovranisti hanno rivendicato la propria identità nazionale. Ma cosa succederebbe se si bloccasse il processo di globalizzazione? Pur riconoscendo la legittimità delle critiche provenienti dalle forze politiche di destra e di sinistra, Colin Crouch difende la globalizzazione, consapevole della regressione complessiva che il mondo affronterebbe dal punto di vista non solo economico. A una condizione: possiamo salvare la globalizzazione e i suoi benefici solo se riusciremo a trascendere la dimensione nazionale e a sottoporre i flussi economici globali alla responsabilità di una governance transazionale democratica. In altre parole, il nostro impegno in favore della globalizzazione varrà solo se saremo in grado di promuovere con riforme concrete la solidarietà sociale e di ridare orgoglio alle città, alle regioni, alle persone che ne sono state private.